Good Morning Aman. Dal 13 novembre al cinema

Posted in Cinema con i tag , , on Novembre 11, 2009 by Dario Adamo

Teodoro non esce mai la sera, da tre anni (un po’ come la Giulia di Giuseppe Piccioni). Aman invece sta tutto il giorno in giro, tra un mezzo lavoro presso un autosalone dove si occupa di tenere pulite le vetture in vendita e le chiacchiere per strada con Said che invece ha deciso di lasciare Roma e partire alla volta di Londra. Per strada Aman ha anche incontrato una ragazza che però gli sfugge sempre, presa anche lei da mezzi lavori e falsi impegni. Come le due facce di una stessa medaglia Teodoro e Aman sono entrambe persone al margine della stessa società: un ex pugile che da quella società si è disintegrato e un immigrato somalo perfettamente integrato ma in cerca della propria identità.

Good Morning Aman è il primo lungometraggio del giovane regista Claudio Noce, apprezzato autore di corti e documentari, che esordisce al cinema con un film difficile, una storia sull’integrazione delle seconda generazione di immigrati residenti in Italia, ma anche un’intensa riflessione sull’identità problematica di chi dalla società si è (o è stato) estromesso e l’ha finita rinchiudendosi dentro una gabbia di solitudine e sonniferi a contemplare un quadro comprato da un televenditore. Da un lato le difficoltà di chi si è giocato tutto e sull’orlo del baratro trova le ultime monete per fare un’altra puntata, presumibilmente l’ultima. Dall’altro la smania acerba di volere rischiare subito senza troppi calcoli, affidando al caso e agli incontri le proprie possibilità nella speranza che vada tutto bene.

Un incedere narrativo un po’ lento sostenuto da un approccio visivo frenetico ma formalmente curato (la camera a spalla segue e avvolge i protagonisti della vicenda marcandoli da vicino per quasi tutta la durata del film) rappresenta la cifra stilistica di Claudio Noce che alterna momenti diegeticamente coerenti a flashback mentali e flussi di pensiero del giovane Aman. Un emaciato e cupo Mastrandrea nel ruolo del pugile dal passato grigio e tormentato risponde bene alla chiamata del regista che pur concedendogli qualche battuta delle sue lo veste di nuovi abiti, ben diversi da quelli sgargianti che normalmente il pubblico è abituato a vedergli addosso.

Un’altra impresa produttiva all’italiana, tanta fatica per realizzare un progetto che ha visto Valerio Mastrandrea impegnato anche come co-produttore dell’ultimo minuto e i soliti dubbi che accompagnano l’opera prima di un autore esordiente (molto valido), con la speranza che lo sforzo venga ripagato dall’interesse del pubblico. Il film, distribuito in trenta copie in tutta Italia da Cinecittà Luce sarà al cinema da venerdì 13 novembre.

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Marpiccolo. Regia di Alessandro di Robilant. Dal 6 novembre al cinema

Posted in Cinema con i tag , , on Novembre 5, 2009 by Dario Adamo

Di Gomorra non c’è una sola in questo benedetto assurdo belpaese. Di quartieri difficili e periferie desolate dove la scuola dell’obbligo è pratica facoltativa e i modelli culturali si collocano a metà tra vita di strada e televisione commerciale, ce ne sono tanti giù al sud. Cambiano i dettagli di un paesaggio tutto sommato simile o l’accento di un dialetto duro che spesso sputa parole amare, ma la sostanza rimane la stessa, a Napoli come a Taranto.

Nel quartiere di Paolo VI, nella zona sud di Taranto, vive Tiziano (Giulio Beranek), sveglio ma capoccione ragazzo di strada che troppo spesso preferisce sbrigare i lavoretti per il boss locale (Michele Riondino) piuttosto che andare a scuola come fanno abitualmente i suoi coetanei. A casa non sempre riesce a trovare Franco (Nicola Rignanese) suo padre, troppo indaffarato a sperperare il corrispettivo della sua cassa integrazione in videopoker-mangiasoldi, mentre Maria (Anna Ferruzzo), sua madre, cerca di tenere a bada ciò che resta della famiglia e cioè la piccola Lucia, tra i problemi dentro casa e la contestazione fuori a causa dell’ultimo ripetitore telefonico foriero di altri possibili tumori in città, come se l’impianto industriale dell’ILVA non fosse già abbastanza. Tiziano dietro quell’aspetto da burbero si dimostra anche capace di amare: ha una ragazza, Stella (Selenia Orzella), che tra mille difficoltà cerca di volergli bene, con sincerità, ma stare dietro a Tiziano non è cosa facile. Attorno a lui poi ci sono la professoressa d’italiano Costa (Valentina Carnelutti) e l’educatore di origini romane De Nicola (Giorgio Colangeli) che in qualche modo cercano di dargli una spinta per rimetterlo in carreggiata, ma la sua strada, come quelle di Paolo VI, è molto dissestata e prendere una buca, a volte una voragine, è troppo facile.

Marpiccolo, tratto dal libro di Andrea Cotti dal titolo “Stupido” e presentato in concorso al Festival Internazionale del film di Roma 2009 nella sezione “Alice nella città” si serve della realtà amara delle periferie di Taranto per ricostruire una vicenda tanto individuale quanto collettiva, la repressione di un ragazzo di strada che è la voce sopra le righe delle difficoltà di un quartiere, di una borgata dimenticata dallo stato e dalle forze politiche. Il regista Alessandro di Robilant, lo stesso del fortunato Il giudice ragazzino, sceglie di affidare questa storia a un cast formato in parte da attori non professionisti, a partire dallo stesso protagonista Giulio Beranek, esordiente con un passato da calciatore professionista in Grecia e trapezista circense qui in Italia che vive a Taranto da anni.

Della stessa città sono anche molti degli altri interpreti che si muovono sul set naturale che conoscono bene e che diventa personaggio anch’esso, un “mare piccolo” e un po’ inquinato che si apre lasciandosi alle spalle le costruzioni di periferia, le strade impervie e i piccoli ambienti malavitosi da dove Tiziano vorrebbe scappare, ma che poi lo risucchiano senza lasciargli aria.

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Oggi Sposi. Regia di L.Lucini. Con Luca Argentero, Carolina Crescentini, Filippo Nigro. Dal 23 ottobre al cinema

Posted in Cinema on Ottobre 22, 2009 by Dario Adamo

E’ opinione ormai diffusa che l’accostamento degli elementi attori famosi, genere commedia e ambientazione provinciale o esotica inquadrato nel macro genere del cinema commerciale dia come risultato un’altra (odiosa e cacofonica) formula: il cinepanettone e, nella sua declinazione estiva, il cine-cocomero. Per fortuna la commedia in Italia sta cercando di rifarsi un’identità ed è così che di questi tempi è possibile trovare prodotti migliori, diversi e più apprezzabili.

Uno di questi casi è Oggi Sposi, presentato fuori concorso al Festival di Roma e da venerdì 23 ottobre in programmazione nelle sale italiane. Si tratta di una commedia corale, la storia di quattro coppie a un passo dalle loro nozze e ognuna alle prese con più di un problema. Nicola (Luca Argentero) è un poliziotto di origine pugliese che ha intenzione di sposare la bella figlia (Moran Atias) di un ambasciatore indiano che, per le nozze della sua creatura, pretende una celebrazione secondo il rito indù. Il problema sarà convincere l’altra parte chiamata in causa per il grande giorno e cioè Sabino (Michele Placido), padre contadino e alla vecchia maniera di Nicola, che al pranzo di nozze non vuole vedere sulla tavola riso e curry, ma orecchiette alle cime di rapa e vino di casa. Per Salvatore e Chiara (Dario Bandiera e Isabella Ragonese) invece il problema è contingente: essendo una giovane coppia di precari non possiedono proprio le risorse necessarie per organizzare il loro grande giorno così come vorrebbe la famiglia di lui, che lo crede un ricco e affermato cuoco. La soluzione che escogitano insieme è quella di imbucarsi ad un altro matrimonio, quello che si celebrerà in un famoso castello tra la soubrette Sabrina (Gabriella Pession) e il presunto ricco uomo d’affari Attilio Pennacci (Francesco Montanari). Quest’ultimo però non sa di essere al centro di un’indagine di polizia, guidata dal PM Fabio Di Caio (Filippo Nigro) anche lui a sua volta invischiato in alcune beghe sentimentali, convinto a dissuadere il proprio padre (Renato Pozzetto) troppo anziano per amare una bella ma pericolosa ventitrenne (Carolina Crescentini). Quattro matrimoni quantomeno agitati verranno celebrati lo stesso giorno e di tradizionale ci sarà ben poco…

Dietro queste storie c’è lo zampino di più persone che hanno collaborato per un progetto ambizioso e narrativamente impegnativo: l’idea iniziale è di Fausto Brizzi e Marco Martani che hanno lavorato insieme all’ormai noto sceneggiatore bolognese Fabio Bonifacci (Si può fare, Diverso da chi?, Notturno Bus…) riuscendo a confezionare una commedia abbastanza divertente ed efficace che non volgarizza troppo i suoi personaggi anche quando questi si esprimono in dialetto o fanno pernacchie.

A debita distanza dunque dai successi commerciali di De Sica e Boldi, il regista Luca Lucini e il suo team cercano ispirazione più nei canoni della commedia all’italiana classica, fatta di equivoci ben congeniati e basata su un’interpretazione attoriale più contenuta, ma incisiva (un inedito Placido campagnolo pugliese affiancato da un ottimo Francesco Pannofino tra gli altri) senza la ricerca forsennata della risata grassa o l’insistenza ossessiva su cosce lunghe e forme rotonde (che comunque non mancano).

Un film programmaticamente commerciale, ma che cerca di ridare significato a questa parola, guardando alla realtà ed esasperandone miratamente alcuni aspetti, dalla convivenza di culture diverse in uno stesso paese alla filosofia tutta televisiva del basta apparire per sentirsi vivi. Un (piccolo) passo in avanti per il cinema di massa (alla ricerca di qualità).

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Viola di Mare. Regia di Donatella Maiorca. Con Isabella Ragonese, Valeria Solarino, Ennio Fantastichini

Posted in Cinema on Ottobre 22, 2009 by Dario Adamo

In una piccola isola non lontano dalla Sicilia (Favignana) dove si estrae tufo e si vive di pesca, due donne sono colpevoli d’amarsi. E’ da poco passata la prima metà del diciannovesimo secolo e di cose “strane” nessuno ne ha mai viste, né sentito parlare. Le donne stanno a casa, gli uomini si spaccano la schiena tutto il giorno e i fidanzamenti sono imposti dalle famiglie, senza possibilità di replica. Ma qualcuno lì si ama di un amore forte, anomalo, ed è disposto a sconvolgere tutto e tutti pur di coronare il proprio sogno.

Angela e Sara (Valeria Solarino e Isabella Ragonese) sono le protagoniste di Viola di Mare, film diretto dalla regista siciliana Donatella Maiorca che dopo la partecipazione in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma è adesso in programmazione nelle sale italiane. Liberamente tratto dal romanzo “Minchia di Re” del giornalista e scrittore Giacomo Pilati, il film racconta la storia di Angela, figlia del burbero Salvatore, uomo di fiducia del barone dell’isola e responsabile della maggiore attività di sostentamento del paese, l’estrazione del tufo. Salvatore non ha mai accettato Angela, primogenita femmina, alla quale avrebbe preferito un bel figlio maschio, degno di proseguire la sua attività. E invece Angela non solo è del sesso sbagliato, ma ama anche la persona sbagliata e cioè un’altra donna, Sara, la sua prima compagna di giochi. Ciò causerà la repressione severa da parte del duro Salvatore che terrà isolata la povera figlia, “malata” e fuori di senno. La metamorfosi anagrafica e sociale, possibile grazie a un conto in sospeso con il parroco del paese, è l‘unica soluzione che permette alle due donne di vivere insieme e avere una vita ”normale”. Ma una scelta così non potrà che avere delle conseguenze, il caro prezzo da pagare per aver dato ascolto al proprio cuore…

Dopo il suo esordio cinematografico con Viol@ e tanta televisione, Donatella Maiorca torna dietro la macchina da presa scegliendo un bellissimo paesaggio (le campagne messinesi nei pressi di Capo d’Orlando e la stessa isola di Favignana) per raccontare una storia difficile, ispirata a fatti realmente accaduti nella Sicilia del 1800 e che sembra pensata apposta per uscire all’indomani della bocciatura alla camera della legge anti-omofobia. Oggi come ieri, a Favignana come a Roma, si tratta  della difficoltà di amare una persona dello stesso sesso con coraggiosa sfrontatezza, scelta di vita che qui, grazie soprattutto alla pregevole interpretazione delle due attrici protagoniste, è messa in scena con il giusto equilibrio in quanto a intensità emotiva, senza esasperazioni uterine né stereotipi di genere.

Un progetto difficile da portare a termine, ma mandato avanti grazie alla perseveranza delle tre  produttrici (Giovanna Emidi, Silvia Natili e la più nota Maria Grazia Cucinotta che interpreta anche una parte nel film) e di Giulio Violati, sorretti in questo da Cinesicilia e la Sicilia Film Commission, realtà sempre più presenti nel supportare progetti cinematografici realizzati nell’isola. Una “sfida” che già nel primo week end di programmazione ha avuto un riscontro positivo da parte del pubblico e che promette di far riaccendere il dibattito sui temi caldi dell’ultimo periodo, dalla violenza omofoba all’eguaglianza dei diritti.

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Di me cosa ne sai. Un documentario di Valerio Jalongo

Posted in Cinema on Ottobre 18, 2009 by Dario Adamo

“C’era una volta il cinema italiano…” potrebbe essere il sottotitolo più adatto per il documentario di Valerio Jalongo presentato con successo alle Giornate degli Autori dell’ultima edizione del Festival del cinema di Venezia e in programmazione in questi giorni al Cinema Lumière di Bologna.

Di me cosa ne sai parte da un interrogativo tutto sommato semplice: “Perché il cinema italiano che fino agli anni sessanta e settanta dominava la scena internazionale con produzioni importantissime e una florida industria cinematografica nazionale, d’improvviso entra in fortissima crisi facendo scappare via i produttori più importanti e decretando l’inizio della fine per registi, autori ed esercenti?” Jalongo cerca le risposta a questa domanda, trovando nei protagonisti di quegli anni, da Dino De Laurentis a Mario Monicelli, testimonianze concrete, affermazioni dure e rivelazioni sincere, facendo emergere le cause di uno dei tanti misteri italiani di quegli anni che questa volta non si macchiano di sangue, ma solo del nero di una realtà troppo amara. Nel presente l’autore trova invece un manipolo di registi che qualche anno fa si erano riuniti per discutere insieme le difficoltà di fare cinema oggi, come quelle incontrate da Felice Farina che per i quasi ottanta minuti del film accompagna lo spettatore nella sua disavventura personale mentre cerca di “sbloccare” il suo film, fermo a causa di strane beghe produttive da più di quattro anni.

Ciò che emerge è la storia di un declino che ha la sue radici in accurate scelte politiche che porteranno l’Italia, cinematografica e non solo, a un lento sfiorire, vittima sacrificale di un carnefice chiamato televisione commerciale. Il regista rispolvera retrospettivamente anche antiche querelle che appaiono oggi fondamentali per capire quel declino, come la lotta di Federico Fellini contro le interruzioni pubblicitarie volute da Silvio Berlusconi, una battaglia sostenuta dal PCI al grido di “Non si spezza una storia, non si interrompe un’emozione”, la sfida ad una dinamica televisiva a cui oggi il pubblico è ormai abituato ma che allora gli autori cercavano di combattere con tutte le loro forze.

L’irruenza della televisione che spazza via la poesia del cinema, svuotando progressivamente le sale e confinando gli spettatori a scelte preimpostate di largo consumo e bassa qualità, dove a comandare resta soltanto l’Auditel, sigla funesta che seleziona sconsideratamente cosa gli italiani debbano vedere sui propri teleschermi

Un documentario intenso la cui gestazione è durata molto tempo a causa di impedimenti legati ai diritti d’autore e a questioni d’archivio, ma anche un’opera che era stata concepita inizialmente come un lavoro corale sul cinema italiano e che con il tempo è diventata un’attenta analisi individuale, un’appassionata ricerca tesa a comprendere cosa abbia sostituito quello che una volta era il cinema più bello del mondo. Un bel documento per gli appassionati di storia del cinema e un motivo in più riflettere su alcuni cambiamenti importanti che hanno caratterizzato il passato e che non smettono di influenzare quello che siamo oggi non solo come pubblico, ma anche come società (che voglia ancora definirsi) civile.

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La Voce Stratos. Un documentario di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato

Posted in Cinema on Ottobre 5, 2009 by Dario Adamo

Un uomo dalla voce inconfondibile o forse una voce che è riconducibile solo e soltanto ad una persona: Demetrio Stratos. Parte dalle sue indiscutibili e multiformi qualità canore il documentario “La Voce Stratos” arrivando a delineare accuratamente il profilo artistico di quello che è stato il cantante di uno dei gruppi più “off” del panorama musicale degli anni settanta, gli “Area”.

I registi indipendenti torinesi Luciano d’Onofrio e Monica Affatato dopo più di quattro anni spesi a trovare i fondi necessari per realizzare questo documentario, rendono così omaggio a un’icona della musica contemporanea, ricordata più all’estero che in Italia, percorrendo il doppio binario dell’analisi storico-culturale di un periodo che ha trovato nello sperimentalismo una nuova forma di comunicazione efficace e quello dell’approfondimento “scientifico”di un fenomeno, quale era la voce di Stratos, che ha incuriosito medici e specialisti.

Grazie alle interviste ad alcuni dei protagonisti della scena musicale a artistica di quegli anni (Tavolazi, Tofani, Fariselli,Rocchi, Guarnaccia per citarne solo alcuni) e alle immagini di repertorio relative sia alle interpretazioni degli Area e dei Ribelli (primo gruppo di Stratos) che alle manifestazioni più importanti del periodo, da Parco Lambro alla “presa” di Radio Alice, i due registi torinesi ricostruiscono con grande intensità visiva l’evoluzione artistica di Stratos che è corrisposta fin dall’inizio all’affacciarsi delle nuove avanguardie artistiche del tempo, dal progressive alla musica sperimentale di John Cage. Particolare attenzione è rivolta all’incredibile lavoro di ricerca che lo stesso Stratos ha affrontato negli anni per sviluppare tutte le possibilità che la sua voce gli ha offerto e con la quale ha potuto spaziare e innovarsi, senza sosta, fino alla sua scomparsa avvenuta prematuramente nel 1979.

Una ricerca costante che ha portato lo stesso Stratos a essere ricordato come colui che ha fatto della propria voce uno strumento musicale, spingendola fino all’estremo delle sue potenzialità, e che ha messo gli specialisti di otorinolaringoiatria difronte a un mistero scientificamente inspiegabile: nel riuscire a padroneggiare tranquillamente diplofonie, trifonie e quadrifonie (due, tre e quattro suoni contemporaneamente emessi con la voce) Stratos raggiungeva i 7000 Hz, quando il massimo “concesso” a un essere umano si fermerebbe attorno ai 1040 Hz.

“Raccontare la voce di Stratos per capire cos’è la voce umana” è stato uno degli obiettivi che ha spinto i due filmaker piemontesi a realizzare questo documentario unitamente alla voglia di ricordare un’intellettuale a 360 gradi che spaziava dalla musica, alla poesia alle performance vocali più estreme. Un grande aiuto in termini produttivi è arrivato dall’assessorato alla cultura della Regione Emilia Romagna che è già all’opera per l’organizzazione di una giornata interamente dedicata alla memoria di Demetrio Stratos, curata da Stefano Tassinari. La data è stata stabilita provvisoriamente per il 20 gennaio 2010 presso L’I.T.C di San Lazzaro e si avvarrà della partecipazione di molti amici e conoscenti del performer degli Area. L’iniziativa varrà anche come seconda occasione per assistere alla proiezione del documentario di Luciano D’Onofrio e Monica Affatato che per il momento è in programmazione al Cinema Lumiere solamente per la serata del 6 ottobre alle ore 20.00.

Luca Vullo e Roy Paci insieme per un progetto tutto siciliano

Posted in Cinema on Settembre 30, 2009 by Dario Adamo

Sono partite le riprese del cortometraggio diretto dal regista Luca Vullo e interpretato dal noto artista musicale Roy Paci. Girato interamente in Sicilia, tra Caltanissetta e le province di Palermo e Messina, questo progetto vede coinvolto un cast tutto locale ed è stato prodotto grazie all’interessamento di vari privati e associazioni.

Dopo l’incredibile successo ottenuto in Italia e all’estero con il documentario “Dallo zolfo al carbone” Luca Vullo si lancia così nel mondo della finzione cinematografica trovando in Roy Paci l’interprete ideale a cui affidare il ruolo di protagonista principale. Per il musicista siciliano autore di brani famosi quali “Giramundo” e “Toda Joia, Toda Beleza”, si tratta infatti della prima esperienza in qualità di attore cinematografico.

Unione di intenti, comune visione della realtà e un entusiasmo condiviso fin da subito hanno spinto i due artisti a collaborare insieme per un progetto che si propone il duplice obiettivo di divertire con una commedia dal sapore dolceamaro e di rilanciare la creatività made in sicily coinvolgendo talenti provenienti da ogni angolo dell’isola.

La troupe è attualmente impegnata nelle riprese che dureranno fino all’inizio della prossima settimana, mentre il lancio ufficiale del cortometraggio è previsto entro la fine del 2009.

A Single Man. Regia di Tom Ford. Con C. Firth, J. Moore, M. Goode

Posted in Cinema con i tag , , on Settembre 11, 2009 by Dario Adamo

Se tutti i trasferimenti da un settore artistico all’altro dessero questi risultati non avremmo più quello scetticismo fisiologico che accompagna  l’attesa di una nuova opera prima. Di scrittori che mettono da parte la penna per impugnare una camera da presa ne abbiamo visti tanti, ma di stilisti che si danno alla settima arte “confezionando” ottimi film pare sia una novità. Una bella novità.

Tom Ford, famoso per aver rinnovato con successo le case di moda Gucci e Yves Saint Laurent ha debuttato questa mattina al Festival di Venezia con il suo primo film A Single Man, convincendo pubblico e addetti ai lavori.

Los Angeles, 1962. George Falconer (Colin Firth), inglese d’origine e stimato professore universitario subisce la grave perdita del suo compagno (Matthew Goode) e si ritrova a riflettere sulla sua vita, ciò che il passato gli ha dato, ciò che il presente gli ha strappato e ciò che resta del futuro e si chiede che valore abbia continuare a vivere. A confortarlo c’è Charley (Julianne Moore) un’amica di vecchia data non lontana dalle medesime preoccupazioni, ma che cerca di stare vicino all’amico dolente. A questi si aggiunge anche un giovane studente di George, Kenny (Nicholas Hoult) che scorge nel suo professore la profondità di una persona unica, una guida capace di instradarlo e rispondere alle sue domande.

Trattandosi di uno stilista di nota fama pochi avrebbero dubitato sul risultato estetico del film, sobrio ed intenso, curato nella messa in scena ed impreziosito da una pregevole fotografia a cura del giovane spagnolo Eduard Grau. A partire dal romanzo di Christopher Isherwood, Tom Ford con l’aiuto di David Scearce per la sceneggiatura, regala al pubblico del festival una storia d’amore umana, mai scontata e profonda che non resta intrappolata su se stessa ma si presta ad una più ampia riflessione sul senso d’isolamento e sul dolore della perdita.

Alla conferenza stampa di questa mattina l’attore principale Colin Firth ha smorzato i toni di chi lo consacra già come l’interprete della migliore storia d’amore gay raccontata recentemente. Esprimendosi in un italiano che ha lasciato piacevolmente sorpresi i giornalisti presenti, Firth ha voluto sottolineare che “ il film narra di una storia d’amore finita dolorosamente ma che potrebbe essere tranquillamente quella di una coppia eterosessuale. Quel dolore potrebbe essere lo stesso provato da una moglie che perde improvvisamente suo marito”.

A coloro che invece hanno posto domande riguardo questo cambiamento che lo ha portato dietro una camera da presa, il regista Tom Ford risponde innalzando il cinema all’arte per eccellenza: “Il cinema è espressione artistica pura che resta per sempre, mentre la moda è più uno sforzo commerciale, qualcosa di volatile e passeggero”. Non sono stati pochi coloro che hanno pronunciato le fatidiche parole “Leone d’oro” riguardo all’opera di Ford, mentre per altri resta ancora Lebanon il candidato più probabile. Meno di un giorno e il Festival avrà finalmente un suo vincitore.

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Il Grande Sogno debutta al Festival di Venezia

Posted in Cinema on Settembre 9, 2009 by Dario Adamo

Di Sessantotto si è già detto tanto e in fondo ognuno ha avuto modo di fare sentire la propria voce. Negli anni se ne sono evidenziati limiti, esaltate gesta o criticati certi estremismi. Molti si sono interrogati sull’eredità di quel periodo tanto accesso, dando ognuno la propria versione. Oggi al lido di Venezia è toccato a Michele Placido che con il suo ultimo film Il Grande Sogno ha virato decisamente verso l’interno e ha ricostruito la sua esperienza personale ponendola sullo sfondo di quegli avvenimenti. Chi si aspettava un film “sul” Sessantotto ha sbagliato proiezione o semplicemente ne è rimasto deluso, ma anche chi si aspettava qualcosa di diverso batte timidamente le mani ed esce dalla sala alquanto perplesso.

Il protagonista è Nicola (Riccardo Scamarcio) giovane poliziotto che proviene da un piccolo paese della Puglia e che è intenzionato a diventare un attore. Arrivato a Roma si ritrova infiltrato nella aule universitarie per capirne di più su quelle agitazioni studentesche, ma destino vuole che si innamori di una bella e intelligente ragazza di buona (e borghese) famiglia, tale Laura (Jasmine Trinca) occhialuta ed intrigante. Di mezzo c’è anche uno dei leader della rivolta giovanile, Libero (Luca Argentero) di nome e di fatto, sempre impegnato con manifestazioni e scioperi, dalla Sicilia a Torino. Il tempo passa e le cose si complicano, qualcuno si mette nei guai con le contestazioni politiche facendo amareggiare famiglia e parenti e qualcun altro studia Shakespeare sognando una vita da attore. Il vero Grande Sogno alla fine è quello, a cambiare il mondo ci penserà qualcun altro.

A scontrarsi in questo film  non sono solo gli studenti contro i poliziotti armati di manganelli, ma anche la necessità di dovere ricostruire una vicenda privata sullo sfondo di un pezzo di storia troppo imponente per essere dipinto con originalità. L’intenzione di restare fedeli nei confronti dei fatti realmente accaduti c’è tutta, con tanto di scena dedicata agli scontri di Valle Giulia, uova e pomodori compresi, ma l’impressione è quella di avere assistito a una storia raccontata fin troppe volte per colpire veramente. Un ritratto sincero, ma troppo ambizioso e forse poco profondo.

A chi cerca di sollevare questioni riguardanti le sfumature politiche, il regista durante la conferenza stampa ci tiene a sottolineare che non era sua intenzione redigere un documento storico “Questo è un film assolutamente personale dove racconto la mia storia, un ragazzo del sud che vuole fare l’attore e quella di altre persone esistite veramente e che mi sono state affianco durante quel periodo”. Quando poi una corrispondente estera gli chiede la relazione che c’è tra una storia “di sinistra” e la distribuzione da parte della berlusconiana medusa, il regista perde completamente le staffe chiudendo brutalmente l’incontro con la stampa: “E con chi c… lo dovevo fare? Io non l’ho mai votato, voto dall’altra parte, il produttore con cui ho lavorato è Pietro Valsecchi, non il presidente del Consiglio. Voi inglesi fate le guerre e i film sulla guerra… ma andate a quel paese!”.

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Lebanon. Regia di Samuel Moz. Con O.Cohen, M, Moshonov

Posted in Cinema con i tag , , on Settembre 8, 2009 by Dario Adamo

Un carro armato valica il confine libanese, in avanscoperta verso una zona già rasa al suolo dai servizi aerei israeliani. Quattro soldati alle prime armi e non in senso metaforico, ma con le dita sui grilletti di armi pronte a colpire persone vere e non bersagli da esercitazione. Tutto il panico vissuto da chi in guerra non c’è mai stato, ma costretto dal servizio di leva viene catapultato nell’inferno terreno, fatto di blitz e di bombe al fosforo. Vorrebbe scappare ma non può farlo, chiuso in pochi metri quadrati corazzati che lo dovrebbero difendere dal fuoco nemico. Un desiderio da esprimere: dire alla propria madre che sta bene e che tornerà presto.

Il regista israeliano Samuel Maoz sceglie un film di guerra intenso e claustrofobico per farsi conoscere dal pubblico internazionale e il lido di Venezia non poteva risultare migliore vetrina. Il film proiettato ieri pomeriggio alla sala darsena ha convinto il pubblico presente e non è esente da possibili riconoscimenti da parte della giuria del Festival.

Lebanon è il risultato di ciò che questo regista esordiente ha vissuto vent’anni fa’ quando si è trovato coinvolto nel conflitto libanese mentre “scontava” i suoi mesi di leva e che finalmente si è potuto trasformare in un film. L’esperienza della guerra è qui narrata attraverso le paure e le angosce di quattro giovani soldati senza alcuna esperienza che trascorrono ventiquattro ore nel panico di non sapere se quell’attacco si è trasformato in un incubo senza via di scampo. La macchina da presa si muove esclusivamente all’interno del mezzo da dove i soldati si scambiano ordini e paure, tra gesti di disperato cameratismo e incontrollabili slanci di nervi. “Il carro armato era diventato un personaggio alla stregua di tutti gli altri” ha detto a proposito il regista durante la conferenza stampa del film che è seguita alla proiezione.“Parte fondamentale del mio lavoro è stato mettere gli attori in un particolare stato emozionale che evidenziasse quell’angoscia che prova chi si ritrova nel bel mezzo di una guerra che non capisce”.

Una grande prova attoriale per i quattro interpreti protagonisti della vicenda e in generale un ulteriore segnale positivo che viene da certo cinema israeliano in grado di confrontarsi adeguatamente con eventi non certo facili da affrontare, tenendosi a debita distanza da facili pietosismi e senza scadere pedantemente nel machiettismo bellico.

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