L’orizzonte degli eventi (2005). Regia di D.Vicari

Dopo alcuni film appartenenti alle decadi passate e dalle grandi firme autoriali, era ora che rivolgessi lo sguardo al presente, al cinema di oggi. Al nostro cinema e ai nostri registi, che tanto hanno da mostrarci e raccontarci (e speriamo ne abbiano ancora per molto per tenere alto il nome di un paese, senza soffrire crisi d’identità malsane).

Di italiano c’è molto in questo film di Daniele Vicari, regista di un primo successo con Velocità massima. C’è il mondo precario della ricerca universitaria italiana, dove quei pochi eletti tra gli studenti più promettenti fanno a morsi tra di loro pur di andare avanti e arrivare in alto, anche a costi etici e professionali. Ci sono i paesaggi italiani, c’è il Gran Sasso abruzzese, con i suoi dorsi grandi e i suoi fianchi vasti, con le sue storie di pastori immigrati sfruttati da altri immigrati, senza pietà e senza legge.

Max (Valerio Mastrandrea), stakanovista ricercatore-fisico nucleare dedica tutto il suo tempo al Progetto Helios, esperimento cui partecipano poche altre persone tra cui la bella e brava, compagna e avversaria, Anais (Gwenaelle Simon) con cui vive e condivide questa esperienza. L’esperimento, dai difficili presupposti e obiettivi, asciuga le energie del ricercatore-promesso professore universitario, che a un certo punto arriva addirittura a barare con la scienza (e questo non si fa, e uno scienziato lo dovrebbe sapere). La crisi lo porta al tentato suicidio, avvenimento che gli farà conoscere un’ altra realtà che stava giusto sopra la sua testa, cioè sul Gran Sasso, di cui lui conosceva solo le viscere. Infatti un pastore albanese lo mette in salvo, tra paura e diffidenza, e Max infine gli promette una ricompensa che potrebbe salvare la vita al povero immigrato, messa a rischio da alcuni padroni in possesso del suo passaporto.

Regia pulita e abbastanza attenta, un Mastrandrea cupo e serioso ci guida all’interno della sua stessa crisi, battibeccando non poche volte con una decisa e corretta Gwenaelle Simon (ce la ricordiamo anche in Alla rivoluzione sulla due cavalli di Sciarra). La colonna sonora si stende bene su tutto il film, facendo spalla ai colori cupi delle gallerie autostradali e degli interni abitati, da cui Max fugge… verso i quali Max tornerà.

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