Archivio per agosto, 2008

Intervista a Alborosie: quando l’artista è bravo a cantare, ma non sa cosa dire.

Posted in Varie with tags , , on agosto 29, 2008 by Dario Adamo

Capita frequentemente che si ascolti per molto tempo un artista, se ne conoscano a memoria canzoni e ritornelli, si vada ai suoi concerti con passione ed energia restando piacevolmente colpiti anche di come riesca a coinvolgere dal palco in uno spettacolo dal vivo, ma si sappia poco di chi è veramente, cosa fa e (ahimè!) cosa pensa.

Quando un cantante raggiunge un certo livello (di fama e di levatura artistica), viene, che lo voglia o no, investito come da poteri speciali. In quel momento si sta facendo ambasciatore del suo genere musicale nel mondo e conseguentemente del messaggio che normalmente vincola quella musica. Lo faceva magistralmente Bob Marley quando girava il mondo e promuoveva la musica reggae come portatrice di messaggi quali l’Amore, la pace e la fratellenza tra i popoli. Quello che diceva, faceva. Quello che pensava, cantava. Senza scarti, coerentemente e con vero ardore. Ma era Bob Marley.

Oggi ci sono altri artsiti, oggi il numero Uno al mondo della musica reggae è senza ombra di dubbio Alborosie che, cresciuto artisticamente in Italia con i Reagge National Tickets, vola in Jamaica e da lì dopo alcuni anni di rodaggio, esplode e conquista fama mondiale con questa sua nuova identità, con questo suo alter ego un po’ gangsta, alquanto lontano da quel bianco rastaman che cantava “Il Mondo” e “Il rimedio”.

Quest’anno è salito sul palco del Sikula Reggae Festival, realizzando uno spettacolo che ha strappato i consensi che si meritava, strabiliando con quella voce su cui ha dovuto sicuramente lavorare tanto, così come ha fatto con quell’inglese trasformato in ottimo jamaican english.

Il fatto che canti in questa criptica, ma tanto amata lingua di cui tutti i reggae lovers sono infatuati, non lo esula dal compito (per lo meno quando si trova in Italia) di rispondere ad alcune domande, utilizzando quel bell’italiano che gli ha insegnato mammà. Certo, qualche suono gli esce un po’ jamaican, ma almeno sappiamo e capiamo bene quello che dice.

L’intervista rilasciata qualche momento dopo il concerto tenutosi a Rosolini è a cura di uno dei ragazzi di Siciliantagonista.org, che non può farsi scappare l’occasione di rivolgere qualche domanda al number one neo-jamaicano, così da potere sapere qualcosa in più su questo successo vivente, ambasciatore della musica reggae nel mondo. Il risultato è quantomeno sconcertante, soprattutto per coloro che vogliono conoscere le opinioni di un big sui temi “scottanti”di questi ambienti, come per esempio la tanto discussa omofobia e la legalizzazione della marjuana.

La traccia audio dell’intervista è ascoltabile qui, a testimonianza del fatto che non si tratta di illazioni gratuite o di maligne supposizioni

alborosie.mp3

Andiamo con ordine:

Il messaggio originale della musica reggae: Alborosie afferma di essere politicizzato, anche se fino ad ora non si è espresso al massimo. Dovremmo aspettare il suo prossimo lavoro per sentire parlare di tematiche forti: si pronuncerà sui paesi che utilizzano la violenza contro altri paesi e si spinge pure oltre, affermando che parlerà anche dell’Italia e della sua preoccupante situazione politica, del Vaticano e dell’esercito.In ogni caso dice di “non essere commerciale e di non farlo per soldi”anche se qualche bell’ambiente di lusso  tra donne stupende, alcool e anelloni d’oro, nei suoi video si lascia vedere senza troppi imbarazzi.

L’omofobia: uno dei pezzi forti. Alborosie ha “un approccio molto europeo nei confronti dell’omofobia”cioè, come spiega subito dopo, non è interessato alle abitudini sessuali degli altri. Quindi? Noi europei siamo così tolleranti da non provare sdegno e orrore nei confronti di quelli che in Jamaica massacrano a sangue gli omosessuali o, ancor peggio, li vogliono vedere bruciare come paglia secca? Noi siamo così aperti culturalmente che ogni comportamento razzista, sessista, violento va bene purchè si faccia in privato e lontano dai nostri liberal-occidentali occhi? Forse si dovrebbe spiegare ad Alberto che l’omofobia non è una scelta sessuale, ma è un’avversione ossessiva e spesso crudele per gli omosessuali, qualcosa di molto diffuso in Jamaica e spesso inneggiato nei pezzi dancehall dei suoi colleghi. Lui, da artista seguito e famoso potrebbe spendere due parole d’amore universale contro tutti questi abusi ma purtroppo è soltanto un “uomo piccolo”che non può giudicare. Che sia ben chiaro comunque gli piacciono le donne, ci mancherebbe altro…

Da Stena a Alborosie, quanti passaggi? “Stena è mio padre, Alborosie è ilfiglio, senza il padre non c’è il figlio”. Complimenti mamma, hai un figlio jamaicano e non ne eri al corrente! Insomma Alberto non ha mai cantato con i Reggae National Tickets, lo starete confondendo con una altro. Lui è Alborosie punto e basta. La domanda mette in difficolta il giornalista, ma Albo lo incoraggia e lo mette su un altra strada, quello della marjuana.

Parliamo di marijuana allora. Ci piace perchè è illegale, perchè è qualcosa di proibito e ci attrae per questo. Se non fosse illegale del resto…. Ma come? E il buon vecchio Peter Tosh con la sua Legalize it e tutti gli altri che negli anni hanno combattuto per avere la marijuana legale, così da togliere almeno questo al controllo delle organizzazioni criminali, della mafia? Chi va in carcere per qualche grammo, chi passa guai inutili per una canna che, come il saggio Alborosie sa bene, non fa male a nessuno e non uccide? Niente di tutto questo lui vuole “la coltivazione industriale e l’ esportazione globale, nazionale e internazionale”, ma comunque illegale, contro il sistema, contro Babylon. Sembra di sentire un ragazzino che ha appena finito di leggere qualche saggio sull’anarchia ed è tutto infervorato per le elucubrazioni sul sistema da abbattere o da eludere. Vabbè.

Un sogno e un incubo. L’ultima perla. Il sogno di Alberto è di “vedere la musica tornare in piedi come una volta”( e fin qui diciamo che va bene) “dove ci sono i soldi,dove la gente ha i soldi, dove i ragazzi hanno i soldi in tasca e possono andare ai concerti”. Non vogliamo inasprirci proprio alla fine, ma vi assicuro che è dura. Ipotizziamo benevolmente quindi che Alberto voglia solo una più giusta ed equa ridistribuzione, un attenzione maggiore ai paesi poveri, meno scompensi tra ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri(vedi l’Etiopia d’oggi). Escludiamo quindi un inconscio capitalista e un Morfeo che disturbi i sogni di Albo con paperonesche piscine piene di dollari. “I soldi sono solo carta stampata e stampali sti cazzo di soldi!”Alè, tutti con i soldi, che, deduciamo, fanno la felicità. Addio messaggio originale del reggae.

Con questo articolo non si è voluto sparare a zero in maniera gratuita e illegittima su Alborosie che resta un grande cantante, il cui personalissimo stile insieme a delle grandi doti canore lo hanno portato in cima alle classifiche di tutto il mondo. Si tratta semplicemente di un invito a conoscere e a capire le intenzioni, gli obiettivi e le pulsioni degli artisti, i quali a volte peccano un attimino di sufficienza e superficialità, forse senza rendersi conto che quando si arriva in alto si è in qualche modo responsabili di qualcosa di grande, cioè di quel messaggio originale di cui si è accennato a inizio dell’intervista. Che il tempo porti consiglio.

Il cielo sopra Berlino (Der Himmel uber Berlin,1987). Regia di Wim Wenders

Posted in Cinema with tags , , on agosto 26, 2008 by Dario Adamo

Nel cinema gli angeli sono stati di tutti i tipi: angeli dell’inferno(1930), ribelli(2003) o perfino con la pistola (1961). Ma mai sono stati dei cronisti dei pensieri altrui, reporter dell’attività intellettuale degli sconosciuti, silenziosi testimoni dei logorii interni di ognuno. Sempre un po’ invidiosi della condizione umana, pesante e presente, ma unica perchè vera. Loro, i custodi di un anima immortale, a volte troppo grave da portare appresso, perchè eterna.

In questo film di Wim Wenders del 1987 gli angeli sono due, uno biondo e uno castano, entrambi con impermeabile, cappello e giovanile codino. Sorvolano il cielo di Berlino, si fermano ad ascoltare i variegati pensieri dei passanti e annotano tutto, come fossero inviati speciali al festival della vita. Accompagnano anziani intellettuali nelle loro passeggiate pomeridiane, scrutano la mente di promettenti suicidi, osservano i giochi infantili dei bimbi per strada. Ma ad uno di loro, capita anche di entrare in un circo e, in vena di peccati umani, innamorarsi di una bella trapezista.

A questo punto Damiel( Bruno Ganz) avverte con più forza quello che già sentiva da tempo: il peso di una vita eterna e invisibile, sorda alle esperienze tangibili. Vuole diventare umano e ci riesce, beccandosi al risveglio un colpo in testa infertogli dalla sua stessa armatura, unico souvenir della vita passata. Durante le prime “ore di vita” si rende perfino conto che come lui in giro ce ne sono molti di ex-angeli passati a nuova esistenza, anche tra la gente famosa, come il riflessivo e profondo Tenente Colombo (Peter Falk), che si trova a Berlino per girare un film sulla Germania nazista. Damiel cerca la donna e la trova in un ancestrale epilogo d’amore.

Un film in versi, se consideriamo i dialoghi profondi a cura di Peter Handke, ma che non sono lontani dalle considerazioni tutte terrestri di Wenders. Riflessioni sull’Amore e sui rapporti individuali, l’afannosa ricerca della platonica metà della mela che ci sforziamo di immaginare continuamente e che a volte può materializzarsi. Quei gesti umani di spontanea tenerezza, l’attenzione verso l’altro, ma anche l’introspezione profonda.

Un bianco e nero che non disturba e che prende colore quando la vista da angelica diventa umana, una Berlino a tratti moderna e viva (fine anni ottanta) nelle passeggiate delle due anime croniste e devastata dalla guerra quando i passanti si buttano nei ricordi. Per molti potrà risultare di disturbo il registro alto e i toni poetanti che si stendono tra l’altro per più di due ore, ma molti altri apprezzeranno invece la dolcezza di una favola moderna che punta il dito contro la solitudine e la superficialità nei sentimenti.

Eraserhead (La mente che cancella, 1977). Regia di D.Lynch

Posted in Cinema with tags , , on agosto 24, 2008 by Dario Adamo

Chi ama le belle storie, gli aggraziati paesaggi, i bei costumi o chi semplicemente apprezza su tutto la narratività classica con tanto di colpo di scena sui tradimenti coniugali, i sentimentalismi o le trame ben confezionate, stia lontano da questo film, anarchico in stile e ambientazione.

Claustrofobico e opprimente, si tratta del primo lungometraggio del maestro del cinema visionario David Linch. La trama serve solo da sfondo a quello che veramente colpisce e annichilisce senza riserve, sarebbe a dire quelle immagini e quei suoni che inscindibilmente insieme contribuiscono a creare le atmosfere ricercate dall’autore, dominate dalla sensazione di incubo e surrealtà.

Henry (Jack Nance)è uno stralunato tipografo dalla capigliatura elettrizzata, che vive in un buio e alquanto squallido appartamento scricchiolante. Mary è quella che, se si trattasse din una storia tradizionale, definiremmo la sua compagna la quale, in maniera del tutto inconcepibile, dà alla luce uno strano mostriciattolo dalla testa conigliforme e un busto ricoperto da bende. Tale essere non fa altro che piagnucolare e stridere a tal punto da far scappare di casa l’epilettica madre e lasciando solo il povero Henry che tenta di prendersi cura del “piccolo”. Questa presenza scatena nel protagonista una serie di incubi uno dentro l’altro, che rendono l’esistenza(?) di Henry un vero dramma da psicosi.

Il film, per il quale il suo autore ha impiegato circa quattro anni e ha speso poche migliaia di dollari, è , come si è detto, un contenitore di immagini e suoni deliranti più che una storia narrata. In forma embrionale troviamo temi ed elementi stilistici che contamineranno le opere seguenti di questo eclettico regista: la componente surrealista, l’instabilità mentale, le ambientazioni dove predomina il tetro sono qui presenti in chiave ancor più sperimentale e autopioneristica. Il tempo e l’esperienza daranno risultati commercialmente più appetibili e sofisticati, capaci di un raggio d’azione più ampio.

Sconcertante dunque, ma vivamente consigliato a certi amanti di un certo underground cinematografico.

Rusty il selvaggio (Rumble Fish, 1983). Regia di F. Ford Coppola

Posted in Cinema with tags , , , on agosto 22, 2008 by Dario Adamo

L’eroe. Ognuno di noi ce l’ha in mente un suo personalissimo eroe, sia esso un dannato bad boy o un prestigiosissimo statista di spessore e grande carisma. A volte lo riusciamo a vedere magari di sfuggita in televisione o al cinema (oltre che costantemente nella nostra mente), in altri casi invece è vicino a noi, si tratta del parente più prossimo, padre o fratello che sia.

Per Rusty (un giovane e aitante Matt Dillon) si tratta proprio del fratello, icona del bullismo da strada dei sobborghi dello stato di Oklahoma e diventato appunto eroe indiscusso per coloro i quali se lo ricordano ancora, quel “Motorciclye boy” ( Mickey Rourke)di cui anche i muri parlano. E lui, il piccolo Rusty cerca di farne le veci in sua assenza, immedesimandosi nella figura dell’ attaccabrighe che non deve chiedere mai e che al massimo tenta di essere tenero con le donne, ma lontano da occhi indiscreti. Fino a quando però non si passa ai fatti e durante le risse da lui tanto amate e fomentate non escono i coltelli e le ferite che arrivano fin dentro l’anima. Ma menomale che torna il fratello a sistemare tutto, a far scappare i cattivi e assistere i feriti, portando il fratellino al riparo e curandolo con l’alcool etilico di cui il padre (Dennis Hopper) tiene sempre grandi riserve a casa, causa il vizietto da gomito alzato acquisito dopo una fallita carriera forense. Riunito l’allegro quadretto familiare, Rusty può venerare da vicino questo eroico fratello affetto tra l’altro da un daltonismo che contaggerà anche la cinepresa di Coppola, agile come non mai. Ma tenersi lontani dai guai è cosa assai dura per i duri e se poi si ci mette anche un assillatissimo piedipiatti bullifobico, le cose non possono che finire male.

Le tematiche giovanili (se vogliamo anche attualissime, tra bullsimo e bay-gang), il dramma familiare e il mitismo sono elementi rimaneggiati ad arte, trattati senza i guanti del perbenismo, con tanto di sangue e ferite che bruciano, senza tuttavia rendere indigesto il risultato.

Trasudante di espressionismo cinematografico, gli omaggi del regista ad autori come Welles e Ejzenštejn non fanno che innalzare le qualità artistiche dell’opera. La camera che segue sempre l’azione e le originali angolature (eccezionali quelle dal basso), assieme a quel bianco e nero d’autore sono solo alcune delle mosse strategiche che permettono di tattenere lo spettatore senza fargli sentire le fatiche dello sperimentalismo formale. Se poi aggiungiamo almeno tre interpretazioni quantomeno ragguardevoli (Dillon, Rourke, Hopper) e una pregevolissima fotografia (Stephen Burum), non resta che togliere il cappello, sedersi comodi e apprezzare del buon cinema fatto con stile.

Il più bel giorno della mia vita (2002). Regia di C.Comencini

Posted in Cinema on agosto 18, 2008 by Dario Adamo

Ne è passato di tempo da quando registi come Luchino Visconti davano la loro interpretazione e la loro lettura di quella che è la crisi familiare, i tradimenti, le incomprensioni tra genitori e figli ed è per questo che Gruppo di famiglia in un interno è allo stesso tempo un classico e un pezzo di storia del nostro cinema. Allora era la nuova borghesia che con i suoi stili di vita troppo moderni si scontrava con coloro che erano i detentori di una certa integrità morale. Oggi invece i problemi di-e-in famiglia avvengono tra pariruolo e ognuno si fa portatore della moralità che più gli piace e gli conviene. L’importante è che non manchino divorzi, scontri generazionali, verità nascoste, omosessualità vere o presunte, amanti e pretendenti. E tutto ciò nell’immagginario collettivo del nostro paese c’è sempre, il resto è problema di messa in scena.

I figli di Irene (Virna Lisi) sono tre: Sara (Margherita Buy) che dopo la morte del marito diventa ossessiva nei confronti del figlio e non vuole vedere nessun altro uomo, a meno che non sia un misterioso pretendente telefonico (Ricky Tognazzi)che sa sempre le parola giusta da utilizzare per farla stare bene. Rita (Sandra Ceccarelli) tradisce il marito con un veterenario, ma non si sente di mettere in crisi l’equilibrio della famiglia e fare stare male le figlie. Claudio (Luigi Lo Cascio) non riesce a vivere seranemente la sua omosessulità, ma cerca comunque di farlo con tutte le difficoltà. La piccola Chiara, secondogenita di Rita, in vista del giorno più bello della sua vita, è la silente spettatrice di tutto, ne custodisce i segreti e ne filmerà il risultato finale.

Si sospetta un po’ di autobiografismo in questa bimba che alla fine con la telecamera in mano cerca di registrare i suoi problematici parenti e familiari, ma resta solo una mera supposizione. Cristina Comencini ha voluto rendere delle situazioni (standard?) possibili nella società italiana di oggi, cercando di essere profonda e (a tratti) riuscendoci. Quello che non riesce a fare forse è caricare di responsabilità i suoi personaggi, tutti incerti sul dafarsi e passivi sull’incedere degli eventi. Ciò non inficia alcune delle interpretazioni, come la Lisi e la Buy, come non danneggia nemmeno una regia quantomeno figlia d’arte.

Tra i flop jamaicani e i big nostrani, tirando le somme del Sikula Reggae Festival’08

Posted in Eventi with tags , , , , on agosto 16, 2008 by Dario Adamo

Si chiude il Sikula Reggae Festival e tocca tirare due somme sull’esperienza di quest’anno, tanto per essere onesti e nel tentativo di rispettare un certo grado di obiettività. Andiamo con ordine:

Camping. All’arrivo presso la cava i fedeli di questo festival si sono trovati un po’ spiazzati: riservata a camper e famiglie la zona camping dell’edizione precedente, quest’anno si è dovuti andare all’esplorazione di tutt’altra zona dell’eremo di Croce Santa. Più pianeggiante, più alberi, quindi più ombra da potere sfruttare per mettersi dal caldo secco/marchio di fabbrica del Sikula. Più ortiche, erbacce, pietrone e sassi di varia dimensione da spostare, tagliare, estirpare. Poca luce, ma con qualche torcia più o meno rudimentale si arrivava in tenda abbastanza agilmente, accompagnati dal dolce coro di ricerca ormai tradizione istituzionalizzata del festival: quel Valerio!!! che tutti cercano e nessuno trova più – RIP –

Trasporti. Grande novità di quest’anno i due pulman-navetta che traghettavano i sikuler dalla cava al posteggio delle automobili. Se in un festival reggae è praticamente impossibile assistere a scene di nervosismo sfociabili in grossi battibecchi, le ore di punta per tornare o uscire dalla cava hanno spesso dato luogo a momenti di tensione. Uno dei due autobus senza aria condizionata e i tentativi di saltare la fila da parte di qualcuno sono stati le principali cause di questi minuti di crisi, ma con il passare dei giorni la situazione è migliorata fino a raggiungere buoni livelli di organizzazione per l’ultimo giorno: l’evacuazione finale dalla cava ( al pensiero della quale erano tutti atterriti) è avvenuta con fluidità e ordine. Tutti usciti vivi, ma di Valerio nessuna traccia ancora.

Servizi. Il rispetto e l’onestà dei ristoratori è rimasta quella di sempre: prezzi modici, gentilezza e cordialità da parte di tutti e il sorriso felice ma stanco di chi ha lavorato ininterrottamente per tutti e quattro i giorni. Qualche problema con l’acqua si è visto anche quest’anno, ma nulla di insuperabile e presto risolto. Forse qualche doccia in più avrebbe fatto comodo vista l’affluenza incredibile.

Concerti. Il primo giorno di warm-up senza artisti da main stage in programma non rende merito agli Enna Massive che si vedono deficitati dei watt necessari per fare scatenare i suoi dancehaller: un problema all’impianto fa calare l’umore degli astanti. Risolto l’inconveniente salgono in console Sentinel e riaccendono gli animi di tutti. Si fa mattino senza problemi con la speranza che il nuovo giorno sia esente da tali imprevisti.

Il secondo giorno è stato per molti quello più atteso, il giorno della verità. Dopo l’apertura del nostro grande e intramontabile Zù Luciano, con i suoi pezzi-storia del Sikula e di tutta la tradizione del reggae siciliano e i suoi messaggi volti a ricordare l’autenticità del reggae nostrano e le problematiche ad esso connesse, salgono sul palco gli Arawak, gruppo emergente from Sardegna Island. Legati alla tradizione roots, hanno cantato la maggior parte dei pezzi in inglese e solo alcuni in sardo, riscuotendo un giustificatissimo apprezzamento da parte del pubblico.

Ed ecco che finalmente arriva l’ora di svelare quella verità sopracitata, di appagare quella curiosità che si annidava dentro tutti coloro che sono venuti (anche) per lui. E’ l’ora di scoprire se il tanto atteso Alborosie, è ancora (almeno un po’) semplicemente Alberto, italiano, di origini siciliane o se ha rinnegato le sue radici, convertendosi irreversibilmente in uno dei tanti gangsta-mc jamaicani dalla voce grossa e affumicata. Ebbene, Alborosie si ricorda ancora di chiamarsi Alberto di primo nome, parla al suo pubblico in lingua madre, quell’italiano certo un po’ infettato e da’ inizio allo spettacolo. Grandioso, come quello che tutti speravano, dubitando e temendo non poco.

Il terzo è un giorno italiano, per fortuna, dalla Sicilia fino a Roma. Aprono i catanesi MImmo and the Ritual Club, divertendo e surriscaldando il pubblico a dovere, seguono i napoletani/avellinesi/casertani Dub All Sense, intermezzano i nostri Lorrè, Tunaman e Ciaka e finalmente arrivano le Radici nel Cemento. I più di quindici anni d’esperienza ci sono e si sentono. Pezzi come me ne vojo annà, ciceleu, pappa e ciccia, sognando Jamaica vengono cantati a squarcia gola da tutti, perchè tutti li conoscono. Divertono, ma non si limitano a questo, riuscendo anche a trasmettere messaggi positivi di uguaglianza, fratellanza e pace, obiettivo sempre più secondario per i gruppi di oggi, troppo preoccupati a gridare o anche a cantare, ma senza comunicare.

Arriva la notte di ferragosto, quarto e ultimo giorno. I vincitori del Reggae contest Rototom 2008, i Dot Vibes cominciano a fare avvicnare la gente e la riscaldano ben benino. Peccato che forse saranno ricordati come quelli che hanno suonato prima di Michael Rose, il più grande e irrispettoso flop nella storia di questo festival. L’autore di successi come Stalk of sensimillia e Shootout, vere e proprie hit dancehall di oggi, ha pensato bene di dare luogo a un anti-concerto, limitandosi a vaneggiare e urlare per tutta la durata della sua indegna performance. Partito bene e cioè bruciando subito i due successi sopracitati, ha continuato per troppo tempo a zittire la band che voleva almeno salvare il salvabile e continuare con il concerto, arrivando a delirare nomi di altri autori senza motivo. Il pubblico, interdetto, non sapeva cosa pensare. Si sarà arrabbiato per qualche maltrattamento? O perchè il pubblico non conosceva a memoria i suoi pezzi (in jamaicano)? Avrà abusato di sostanza stupefacenti o simili? Fuochino.

Il nostro bel cantante jamaicano ha apprezzato fin troppo la nostra tavola e soprattutto, i nostri vini e liquori. Insomma ha bevuto “smodatamente” prima del concerto ed è salito sul palco in condizioni disastrose (ha addirittura portato il cognac con sè durante il concerto), confezionado un disastroso flop di cui tutti, senza provare piacere, si ricorderanno…Undici mila euro andati in fumo per il Sikula, ma comunque materializzatisi nelle tasche del Bukoswki jamaicano amico del cognac.

Menomale che c’era Roy Paci a salvare tutto. Con la sua numerosissima band e gli amici Bunna, Franki Hi Nrg, Pau e Cor veleno tra gli altri, che lo hanno accompagnato per queso compleanno del gruppo (10 anni insieme) è riuscito a risollevare gli animi dei presenti. Il siracusano doc ha intrattenuto il pubblico come solo lui sa fare, facendoci dimenticare quello che era successo prima.

Insomma il Sikula Reggae Festival si fa grande (ma non vecchio) e tra tutti i problemi continua a far ballare e divertire chi lo segue e chi ne è affezionato. Voci di corridoio dicono che per l’edizione successiva si sta già pensando a un’altra location, forse più comoda e agevole e magari più vicina al mare. Ma il nostro cuore quest’anno rimane all’eremo in tutta la sua “selvaggità”.

Arrivederci all’anno prossimo.

Sikula Reggae Festival 2008. E’ tempo di “Positive Vibrations” per la Sicilia. Cava di croce santa, Rosolini (SR) 11-14 agosto

Posted in Eventi with tags , , on agosto 9, 2008 by Dario Adamo

Come portare migliaia di ragazzi e ragazze provenienti da tutta Italia (e non solo) nel profondo – e moolto caldo – sud della Sicilia, in un luogo sacro (un eremo dove fu rinvenuto un crocifisso in legno intorno al 1500) e in più lontanuccio dal mare? Ritrovato spirito religioso delle nuove generazioni? Improvviso e incombente bisogno di avventura nella natura selvaggia? Improbabili ricompense nel caso di un ancora più improbabile ritrovamento di un improbabilissimo sacro graal del meridione?

Niente di tutto questo. Si tratta semplicemente del Sikula Reggae Festival, edizione 2008.

Nell’incontaminata valle dell’eremo di Croce Santa, appena fuori dal comue di Rosolini, direzione Modica, avrà luogo dal’ 11 al 14 agosto l’ormai ( e finalmente) consueto festival di musica reggae che quest’anno potrà contare tra l’altro sulla presenza di alcuni tra i migliori artisti della scena musicale jamaicana: Micheal Rose, ex front-man dei Black Uhuru, mitica band che ha segnato la storia del genere negli anni ’80 e Alborosie, al secolo Alberto “Steno” D’Ascola, artista di origini siciliane, cantante dei Reggae Nationa Tickets negli anni novanta e, dopo l’emigrazione a titolo definitivo in Jamaica, tra i più accreditati talenti riconosciuti a livello internazionale.

La line-up ufficiale del main stage però assicura molto di più: Radici nel cemento, affermata ska band romana, Arawak from Sardegna, i simpaticissimi  e autoctoni Mimmo and The Ritual Club, Dot Vibes (vincitori del Reggae Contest Rototom 2008), e il sempiterno Zù Luciano e U’ Focu Kauru.

Per quanto riguarda il post-concerti e l’area dancehall l’Europa verrà ben rappresentata da Sentinel (GER) e Dub Terror (UK), mentre per i sound italiani Heavy Hammer e i padroni di casa Siciliy Rebellious. Farà capolino a quanto pare anche il nostrano Bunna from Africa Unite.

Notizia dell’ultim’ora, per la serata conclusiva del festival, il 14 notte saliranno sul palco Roy Paci e Aretuska con la escusiva partecipazione di altri artisti eccezionalmente intervenuti come Franki Hi Nrg, Cor Veleno e Pau dei Negrita. Questo concerto, inizialmente programmato  al Pala Live di Fontane Bianche è stato spostato all’ultimo momento e assicurerà il valore aggiunto alle già eccezionali previsioni del festival.

L’eremo offrirà come di consueto l’area camping gratuita, l’area ristoro e nell’area culture ogni pomeriggio avranno luogo dibattiti e incontri con autori, scrittori e associazioni per un libero scambio di opinioni e informazioni su temi importanti quali per esempio il diritto d’autore e l’accessibilità alla produzione creativa. e culturale.

Per tutte le altre informazioni utili (costi dei biglietti, servizi speciali e contatti), potete consultare  direttamente il sito del festival.

Ebbene inizia il conto alla rovescia per l’appuntamento giallo-verde-rosso di quest’anno, per un festival che ha fatto tanto per restare in vita, dopo tutte le vicissitudine politiche e organizzative e i tormenti degli anni passati e che è fiero di poter far bruciare quest’angolo di Sicilia, senza intenti piromani, ma con l’autentico calore di chi viene per divertirsi e stare bene al ritmo di sonorità reggae.