Il Gioiellino

Posted in Cinema on marzo 2, 2011 by Dario Adamo

Regia di Andrea Molaioli. Con Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Lino Guanciale, Fausto Maria Sciarappa

 

Crac Parmalat. Qualche tempo fa queste due semplici parole riempivano i titoli dei maggiori quotidiani e dei principali telegiornali del paese, anticipando i vari approfondimenti su una delle truffe nostrane più tragicamente note. Oggi quelle due parole si trasformano, cambiando forse un po’ la forma, ma non la turpe sostanza di quella storia che al cinema giunge ora con il nome de “Il gioiellino”.

Sebbene infatti sia solo ispirato ai fatti realmente accaduti al colosso di Callisto Tanzi & co., il nuovo film di Andrea Molaioli (giovane regista noto ai più per il suo sorprendente esordio con “La Ragazza del lago”) è di fatto la messa in scena cinematografica del susseguirsi delle vicende che portarono al definitivo “crac” la Parmalat s.p.a.

Amanzio Rastelli (Remo Girone) è infatti il fondatore e presidente di una grande azienda agro-alimentare, la Leda, che trova nel latte il suo core-business più redditizio. Affiancato da arguti collaboratori, come il fedele amministratore ragionier Ernesto Botta (Toni Servillo) e la giovane e raggiante nipote Laura Aliprandi (Sarah Felberbaum), Rastelli inizia la sua scalata verso un successo economico tanto imponente e internazionale, quanto difficile da gestire e contenere senza dover incorrere in compromessi ai confini con la legalità. Da qui l’inizio di un gioco sempre più sporco che porterà al collasso l’improba società e di conseguenza i numerosi ignari investitori italiani.

In primo piano la cronaca ri-arrangiata e sapientemente adattata alle esigenze del grande schermo di un fatto che è stato il preambolo di una grande crisi economica di cui tutt’oggi avvertiamo pesantemente le conseguenze. Sullo sfondo una provincia che si fa specchio di un intero paese, con i suoi costumi squallidi, gli accordi sottobanco, il benessere di facciata e il do ut des come regola cardine e principio dominante. L’immagine di come siamo stati (presi in giro), e di come ancora non ci siamo stancati di essere trattati (pedine di un gioco di cui non controlliamo nessuna mossa).

Nel ricostruire questo quadro, eguale ripartizione di meriti: bravo Molaioli assieme ai due sceneggiatori (Ludovica Rampoldi e Gabriele Romagnoli) che hanno predisposto un terreno solido all’interno del quale far muovere dei personaggi del tutto verosimili e coerenti; bravo il solito Luca Bigazzi nel confezionare una fotografia coerente tanto con la messa in scena, quanto con il “tono” globale del film; bravi gli attori (una certezza ormai Servillo, calzante l’interpretazione di Tanzi/Girone) nel non scadere nel parodistico o nel grottesco, ma restando il più possibile coerenti con quella realtà a cui si è deciso di far riferimento.

Un encomio speciale e dovuto, infine, a Indigo Film: se è possibile oggi parlare di qualità per il cinema italiano (tra gli autori supportati da Indigo oltre a Molaioli, l’ormai accreditato Sorrentino e un altro giovane talentuoso come Pietro Marcello), ciò è dovuto anche e soprattutto al lavoro svolto dalla casa di produzione dei vigili Francesca Cima e Nicola Giuliano.

La bellezza del somaro

Posted in Senza categoria on dicembre 24, 2010 by Dario Adamo

L’educazione dei figli sembra un tema caldo, a giudicare dalle ultime cose viste al cinema di questi tempi: Guido Chiesa si è recentemente posto tale problema in Io sono con Te, nel quale affrontando audacemente i primi anni di vita di Gesù Cristo, ha ipotizzato che l’immensa umanità del figlio di dio derivi proprio dal modo in cui è stato allevato ed educato da Maria. All’ultimo festival di Torino, nella selezione ufficiale in concorso, l’argentina Anahì Berneri in Por Tu Culpa si è invece misurata con le difficoltà e i problemi di una giovane mamma, sola, alle prese con due figli e un incidente, pretesto quest’ultimo dal quale è partita per innescare una struggente e delicata riflessione sull’attuale condizione dei genitori, adulti a volte troppo immaturi e poco preparati o più semplicemente indaffarati, impegnati, distratti.

Muove dalle medesime problematiche e dagli stessi temi Sergio Castellitto, ma nel farlo colora tutto con i toni accesi della commedia, confezionando una storia dei giorni nostri, dove tra genitori in crisi (con sé stessi prima, con gli altri poi) e figli troppo cresciuti non si capisce bene chi ha più responsabilità sulla cattiva condotta dell’altro.

Marcello Sinibaldi (Castellitto) è un architetto cinquantenne “figaccione” e divertente, sposato con la più timida e riservata Marina (Morante), psicoterapeuta presso un dipartimento di disperati in cerca di un mentore. I due hanno una figlia, Rosa, diciassettenne brava a scuola, ma volubile e capricciosa che sorprende tutti con la scelta del suo ultimo partner: Armando (Jannacci) infatti non è il solito ragazzo spinellato e un po’ insicuro, ma un anziano signore di circa settant’anni colto, profondo ed estremamente saggio. Con il pretesto del ponte dei morti la famiglia Sinibaldi, in compagnia della rigida governante polacca, di due coppie di amici con relativi figli e l’inaspettato Armando, passerà un tranquillo week-end di follia nella propria tenuta di campagna all’insegna dell’anticonformismo, utile, forse, a risanare e riequilibrare le proprie relazioni e a ripensare da principio i loro rispettivi ruoli.

Al centro della Bellezza del Somaro c’è l’indagine su quelli che lo stesso Castellitto, in occasione dell’anteprima bolognese del film, definisce “due mestieri ugualmente difficili da svolgere, quello di genitori e quello di figli”. I primi tutti indaffarati a salvaguardare quello che resta dell’età che avanza e in qualche modo alla pallida ricerca della giovinezza fuggita e perduta, mentre i secondi dietro i comportamenti ribelli e rivoltosi nascondono soltanto molta voglia di essere compresi, ascoltati e, perché no, anche rimproverati e sgridati a tono.

Per la terza volta dietro la camera da presa, Castellitto si fa apprezzare oltre che per la sua appassionata interpretazione nei panni di un genitore un po’ distratto ma tutto sommato molto volenteroso, anche per le sue doti da “novello”regista: molti i lunghi piani-sequenza, soprattutto nella parte finale, in cui gli attori misurano gesti e movimenti in maniera del tutto funzionale al tono un po’ surreale e in parte grottesco che il film assume via via che il racconto prende forma, senza tuttavia danneggiare il tema verosimile sviluppato dal film. Si ride insomma tanto per le battute figlie di una buona sceneggiatura (a cura di Margaret Mazzantini che detiene la maternità del soggetto originale), quanto per le torte in faccia o le scene slapstick di alcuni dei personaggi. Divertente tra i divertenti, Marco Giallini nel ruolo dell’amico di vecchia data di Castellitto-Sinibaldi e anch’egli alle prese con una paternità un po’ scomoda e improvvisata.

 

 

Precious. Al cinema dal 26 novembre

Posted in Cinema with tags , , , , , on novembre 22, 2010 by Dario Adamo

Claireece Jones, “Precious” per le amiche, che per la verità sono molto poche. Per una ragazza di sedici anni, di colore e con svariati chili di troppo non è infatti facile farsi accettare da coetanei poco maturi e molto sgarbati, che passano il loro tempo a trovare l’insulto più colorito tra le poche centinaia di parole che conoscono. Se poi vivi ad Harlem, sei stata messa in cinta due volte da tuo padre, mentre tua madre ti reputa un’inutile peso di troppo (non solo per i chili in eccesso) e si rivolge a te con parolacce e ulteriori gratuite violenze, risulta davvero difficile coltivare sane amicizie e relazioni durature. Per fortuna che la vita è fatta anche di piccole sorprese, incontri e casi fortuiti che aprono il ventaglio delle possibilità, offrendo la carta del riscatto laddove prima c’era solo rassegnazione.

Tratto dall’omonimo romanzo di Sapphire, Precious, opera seconda dell’apprezzato e apprezzabile Lee Daniels (autore di Shadowboxer nel 2005 e produttore di Monster’s Ball nel 2002), guarda senza paura al buio sottobosco delle violenze domestiche potando sul grande schermo una storia che non è solo racconto di formazione, ma dramma contemporaneo a tinte forti i cui colori primari non seguono tuttavia la regola che si insegna a scuola ai bambini. In Precious infatti sembra che il rosso degli abusi incestuosi e della prepotenza manesca e violenta si mescoli al nero di un’America che ancora discrimina per questioni di genere oltre che di pelle, dando vita a un verde che è solo torbida speranza per un futuro migliore, pallida opportunità di farcela con immensi sacrifici e non poche difficoltà. In filigrana, trasparente ma non troppo, il problema dell’apparenza, dell’immagine, del piacere e del piacersi supportato dalla scelta (tutta visibile) di porre da un lato icone sexy al maschile e al femminile (nel cast anche Mariah Carey e Lenny Kravitz) e dall’altro le protagoniste di una tragedia alimentare oltre che familiare, le apprezzatissime e abbondantissime Mo’nique (premio oscar come miglior attrice non protagonista) e Gabourey Sibide, debuttante all’altezza del suo ruolo.

Accompagnato dall’uscita italiana del libro, pubblicato da Fandango Libri, Precious arriva nel nostro paese dopo aver rastrellato innumerevoli consensi in giro per il mondo (circa sessanta premi in trentotto festival internazionali tra cui due Oscar, un Golden Globe e tre riconoscimenti al Sundance) e sarà al cinema dal 26 novembre.

A Bologna, presso il Cinema Lumière, Precious sarà presente in anteprima nazionale (in collaborazione con Fandango Distribuzione) per una doppia proiezione: alle ore 20.45 in Sala Officinema/Mastroianni (riservata ai partecipanti del ForFilmFest) e alle ore 21 in Sala Scorsese (aperta al pubblico con ingresso gratuito fino a esaurimento posti disponibili).

Io sono con te. Un film di Guido Chiesa

Posted in Cinema on novembre 19, 2010 by Dario Adamo

L’educazione di un figlio rientra indiscutibilmente tra i doveri più complessi ed insieme entusiasmanti della vita di una donna: costantemente in bilico tra l’istinto a reprimere i comportamenti meno appropriati e la materna consapevolezza che crescere significa, in fondo, sbagliare, la madre assume in sé la responsabilità dello sviluppo di un giovane uomo o di una futura donna, con tutti i dubbi e le perplessità del caso. Cosa significa dunque essere madre, umana e terrena, del figlio di Dio?

Se la storia è estremamente vecchia e notevolmente conosciuta, ciò che cambia in questo film è senza dubbio il punto di vista: tutti conoscono anche per sommi tratti la figura di Maria di Nazareth, la vergine divenuta madre di Gesù per volontà divina, donna pia e immacolata e moglie del falegname Giuseppe, ma pochi si sono preoccupati di indagare quali fossero i modelli pedagogici, le scelte educative e dunque i gesti quotidiani che hanno caratterizzato e influenzato la formazione di Gesù.

Guido Chiesa, regista noto ai più per film quali Il Partigiano Johnny e Lavorare con lentezza, nella precisa intenzione di scansare il rischio della favoletta a sfondo natalizio/religioso (e riuscendoci), parte da un’ipotesi tanto peculiare quanto profonda e intrinsecamente rischiosa: che la profonda umanità di Gesù derivi forse da un’infanzia vissuta all’insegna della libertà individuale e della fiducia nell’umanità di cui Maria è stata fautrice insieme al marito Giuseppe? Per estensione: che il segreto dell’autentica libertà dell’uomo abbia in qualche modo a che fare con l’educazione che si riceve da bambini?

Basato principalmente sul vangelo secondo Luca (che dei quattro è quello che contiene maggiori elementi sulla nascita di Gesù e sulla figura di Maria), ma anche su alcuni testi apocrifi e fortemente influenzato da contributi offerti da alcuni psicoterapeuti e intellettuali contemporanei, Io sono con te è indubbiamente un’opera coraggiosa che mira a ribaltare l’immagine classica di Maria, offrendone al pubblico una decisamente nuova, una donna coraggiosa e responsabile delle sue scelte, ma non per questo irreale o fantomatica. Lo scarto esiste, ma risulta assolutamente accettabile giacché si limita ad approfondire e non a contraddire un rapporto (madre Maria – figlio Gesù) scarsamente indagato e in fondo poco conosciuto, generando inoltre una riflessione più ampia sull’educazione dei figli e sulla relazione, insita nel rapporto genitori-prole, tra obbedienza e fiducia.

Girato in Tunisia, il film di Guido Chiesa, interpretato tra gli altri anche da Fabrizio Gifuni, Giorgio Colangeli e Carlo Cecchi verrà distribuito nelle sale a partire da venerdì 19 novembre con un unico, grande difetto: un doppiaggio italiano piuttosto carente che danneggia peraltro la qualità complessiva dell’opera.

Una Sconfinata Giovinezza. Da venerdì 8 ottobre al cinema

Posted in Cinema with tags , , , , on ottobre 7, 2010 by Dario Adamo

L’amore è un sentimento che, inevitabilmente, si trasforma con il passare degli anni. All’attrazione totalizzante che riempe la vita di coppia da giovani, facendo germogliare lentamente una consapevolezza via via più matura del sentimento, si giunge, nell’arco di una vita, a definire con chiarezza cosa significhi stare accanto a una persona. E così che, nei momenti più difficili e nella malattia in special modo, l’amore può dimostrarsi anche la migliore terapia al mondo e in assoluto il farmaco più efficace.

E ‘la storia di un amore sconfinato, come sconfinata è la giovinezza del suo protagonista maschile, quella dell’ultimo film di Pupi Avati. Lino, tra le firme più importanti della redazione sportiva del Messaggero comincia a manifestare i primi sintomi dell’alzheimer ad esordio precoce a poco più di cinquant’anni. Chicca, sua moglie, diligente professoressa di Filologia Medievale all’Università Gregoriana di Roma, inizialmente non può che sperare che si tratti di semplici cedimenti della memoria dovuti allo stress e alla stanchezza. Dopo accurati esami specifici la realtà si manifesta in tutta la sua devastante durezza: Lino regredirà progressivamente fino a tornare bambino e ai luoghi di quell’età vorrà tornare anche fisicamente. E lo farà, con lo stesso spirito di devozione profonda della moglie intenzionata a prendersi cura di lui come del figlio che non ha mai avuto, per amore.

Superata la leziosità caciarona de Gli amici del Bar Margherita e dopo il tentativo di una riflessione più seria sulla corruzione morale di certa società italiana ne Il figlio più piccolo, il regista bolognese Pupi Avati volta ancora pagina e realizza un film tanto ambizioso quanto difficile, intriso più delle altre volte di autobiografismo (nomi, luoghi e situazioni rilevate dai suoi ricordi giovanili) per parlare al suo pubblico delle implicazioni di una delle malattie più diffuse nel mondo (seicentomila i malati di Alzheimer in Italia oggi) sull’equilibrio di una coppia e, per estensione, di una famiglia moderna.

Pur avvalendosi della collaborazione di attori adeguati al ruolo che devono interpretare (Fabrizio Bentivoglio forse la migliore scelta che poteva essere fatta, Francesca Neri una buona comprimaria) il film sembrerebbe un’operazione (come detto, difficile) riuscita solo in parte: al peso emotivo della storia, tutto sommato abbastanza convincente e intensa, valida sotto molti punti di vista, forse sarebbero dovute corrispondere scelte stilistiche più efficaci e calzanti: una regìa qui e là più controllata, un accompagnamento musicale meno esasperato, soprattutto in certi punti del racconto, e una fotografia complessivamente più omogenea.

Prolificità non sempre significa rigore: non siamo dalle parti di Woody Allen e forse senza l'(auto?)imposizione del ragguardevole impegno di sfornare un film a stagione potrebbe venir fuori qualcosa di più curato, meglio strutturato e, tutto sommato, più completo. In fondo non è mai troppo tardi per cambiare le proprie abitudini.

Sorelle mai. Regia di Marco Bellocchio

Posted in Cinema with tags , , , , on settembre 17, 2010 by Dario Adamo

Difficile tradire le proprie origini, prendere il volo per non tornare più, rendersi sordi al richiamo di casa quando quella casa è l’unica certezza della propria vita, l’appiglio sicuro quando il resto vacilla, la terra sotto i piedi trema e le proprie speranze si infrangono. Anche perché bussando alla porta di quella casa apriranno con un sorriso le stesse persone di sempre, forse un po’ invecchiate nei tratti e rallentate nei movimenti e nelle parole, ma felici di poter brindare a un nuovo ritorno.

E’ una storia di fughe e ritorni quella che vive la famiglia di Sorelle mai, il film di Marco Bellocchio frutto di svariati anni di corsi e laboratori del suo progetto Fare Cinema e ora finalmente ultimato e pronto per essere presentato al pubblico.

A Bobbio le anziane zie Letizia e Maria Luisa (Bellocchio) assistono al continuo andirivieni dei propri nipoti: Giorgio (Pier Giorgio Bellocchio) che si prende amorevolmente cura della nipote Elena, si fa scappare un matrimonio e forse mille altre possibilità a causa della sua indole irrequieta; Sara (Donatella Finocchiaro), madre inizialmente assente di Elena, cerca e trova la sua grande chance per poter dare una svolta alla propria carriera di attrice di teatro e vorrebbe portare con sé la figlia a Milano, ma è a Bobbio che si trova sempre a tornare. Attorno a loro vivono e assistono altrettanto inermi Gianni, amministratore, consigliere, ma soprattutto fidato amico di famiglia e infine, seppur fugacemente, una giovane docente (Alba Rohrwacher) inquilina per caso sotto il tetto delle zie, alle prese con uno scrutinio di difficile soluzione.

Presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia con un buon riscontro da parte di critica e pubblico, Sorelle mai è un film che si regge su regole proprie, originale, anomalo e sperimentale per più di un motivo e fin dalla sua nascita. Si tratta di un lungo work in progress, nato negli anni Novanta e consolidatosi attorno al progetto Fare Cinema, l’insieme di laboratori e incontri che lo stesso Bellocchio ha organizzato per anni, d’estate, a Bobbio e nelle zone limitrofe sui colli piacentini. A partire da un semplicissimo plot di base, le vicissitudini di una famiglia, i cui membri sono gli stessi parenti del regista (le due sorelle, il fratello Alberto e i figli compresa la piccola Elena) sono state girate, negli anni, le varie sequenze da cui poi è venuto fuori questo film “a puntate” del tutto assimilabile a un album composto da istantanee sfuocate ma significative, capaci di rendere i cambiamenti inferti dal tempo che inesorabilmente scorre, trasformando le persone e le relazioni affettive.

Un’opera che dietro la sua apparente semplicità e linearità, nasconde un accurato lavoro di ricerca e di sperimentazione, appunto. Le immagini digitali spesso volutamente, a volte inesorabilmente, sgranate e opache non infastidiscono né deturpano, ma sostengono l’atmosfera continuamente sospesa tra malinconia e speranza, fragilità dell’esistenza e sicurezza, calore delle radici, della famiglia. Da sottolineare il fatto che nonostante il film sia passato di “mano in mano” negli anni, cioè alla sua lavorazione abbiamo partecipato centinaia di persone diverse, viene mantenuta una certa unitarietà e un medesimo volume.

Sorelle mai verrà presentato sabato 18 settembre alle 20.30 presso il Cinema Lumière di Bologna alla presenza del regista Marco Bellocchio che introdurrà la proiezione.

@ Biografilm Festival: Sins of my Father (Pecados de mi padre) di Nicolas Entel

Posted in Cinema on giugno 11, 2010 by Dario Adamo

Un grande peso grava sulle spalle di un architetto di Buenos Aires, Sebastian Marroquin: l’eredità che gli ha lasciato suo padre, Pablo Escobar, il narcotrafficante più potente e pericoloso di tutti i tempi. Un’eredità fatta di sangue, odio e violenza che Sebastian dopo tanti anni sente il dovere di convertire in un appello di pace rivolto alle vittime di una stagione che si vuole superare definitivamente.

Nel corso degli anni ottanta Pablo Escobar riuscì a costruire un vero e proprio impero: a capo del cartello di Medelin, gestiva la totalità della cocaina che si produceva in Colombia e che poi partiva verso gli altri paesi. Spesso era lui stesso che con le sue valigette stracolme di dollari si recava a Miami e concludeva gli affari con altri narcos, tutto alla luce del sole e senza nessun problema. Nella sua enorme villa chiamata “Hacienda Napolis” non era raro vedere animali presi direttamente dalla savana che scorrazzavano liberi per campi sterminati. Assetato di potere decise anche di entrare in politica, opzione che lo costrinse a eliminare alcuni esponenti che iniziarono a denunciare la piaga del narcotraffico colombiano. Tra le vittime più note Luis Carlos Galàn e Rodrigo Lara Bonilla, uomini che si battevano per un futuro migliore, ma che non ebbero il tempo di portare a termine i loro piani di rilancio nazionale.

Dopo la morte del padre, assassinato mentre cercava di fuggire dal suo ennesimo rifugio, Sebastian insieme alla madre fu costretto ad abbandonare la Colombia e si trasferì a Buenos Aires dove tra mille difficoltà cercò di rifarsi una vita studiando disegno industriale e architettura. Cambiò il suo cognome, troppo ingombrante per condurre una vita lontana di guai, e cercò di non farsi riconoscere per diversi anni. Ma nel tempo non è mancato chi ha cercato di incastrarlo a causa di quel cognome.

Il regista Nicolas Entel ripercorrendo insieme a Sebastian le tappe principali della vita di Pablo Escobar, attraverso un vasto repertorio di immagini e importanti testimonianze audio e video dell’epoca, si nomina testimone di un incontro epocale: Sebastian dopo aver scritto nel 2008 un’intensissima lettera ai figli di Galàn e Lara Bonilla chiede di incontrarli di persona. La riunione si pone a conclusione del film, quasi a sancire la fine di un lungo periodo di espiazione di colpe non proprie, ma per le quali si è pagato a lungo e ingiustamente. Emblematica la frase che tante volte ripete Rodrigo Lara ai presenti: “Miramos pa’lante, pa’lante (guardiamo avanti, avanti)”. Dimenticare ciò che la Colombia e alcuni dei suoi figli più noti hanno passato non sarebbe possibile nemmeno volendo. Ma con quell’eredità sulle spalle si può tentare quantomeno di “mirar pa’lante”.