3D day al Future Film Festival. Il futuro della streoscopia

Posted in 1 on gennaio 31, 2010 by Dario Adamo

3d: tutti ne parlano e pochi sanno di cosa si tratti veramente. Innovazione tecnologica che sta cavalcando l’onda degli entusiasmi degli ultimi successi commerciali (Avatar oggi, Alice di Tim Burton e il terzo capitolo di Toy Story i successi annunciati nei prossimi mesi) o una reale trasformazione del linguaggio cinematografico, un passaggio epocale tanto per la storia quanto per la grammatica della settima arte di cui tutti dovremmo prendere atto?
Di questo e di molto più si è parlato in occasione del 3D Day al Future Film Festival, svoltosi nella Sala Hera del Future Village all’interno del Palazzo Re Enzo, in una lunga giornata scandita da incontri tra autori, distributori, esercenti e addetti ai lavori intervenuti per l’occasione

Mattina: case history di produzioni italiane

La tavola rotonda della prima parte della giornata ha avuto come protagonisti alcuni di coloro che hanno lavorato e stanno continuando a lavorare utilizzando la tecnica stereoscopica tridimensionale. Giampiero Piazza e Francesca Tornimbeni sono gli stereografi della casa di produzione Lilliwood che hanno partecipato alla realizzazione del cortometraggio Il volo di Wim Wenders, girato in Calabria e interamente realizzato in tecnica stereoscopica. Insieme a Gianfranco Borgatti (co-produttore del film), gli autori hanno illustrato il loro metodo di lavoro, basato sulla percezione visiva e sulle ottiche inclinate a differenza di quanto accade negli USA dove si predilige l’utilizzo delle ottiche parallele, insistendo particolarmente sul valore della tecnica stereoscopica come nuovo strumento di comunicazione e non come semplice effetto speciale. L’impressione, per coloro che stanno lavorando con questo metodo, è quella che il 3D rappresenti realmente la nuova frontiera del linguaggio cinematografico e non una semplice sperimentazione tutta votata alle spettacolarità. A conferma di ciò i due stereografi hanno annunciato che è già stato avviato il progetto del primo lungometraggio italiano realizzato completamente in tecnica stereoscopica, le cui riprese inizieranno il prossimo mese.
A seguire è intervenuto Pietro Carlomagno, stereografo indipendente che ha curato la realizzazione del primo spot pubblicitario in 3D proiettato nelle sale cinematografiche (per le Gocciole Pavesi). Oltre ad avere illustrato tutte le fasi del processo produttivo, Carlomagno ha ribadito che il ritorno alla sterografia (tecnica per nulla nuova, ma tornata alla ribalta negli ultimi anni) rappresenta un passo in avanti in termini di linguaggio e, a proposito di fruizione, ha anche fornito preziosi consigli al pubblico per una visione ottimale del 3D in sala (posizione centrale anche rispetto alla distanza dallo schermo).
L’ultimo contributo della mattinata è venuto da Giosuè Boetto, noto giornalista e autore RAI, che ha presentato al pubblico del Future il documentario tridimensionale sul Big Bang da lui realizzato in collaborazione con Cineca di Bologna che sarà presente stabilmente al Museo dell’Astronomia di Torino. Partendo da alcuni servizi di divulgazione scientifica che la RAI ha trasmesso negli anni ’70, Boetto ha tracciato un interessante percorso storico che ha messo in evidenza l’importanza dell’informazione culturale veicolata prima attraverso la televisione e oggi grazie ai new media. Ne risulta un ulteriore applicazione del 3D, utile in questo modo anche al perseguimento di obiettivi strettamente culturali

Pomeriggio: incontro esercenti/distributori e panel tecnologico

Sul versante distributivo/commerciale molte sono state le voci che hanno permesso al pubblico del Future di avere un quadro abbastanza chiaro riguardo le tendenze del mercato. Nicola Maccanico, direttore generale della Warner Bros. Italia ha fornito subito i primi dati sul successo del 3d in Italia: a fronte di un sostanziale equilibrio rispetto alla stagione scorsa in termini di biglietti venduti nel 2009 si è registrato un incremento dei guadagni grazie soprattutto alle proiezioni in 3d. In linea generale, ha sottolineato Maccanico, il più importante effetto positivo portato dal 3d riguarda la riaffermazione dell’unicità dell’esperienza in sala in un’epoca durante la quale si è voluto a tutti costi equiparare il cinema domestico a quello tradizionale. Il 3d tuttavia non porta solo vantaggi: secondo Maccanico occorrerà valutare con cura gli effetti sui mercati di sbocco secondari e sperare che questa nuova tecnologia non nasconda una grande bolla speculativa che se esplodesse arrecherebbe danni irreparabili.
Rappresentanti dell’esercizio come Giuseppe Corrado del gruppo The Space Cinema e Gianantonio Furlan titolare dei Furlan Cinema e Teatri hanno confermato gli effetti positivi della nuova tecnologia dichiarando che già a partire dai prossimi mesi aumenteranno le sale per le proiezioni in 3d che verranno sfruttate non solo per i nuovi film in arrivo, ma anche per la distribuzione di contenuti alternativi: The Space sta già contrattando i diritti per i prossimi mondiali di calcio e, dopo il concerto degli U2, saranno altri gli eventi musicali proiettati in 3d nelle sale.
Una problematica interessante sollevata durante la serie di incontri ha riguardato gli effetti del 3d sulla cosiddetta “tenitura” dei film: Gianluca Pantano, direttore della programmazione della UCI Italia ha ricordato che la vita media di  un film in 2d (o in 35mm) si sta accorciando di anno in anno e che è necessario dunque trovare in breve tempo nuove soluzioni
Complessivamente anche grazie ai contributi degli altri intervenuti (Andrea Maluccelli, esercente e presidente Agis Emilia-Romagna, Gino Zagari segretario generale Anem, Raid Onhanian Sales Manger 20 th. Fox Italia e Giulio Carcano Sales Manger della Walt Disney Italia) risulta unanime la convinzione che il 3d sia tutt’altro che una moda effimera, ma che rappresenti invece uno standard destinato a durare a lungo. Sembra inevitabile dunque che i prodotti futuri dovranno adeguarsi al cambiamento e rispettare gli standard raggiunti.

Il terzo e ultimo incontro professionale del 3d DAY ha riguardato l’aspetto prettamente tecnologico e ha visto la partecipazione di Pier Carlo Ottoni, Direttore Generale Digima spa, che ha illustrato il fenomeno del “passaggio” al 3d dal punto di vista delle forniture agli esercenti che stanno adeguando le proprie sale alle proiezioni stereoscopiche, sottolineando come sia in atto una vera e propria “corsa agli armamenti”; Andrea Tito, responsabile marketing TV Panasonic Italia con il quale si è discusso delle possibilità offerte dal 3d nel settore dell’home entertainment (saranno disponibili già a partire da giugno i primi televisori 3d Full HD dell’azienda giapponese) e infine Christian Casati della Nvidia che ha parlato delle applicazioni 3d stereoscopiche per pc.

Da un lato l’entusiasmo dimostrato da stereografi e autori impegnati nello sviluppo di un linguaggio (riscopertosi) nuovo, dall’altro il mercato con i successi “trainati” dall’effetto 3d, hanno fatto pensare ad un futuro univoco per il cinema, ad un’esperienza cinematografica tutta orientata al totale coinvolgimento dei sensi. Non mancano i detrattori e gli scettici, coloro che guardando al 3d storcono il naso e palesano molta diffidenza, rivendicando a spada tratta i valori base di un cinema che si possa definire di buona qualità e additando il 3d come un entusiasmo fatuo. Staremo a vedere se la prossima edizione del Future Film Festival avrà ancora un 3d day… o se davvero si sia trattato solamente di un abbaglio stereoscopico.

La prima cosa bella. Regia di Paolo Virzì

Posted in Cinema con i tag , , on gennaio 15, 2010 by Dario Adamo

Ridere e commuoversi, divertirsi per delle situazioni comiche o per le battute giuste al momento giusto e prendere parte al dramma di un uomo, di una donna o di una famiglia intera. Non è facile confezionare un film che provochi queste sensazioni contrastanti, che mescoli i due registri senza stridore o cadute di stile, ma Paolo Virzì ce l’ha fatta ed ecco La prima cosa bella del 2010.

Anna a inizio anni settanta è una delle più belle donne di Livorno e un’estate allo stabilimento balneare del paese la proclamano senza troppe difficoltà  la mamma più bella. Quello che normalmente dovrebbe essere l’inizio dei festeggiamenti per la famiglia Michelucci si trasforma invece nel principio della fine. Gelosie e incomprensioni scoppiano tra moglie e marito e per i figli incomincia il calvario di una separazione violenta, strattonati dall’una e dall’altra parte senza poter fare nulla per conciliare le parti. Bruno nel 2009 è invece un professore d’italiano un po’ confuso, un po’ sballato e in fondo molto triste che prova a lasciare la sua ragazza senza troppa convinzione e non riesce nel suo intento. Improvvisamente arriva la sorella Valeria foriera di brutte notizie: la madre sta male, il cancro è alla sua fase terminale e non le rimane molto da vivere. Bruno segue controvoglia la sorella all’ospedale, nella città natale. Quella città è la amata/odiata Livorno, la madre è la bella Anna e la famiglia che tenta di ricomporre i pezzi di un quadro rotto troppo in fretta, attraverso ricordi sbiaditi e abbracci lasciati in sospeso, è la stessa di tanti anni prima.
La prima cosa bella oltre ad essere un noto brano musicale dei primi anni settanta cantato da Nicola Di Bari è l’ultimo bel film di Paolo Virzì, che dopo Tutta la vita davanti abbandona i temi esplicitamente sociali e si rifugia nella famiglia, scandagliando gli animi dei suoi componenti, la difficoltà di ricongiungersi, di perdonare, di ricordare e di ritrovarsi. Sono le “relazioni pericolose” maturate nella (e attorno alla) famiglia l’oggetto dell’ultima fatica di Virzì, il cui fulcro essenziale sta nella figura della madre Anna (nella doppia interpretazione di Stefania Sandrelli in età avanzata e Micaela Ramazzotti da giovane), vittima della sua innocenza, affettuosa nei confronti dei figli e dei suoi cari che proprio allo scadere cerca di riconciliare tutto e tutti, decisamente a modo suo.

Forse più vicino nei toni e nei modi a Ettore Scola che a Risi o Monicelli, Virzì cerca di far quadrare tutto nel massimo rispetto di quella che comunque resta una commedia, sostenuta da un cast di ottimi attori, tra i quali primeggiano l’ineditamente toscanizzato Mastrandrea e la contenuta ma efficace Sandrelli che sanno come e quando far nascere il sorriso nel bel mezzo di una tragedia.
Il film, che dovrà contendersi le attenzioni del pubblico nostrano con il gigante firmato da James Cameron Avatar, esce nelle sale italiane il 15 gennaio e si candida a restarci per molto…inaspettate invasioni da Pandora permettendo.

Good Morning Aman. Dal 13 novembre al cinema

Posted in Cinema con i tag , , on novembre 11, 2009 by Dario Adamo

Teodoro non esce mai la sera, da tre anni (un po’ come la Giulia di Giuseppe Piccioni). Aman invece sta tutto il giorno in giro, tra un mezzo lavoro presso un autosalone dove si occupa di tenere pulite le vetture in vendita e le chiacchiere per strada con Said che invece ha deciso di lasciare Roma e partire alla volta di Londra. Per strada Aman ha anche incontrato una ragazza che però gli sfugge sempre, presa anche lei da mezzi lavori e falsi impegni. Come le due facce di una stessa medaglia Teodoro e Aman sono entrambe persone al margine della stessa società: un ex pugile che da quella società si è disintegrato e un immigrato somalo perfettamente integrato ma in cerca della propria identità.

Good Morning Aman è il primo lungometraggio del giovane regista Claudio Noce, apprezzato autore di corti e documentari, che esordisce al cinema con un film difficile, una storia sull’integrazione delle seconda generazione di immigrati residenti in Italia, ma anche un’intensa riflessione sull’identità problematica di chi dalla società si è (o è stato) estromesso e l’ha finita rinchiudendosi dentro una gabbia di solitudine e sonniferi a contemplare un quadro comprato da un televenditore. Da un lato le difficoltà di chi si è giocato tutto e sull’orlo del baratro trova le ultime monete per fare un’altra puntata, presumibilmente l’ultima. Dall’altro la smania acerba di volere rischiare subito senza troppi calcoli, affidando al caso e agli incontri le proprie possibilità nella speranza che vada tutto bene.

Un incedere narrativo un po’ lento sostenuto da un approccio visivo frenetico ma formalmente curato (la camera a spalla segue e avvolge i protagonisti della vicenda marcandoli da vicino per quasi tutta la durata del film) rappresenta la cifra stilistica di Claudio Noce che alterna momenti diegeticamente coerenti a flashback mentali e flussi di pensiero del giovane Aman. Un emaciato e cupo Mastrandrea nel ruolo del pugile dal passato grigio e tormentato risponde bene alla chiamata del regista che pur concedendogli qualche battuta delle sue lo veste di nuovi abiti, ben diversi da quelli sgargianti che normalmente il pubblico è abituato a vedergli addosso.

Un’altra impresa produttiva all’italiana, tanta fatica per realizzare un progetto che ha visto Valerio Mastrandrea impegnato anche come co-produttore dell’ultimo minuto e i soliti dubbi che accompagnano l’opera prima di un autore esordiente (molto valido), con la speranza che lo sforzo venga ripagato dall’interesse del pubblico. Il film, distribuito in trenta copie in tutta Italia da Cinecittà Luce sarà al cinema da venerdì 13 novembre.

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Marpiccolo. Regia di Alessandro di Robilant. Dal 6 novembre al cinema

Posted in Cinema con i tag , , on novembre 5, 2009 by Dario Adamo

Di Gomorra non c’è una sola in questo benedetto assurdo belpaese. Di quartieri difficili e periferie desolate dove la scuola dell’obbligo è pratica facoltativa e i modelli culturali si collocano a metà tra vita di strada e televisione commerciale, ce ne sono tanti giù al sud. Cambiano i dettagli di un paesaggio tutto sommato simile o l’accento di un dialetto duro che spesso sputa parole amare, ma la sostanza rimane la stessa, a Napoli come a Taranto.

Nel quartiere di Paolo VI, nella zona sud di Taranto, vive Tiziano (Giulio Beranek), sveglio ma capoccione ragazzo di strada che troppo spesso preferisce sbrigare i lavoretti per il boss locale (Michele Riondino) piuttosto che andare a scuola come fanno abitualmente i suoi coetanei. A casa non sempre riesce a trovare Franco (Nicola Rignanese) suo padre, troppo indaffarato a sperperare il corrispettivo della sua cassa integrazione in videopoker-mangiasoldi, mentre Maria (Anna Ferruzzo), sua madre, cerca di tenere a bada ciò che resta della famiglia e cioè la piccola Lucia, tra i problemi dentro casa e la contestazione fuori a causa dell’ultimo ripetitore telefonico foriero di altri possibili tumori in città, come se l’impianto industriale dell’ILVA non fosse già abbastanza. Tiziano dietro quell’aspetto da burbero si dimostra anche capace di amare: ha una ragazza, Stella (Selenia Orzella), che tra mille difficoltà cerca di volergli bene, con sincerità, ma stare dietro a Tiziano non è cosa facile. Attorno a lui poi ci sono la professoressa d’italiano Costa (Valentina Carnelutti) e l’educatore di origini romane De Nicola (Giorgio Colangeli) che in qualche modo cercano di dargli una spinta per rimetterlo in carreggiata, ma la sua strada, come quelle di Paolo VI, è molto dissestata e prendere una buca, a volte una voragine, è troppo facile.

Marpiccolo, tratto dal libro di Andrea Cotti dal titolo “Stupido” e presentato in concorso al Festival Internazionale del film di Roma 2009 nella sezione “Alice nella città” si serve della realtà amara delle periferie di Taranto per ricostruire una vicenda tanto individuale quanto collettiva, la repressione di un ragazzo di strada che è la voce sopra le righe delle difficoltà di un quartiere, di una borgata dimenticata dallo stato e dalle forze politiche. Il regista Alessandro di Robilant, lo stesso del fortunato Il giudice ragazzino, sceglie di affidare questa storia a un cast formato in parte da attori non professionisti, a partire dallo stesso protagonista Giulio Beranek, esordiente con un passato da calciatore professionista in Grecia e trapezista circense qui in Italia che vive a Taranto da anni.

Della stessa città sono anche molti degli altri interpreti che si muovono sul set naturale che conoscono bene e che diventa personaggio anch’esso, un “mare piccolo” e un po’ inquinato che si apre lasciandosi alle spalle le costruzioni di periferia, le strade impervie e i piccoli ambienti malavitosi da dove Tiziano vorrebbe scappare, ma che poi lo risucchiano senza lasciargli aria.

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Oggi Sposi. Regia di L.Lucini. Con Luca Argentero, Carolina Crescentini, Filippo Nigro. Dal 23 ottobre al cinema

Posted in Cinema on ottobre 22, 2009 by Dario Adamo

E’ opinione ormai diffusa che l’accostamento degli elementi attori famosi, genere commedia e ambientazione provinciale o esotica inquadrato nel macro genere del cinema commerciale dia come risultato un’altra (odiosa e cacofonica) formula: il cinepanettone e, nella sua declinazione estiva, il cine-cocomero. Per fortuna la commedia in Italia sta cercando di rifarsi un’identità ed è così che di questi tempi è possibile trovare prodotti migliori, diversi e più apprezzabili.

Uno di questi casi è Oggi Sposi, presentato fuori concorso al Festival di Roma e da venerdì 23 ottobre in programmazione nelle sale italiane. Si tratta di una commedia corale, la storia di quattro coppie a un passo dalle loro nozze e ognuna alle prese con più di un problema. Nicola (Luca Argentero) è un poliziotto di origine pugliese che ha intenzione di sposare la bella figlia (Moran Atias) di un ambasciatore indiano che, per le nozze della sua creatura, pretende una celebrazione secondo il rito indù. Il problema sarà convincere l’altra parte chiamata in causa per il grande giorno e cioè Sabino (Michele Placido), padre contadino e alla vecchia maniera di Nicola, che al pranzo di nozze non vuole vedere sulla tavola riso e curry, ma orecchiette alle cime di rapa e vino di casa. Per Salvatore e Chiara (Dario Bandiera e Isabella Ragonese) invece il problema è contingente: essendo una giovane coppia di precari non possiedono proprio le risorse necessarie per organizzare il loro grande giorno così come vorrebbe la famiglia di lui, che lo crede un ricco e affermato cuoco. La soluzione che escogitano insieme è quella di imbucarsi ad un altro matrimonio, quello che si celebrerà in un famoso castello tra la soubrette Sabrina (Gabriella Pession) e il presunto ricco uomo d’affari Attilio Pennacci (Francesco Montanari). Quest’ultimo però non sa di essere al centro di un’indagine di polizia, guidata dal PM Fabio Di Caio (Filippo Nigro) anche lui a sua volta invischiato in alcune beghe sentimentali, convinto a dissuadere il proprio padre (Renato Pozzetto) troppo anziano per amare una bella ma pericolosa ventitrenne (Carolina Crescentini). Quattro matrimoni quantomeno agitati verranno celebrati lo stesso giorno e di tradizionale ci sarà ben poco…

Dietro queste storie c’è lo zampino di più persone che hanno collaborato per un progetto ambizioso e narrativamente impegnativo: l’idea iniziale è di Fausto Brizzi e Marco Martani che hanno lavorato insieme all’ormai noto sceneggiatore bolognese Fabio Bonifacci (Si può fare, Diverso da chi?, Notturno Bus…) riuscendo a confezionare una commedia abbastanza divertente ed efficace che non volgarizza troppo i suoi personaggi anche quando questi si esprimono in dialetto o fanno pernacchie.

A debita distanza dunque dai successi commerciali di De Sica e Boldi, il regista Luca Lucini e il suo team cercano ispirazione più nei canoni della commedia all’italiana classica, fatta di equivoci ben congeniati e basata su un’interpretazione attoriale più contenuta, ma incisiva (un inedito Placido campagnolo pugliese affiancato da un ottimo Francesco Pannofino tra gli altri) senza la ricerca forsennata della risata grassa o l’insistenza ossessiva su cosce lunghe e forme rotonde (che comunque non mancano).

Un film programmaticamente commerciale, ma che cerca di ridare significato a questa parola, guardando alla realtà ed esasperandone miratamente alcuni aspetti, dalla convivenza di culture diverse in uno stesso paese alla filosofia tutta televisiva del basta apparire per sentirsi vivi. Un (piccolo) passo in avanti per il cinema di massa (alla ricerca di qualità).

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Viola di Mare. Regia di Donatella Maiorca. Con Isabella Ragonese, Valeria Solarino, Ennio Fantastichini

Posted in Cinema on ottobre 22, 2009 by Dario Adamo

In una piccola isola non lontano dalla Sicilia (Favignana) dove si estrae tufo e si vive di pesca, due donne sono colpevoli d’amarsi. E’ da poco passata la prima metà del diciannovesimo secolo e di cose “strane” nessuno ne ha mai viste, né sentito parlare. Le donne stanno a casa, gli uomini si spaccano la schiena tutto il giorno e i fidanzamenti sono imposti dalle famiglie, senza possibilità di replica. Ma qualcuno lì si ama di un amore forte, anomalo, ed è disposto a sconvolgere tutto e tutti pur di coronare il proprio sogno.

Angela e Sara (Valeria Solarino e Isabella Ragonese) sono le protagoniste di Viola di Mare, film diretto dalla regista siciliana Donatella Maiorca che dopo la partecipazione in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma è adesso in programmazione nelle sale italiane. Liberamente tratto dal romanzo “Minchia di Re” del giornalista e scrittore Giacomo Pilati, il film racconta la storia di Angela, figlia del burbero Salvatore, uomo di fiducia del barone dell’isola e responsabile della maggiore attività di sostentamento del paese, l’estrazione del tufo. Salvatore non ha mai accettato Angela, primogenita femmina, alla quale avrebbe preferito un bel figlio maschio, degno di proseguire la sua attività. E invece Angela non solo è del sesso sbagliato, ma ama anche la persona sbagliata e cioè un’altra donna, Sara, la sua prima compagna di giochi. Ciò causerà la repressione severa da parte del duro Salvatore che terrà isolata la povera figlia, “malata” e fuori di senno. La metamorfosi anagrafica e sociale, possibile grazie a un conto in sospeso con il parroco del paese, è l‘unica soluzione che permette alle due donne di vivere insieme e avere una vita ”normale”. Ma una scelta così non potrà che avere delle conseguenze, il caro prezzo da pagare per aver dato ascolto al proprio cuore…

Dopo il suo esordio cinematografico con Viol@ e tanta televisione, Donatella Maiorca torna dietro la macchina da presa scegliendo un bellissimo paesaggio (le campagne messinesi nei pressi di Capo d’Orlando e la stessa isola di Favignana) per raccontare una storia difficile, ispirata a fatti realmente accaduti nella Sicilia del 1800 e che sembra pensata apposta per uscire all’indomani della bocciatura alla camera della legge anti-omofobia. Oggi come ieri, a Favignana come a Roma, si tratta  della difficoltà di amare una persona dello stesso sesso con coraggiosa sfrontatezza, scelta di vita che qui, grazie soprattutto alla pregevole interpretazione delle due attrici protagoniste, è messa in scena con il giusto equilibrio in quanto a intensità emotiva, senza esasperazioni uterine né stereotipi di genere.

Un progetto difficile da portare a termine, ma mandato avanti grazie alla perseveranza delle tre  produttrici (Giovanna Emidi, Silvia Natili e la più nota Maria Grazia Cucinotta che interpreta anche una parte nel film) e di Giulio Violati, sorretti in questo da Cinesicilia e la Sicilia Film Commission, realtà sempre più presenti nel supportare progetti cinematografici realizzati nell’isola. Una “sfida” che già nel primo week end di programmazione ha avuto un riscontro positivo da parte del pubblico e che promette di far riaccendere il dibattito sui temi caldi dell’ultimo periodo, dalla violenza omofoba all’eguaglianza dei diritti.

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Di me cosa ne sai. Un documentario di Valerio Jalongo

Posted in Cinema on ottobre 18, 2009 by Dario Adamo

“C’era una volta il cinema italiano…” potrebbe essere il sottotitolo più adatto per il documentario di Valerio Jalongo presentato con successo alle Giornate degli Autori dell’ultima edizione del Festival del cinema di Venezia e in programmazione in questi giorni al Cinema Lumière di Bologna.

Di me cosa ne sai parte da un interrogativo tutto sommato semplice: “Perché il cinema italiano che fino agli anni sessanta e settanta dominava la scena internazionale con produzioni importantissime e una florida industria cinematografica nazionale, d’improvviso entra in fortissima crisi facendo scappare via i produttori più importanti e decretando l’inizio della fine per registi, autori ed esercenti?” Jalongo cerca le risposta a questa domanda, trovando nei protagonisti di quegli anni, da Dino De Laurentis a Mario Monicelli, testimonianze concrete, affermazioni dure e rivelazioni sincere, facendo emergere le cause di uno dei tanti misteri italiani di quegli anni che questa volta non si macchiano di sangue, ma solo del nero di una realtà troppo amara. Nel presente l’autore trova invece un manipolo di registi che qualche anno fa si erano riuniti per discutere insieme le difficoltà di fare cinema oggi, come quelle incontrate da Felice Farina che per i quasi ottanta minuti del film accompagna lo spettatore nella sua disavventura personale mentre cerca di “sbloccare” il suo film, fermo a causa di strane beghe produttive da più di quattro anni.

Ciò che emerge è la storia di un declino che ha la sue radici in accurate scelte politiche che porteranno l’Italia, cinematografica e non solo, a un lento sfiorire, vittima sacrificale di un carnefice chiamato televisione commerciale. Il regista rispolvera retrospettivamente anche antiche querelle che appaiono oggi fondamentali per capire quel declino, come la lotta di Federico Fellini contro le interruzioni pubblicitarie volute da Silvio Berlusconi, una battaglia sostenuta dal PCI al grido di “Non si spezza una storia, non si interrompe un’emozione”, la sfida ad una dinamica televisiva a cui oggi il pubblico è ormai abituato ma che allora gli autori cercavano di combattere con tutte le loro forze.

L’irruenza della televisione che spazza via la poesia del cinema, svuotando progressivamente le sale e confinando gli spettatori a scelte preimpostate di largo consumo e bassa qualità, dove a comandare resta soltanto l’Auditel, sigla funesta che seleziona sconsideratamente cosa gli italiani debbano vedere sui propri teleschermi

Un documentario intenso la cui gestazione è durata molto tempo a causa di impedimenti legati ai diritti d’autore e a questioni d’archivio, ma anche un’opera che era stata concepita inizialmente come un lavoro corale sul cinema italiano e che con il tempo è diventata un’attenta analisi individuale, un’appassionata ricerca tesa a comprendere cosa abbia sostituito quello che una volta era il cinema più bello del mondo. Un bel documento per gli appassionati di storia del cinema e un motivo in più riflettere su alcuni cambiamenti importanti che hanno caratterizzato il passato e che non smettono di influenzare quello che siamo oggi non solo come pubblico, ma anche come società (che voglia ancora definirsi) civile.

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La Voce Stratos. Un documentario di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato

Posted in Cinema on ottobre 5, 2009 by Dario Adamo

Un uomo dalla voce inconfondibile o forse una voce che è riconducibile solo e soltanto ad una persona: Demetrio Stratos. Parte dalle sue indiscutibili e multiformi qualità canore il documentario “La Voce Stratos” arrivando a delineare accuratamente il profilo artistico di quello che è stato il cantante di uno dei gruppi più “off” del panorama musicale degli anni settanta, gli “Area”.

I registi indipendenti torinesi Luciano d’Onofrio e Monica Affatato dopo più di quattro anni spesi a trovare i fondi necessari per realizzare questo documentario, rendono così omaggio a un’icona della musica contemporanea, ricordata più all’estero che in Italia, percorrendo il doppio binario dell’analisi storico-culturale di un periodo che ha trovato nello sperimentalismo una nuova forma di comunicazione efficace e quello dell’approfondimento “scientifico”di un fenomeno, quale era la voce di Stratos, che ha incuriosito medici e specialisti.

Grazie alle interviste ad alcuni dei protagonisti della scena musicale a artistica di quegli anni (Tavolazi, Tofani, Fariselli,Rocchi, Guarnaccia per citarne solo alcuni) e alle immagini di repertorio relative sia alle interpretazioni degli Area e dei Ribelli (primo gruppo di Stratos) che alle manifestazioni più importanti del periodo, da Parco Lambro alla “presa” di Radio Alice, i due registi torinesi ricostruiscono con grande intensità visiva l’evoluzione artistica di Stratos che è corrisposta fin dall’inizio all’affacciarsi delle nuove avanguardie artistiche del tempo, dal progressive alla musica sperimentale di John Cage. Particolare attenzione è rivolta all’incredibile lavoro di ricerca che lo stesso Stratos ha affrontato negli anni per sviluppare tutte le possibilità che la sua voce gli ha offerto e con la quale ha potuto spaziare e innovarsi, senza sosta, fino alla sua scomparsa avvenuta prematuramente nel 1979.

Una ricerca costante che ha portato lo stesso Stratos a essere ricordato come colui che ha fatto della propria voce uno strumento musicale, spingendola fino all’estremo delle sue potenzialità, e che ha messo gli specialisti di otorinolaringoiatria difronte a un mistero scientificamente inspiegabile: nel riuscire a padroneggiare tranquillamente diplofonie, trifonie e quadrifonie (due, tre e quattro suoni contemporaneamente emessi con la voce) Stratos raggiungeva i 7000 Hz, quando il massimo “concesso” a un essere umano si fermerebbe attorno ai 1040 Hz.

“Raccontare la voce di Stratos per capire cos’è la voce umana” è stato uno degli obiettivi che ha spinto i due filmaker piemontesi a realizzare questo documentario unitamente alla voglia di ricordare un’intellettuale a 360 gradi che spaziava dalla musica, alla poesia alle performance vocali più estreme. Un grande aiuto in termini produttivi è arrivato dall’assessorato alla cultura della Regione Emilia Romagna che è già all’opera per l’organizzazione di una giornata interamente dedicata alla memoria di Demetrio Stratos, curata da Stefano Tassinari. La data è stata stabilita provvisoriamente per il 20 gennaio 2010 presso L’I.T.C di San Lazzaro e si avvarrà della partecipazione di molti amici e conoscenti del performer degli Area. L’iniziativa varrà anche come seconda occasione per assistere alla proiezione del documentario di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato che per il momento è in programmazione al Cinema Lumiere solamente per la serata del 6 ottobre alle ore 20.00.

Luca Vullo e Roy Paci insieme per un progetto tutto siciliano

Posted in Cinema on settembre 30, 2009 by Dario Adamo

Sono partite le riprese del cortometraggio diretto dal regista Luca Vullo e interpretato dal noto artista musicale Roy Paci. Girato interamente in Sicilia, tra Caltanissetta e le province di Palermo e Messina, questo progetto vede coinvolto un cast tutto locale ed è stato prodotto grazie all’interessamento di vari privati e associazioni.

Dopo l’incredibile successo ottenuto in Italia e all’estero con il documentario “Dallo zolfo al carbone” Luca Vullo si lancia così nel mondo della finzione cinematografica trovando in Roy Paci l’interprete ideale a cui affidare il ruolo di protagonista principale. Per il musicista siciliano autore di brani famosi quali “Giramundo” e “Toda Joia, Toda Beleza”, si tratta infatti della prima esperienza in qualità di attore cinematografico.

Unione di intenti, comune visione della realtà e un entusiasmo condiviso fin da subito hanno spinto i due artisti a collaborare insieme per un progetto che si propone il duplice obiettivo di divertire con una commedia dal sapore dolceamaro e di rilanciare la creatività made in sicily coinvolgendo talenti provenienti da ogni angolo dell’isola.

La troupe è attualmente impegnata nelle riprese che dureranno fino all’inizio della prossima settimana, mentre il lancio ufficiale del cortometraggio è previsto entro la fine del 2009.

A Single Man. Regia di Tom Ford. Con C. Firth, J. Moore, M. Goode

Posted in Cinema con i tag , , on settembre 11, 2009 by Dario Adamo

Se tutti i trasferimenti da un settore artistico all’altro dessero questi risultati non avremmo più quello scetticismo fisiologico che accompagna  l’attesa di una nuova opera prima. Di scrittori che mettono da parte la penna per impugnare una camera da presa ne abbiamo visti tanti, ma di stilisti che si danno alla settima arte “confezionando” ottimi film pare sia una novità. Una bella novità.

Tom Ford, famoso per aver rinnovato con successo le case di moda Gucci e Yves Saint Laurent ha debuttato questa mattina al Festival di Venezia con il suo primo film A Single Man, convincendo pubblico e addetti ai lavori.

Los Angeles, 1962. George Falconer (Colin Firth), inglese d’origine e stimato professore universitario subisce la grave perdita del suo compagno (Matthew Goode) e si ritrova a riflettere sulla sua vita, ciò che il passato gli ha dato, ciò che il presente gli ha strappato e ciò che resta del futuro e si chiede che valore abbia continuare a vivere. A confortarlo c’è Charley (Julianne Moore) un’amica di vecchia data non lontana dalle medesime preoccupazioni, ma che cerca di stare vicino all’amico dolente. A questi si aggiunge anche un giovane studente di George, Kenny (Nicholas Hoult) che scorge nel suo professore la profondità di una persona unica, una guida capace di instradarlo e rispondere alle sue domande.

Trattandosi di uno stilista di nota fama pochi avrebbero dubitato sul risultato estetico del film, sobrio ed intenso, curato nella messa in scena ed impreziosito da una pregevole fotografia a cura del giovane spagnolo Eduard Grau. A partire dal romanzo di Christopher Isherwood, Tom Ford con l’aiuto di David Scearce per la sceneggiatura, regala al pubblico del festival una storia d’amore umana, mai scontata e profonda che non resta intrappolata su se stessa ma si presta ad una più ampia riflessione sul senso d’isolamento e sul dolore della perdita.

Alla conferenza stampa di questa mattina l’attore principale Colin Firth ha smorzato i toni di chi lo consacra già come l’interprete della migliore storia d’amore gay raccontata recentemente. Esprimendosi in un italiano che ha lasciato piacevolmente sorpresi i giornalisti presenti, Firth ha voluto sottolineare che “ il film narra di una storia d’amore finita dolorosamente ma che potrebbe essere tranquillamente quella di una coppia eterosessuale. Quel dolore potrebbe essere lo stesso provato da una moglie che perde improvvisamente suo marito”.

A coloro che invece hanno posto domande riguardo questo cambiamento che lo ha portato dietro una camera da presa, il regista Tom Ford risponde innalzando il cinema all’arte per eccellenza: “Il cinema è espressione artistica pura che resta per sempre, mentre la moda è più uno sforzo commerciale, qualcosa di volatile e passeggero”. Non sono stati pochi coloro che hanno pronunciato le fatidiche parole “Leone d’oro” riguardo all’opera di Ford, mentre per altri resta ancora Lebanon il candidato più probabile. Meno di un giorno e il Festival avrà finalmente un suo vincitore.

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