Tra i flop jamaicani e i big nostrani, tirando le somme del Sikula Reggae Festival’08

Si chiude il Sikula Reggae Festival e tocca tirare due somme sull’esperienza di quest’anno, tanto per essere onesti e nel tentativo di rispettare un certo grado di obiettività. Andiamo con ordine:

Camping. All’arrivo presso la cava i fedeli di questo festival si sono trovati un po’ spiazzati: riservata a camper e famiglie la zona camping dell’edizione precedente, quest’anno si è dovuti andare all’esplorazione di tutt’altra zona dell’eremo di Croce Santa. Più pianeggiante, più alberi, quindi più ombra da potere sfruttare per mettersi dal caldo secco/marchio di fabbrica del Sikula. Più ortiche, erbacce, pietrone e sassi di varia dimensione da spostare, tagliare, estirpare. Poca luce, ma con qualche torcia più o meno rudimentale si arrivava in tenda abbastanza agilmente, accompagnati dal dolce coro di ricerca ormai tradizione istituzionalizzata del festival: quel Valerio!!! che tutti cercano e nessuno trova più – RIP –

Trasporti. Grande novità di quest’anno i due pulman-navetta che traghettavano i sikuler dalla cava al posteggio delle automobili. Se in un festival reggae è praticamente impossibile assistere a scene di nervosismo sfociabili in grossi battibecchi, le ore di punta per tornare o uscire dalla cava hanno spesso dato luogo a momenti di tensione. Uno dei due autobus senza aria condizionata e i tentativi di saltare la fila da parte di qualcuno sono stati le principali cause di questi minuti di crisi, ma con il passare dei giorni la situazione è migliorata fino a raggiungere buoni livelli di organizzazione per l’ultimo giorno: l’evacuazione finale dalla cava ( al pensiero della quale erano tutti atterriti) è avvenuta con fluidità e ordine. Tutti usciti vivi, ma di Valerio nessuna traccia ancora.

Servizi. Il rispetto e l’onestà dei ristoratori è rimasta quella di sempre: prezzi modici, gentilezza e cordialità da parte di tutti e il sorriso felice ma stanco di chi ha lavorato ininterrottamente per tutti e quattro i giorni. Qualche problema con l’acqua si è visto anche quest’anno, ma nulla di insuperabile e presto risolto. Forse qualche doccia in più avrebbe fatto comodo vista l’affluenza incredibile.

Concerti. Il primo giorno di warm-up senza artisti da main stage in programma non rende merito agli Enna Massive che si vedono deficitati dei watt necessari per fare scatenare i suoi dancehaller: un problema all’impianto fa calare l’umore degli astanti. Risolto l’inconveniente salgono in console Sentinel e riaccendono gli animi di tutti. Si fa mattino senza problemi con la speranza che il nuovo giorno sia esente da tali imprevisti.

Il secondo giorno è stato per molti quello più atteso, il giorno della verità. Dopo l’apertura del nostro grande e intramontabile Zù Luciano, con i suoi pezzi-storia del Sikula e di tutta la tradizione del reggae siciliano e i suoi messaggi volti a ricordare l’autenticità del reggae nostrano e le problematiche ad esso connesse, salgono sul palco gli Arawak, gruppo emergente from Sardegna Island. Legati alla tradizione roots, hanno cantato la maggior parte dei pezzi in inglese e solo alcuni in sardo, riscuotendo un giustificatissimo apprezzamento da parte del pubblico.

Ed ecco che finalmente arriva l’ora di svelare quella verità sopracitata, di appagare quella curiosità che si annidava dentro tutti coloro che sono venuti (anche) per lui. E’ l’ora di scoprire se il tanto atteso Alborosie, è ancora (almeno un po’) semplicemente Alberto, italiano, di origini siciliane o se ha rinnegato le sue radici, convertendosi irreversibilmente in uno dei tanti gangsta-mc jamaicani dalla voce grossa e affumicata. Ebbene, Alborosie si ricorda ancora di chiamarsi Alberto di primo nome, parla al suo pubblico in lingua madre, quell’italiano certo un po’ infettato e da’ inizio allo spettacolo. Grandioso, come quello che tutti speravano, dubitando e temendo non poco.

Il terzo è un giorno italiano, per fortuna, dalla Sicilia fino a Roma. Aprono i catanesi MImmo and the Ritual Club, divertendo e surriscaldando il pubblico a dovere, seguono i napoletani/avellinesi/casertani Dub All Sense, intermezzano i nostri Lorrè, Tunaman e Ciaka e finalmente arrivano le Radici nel Cemento. I più di quindici anni d’esperienza ci sono e si sentono. Pezzi come me ne vojo annà, ciceleu, pappa e ciccia, sognando Jamaica vengono cantati a squarcia gola da tutti, perchè tutti li conoscono. Divertono, ma non si limitano a questo, riuscendo anche a trasmettere messaggi positivi di uguaglianza, fratellanza e pace, obiettivo sempre più secondario per i gruppi di oggi, troppo preoccupati a gridare o anche a cantare, ma senza comunicare.

Arriva la notte di ferragosto, quarto e ultimo giorno. I vincitori del Reggae contest Rototom 2008, i Dot Vibes cominciano a fare avvicnare la gente e la riscaldano ben benino. Peccato che forse saranno ricordati come quelli che hanno suonato prima di Michael Rose, il più grande e irrispettoso flop nella storia di questo festival. L’autore di successi come Stalk of sensimillia e Shootout, vere e proprie hit dancehall di oggi, ha pensato bene di dare luogo a un anti-concerto, limitandosi a vaneggiare e urlare per tutta la durata della sua indegna performance. Partito bene e cioè bruciando subito i due successi sopracitati, ha continuato per troppo tempo a zittire la band che voleva almeno salvare il salvabile e continuare con il concerto, arrivando a delirare nomi di altri autori senza motivo. Il pubblico, interdetto, non sapeva cosa pensare. Si sarà arrabbiato per qualche maltrattamento? O perchè il pubblico non conosceva a memoria i suoi pezzi (in jamaicano)? Avrà abusato di sostanza stupefacenti o simili? Fuochino.

Il nostro bel cantante jamaicano ha apprezzato fin troppo la nostra tavola e soprattutto, i nostri vini e liquori. Insomma ha bevuto “smodatamente” prima del concerto ed è salito sul palco in condizioni disastrose (ha addirittura portato il cognac con sè durante il concerto), confezionado un disastroso flop di cui tutti, senza provare piacere, si ricorderanno…Undici mila euro andati in fumo per il Sikula, ma comunque materializzatisi nelle tasche del Bukoswki jamaicano amico del cognac.

Menomale che c’era Roy Paci a salvare tutto. Con la sua numerosissima band e gli amici Bunna, Franki Hi Nrg, Pau e Cor veleno tra gli altri, che lo hanno accompagnato per queso compleanno del gruppo (10 anni insieme) è riuscito a risollevare gli animi dei presenti. Il siracusano doc ha intrattenuto il pubblico come solo lui sa fare, facendoci dimenticare quello che era successo prima.

Insomma il Sikula Reggae Festival si fa grande (ma non vecchio) e tra tutti i problemi continua a far ballare e divertire chi lo segue e chi ne è affezionato. Voci di corridoio dicono che per l’edizione successiva si sta già pensando a un’altra location, forse più comoda e agevole e magari più vicina al mare. Ma il nostro cuore quest’anno rimane all’eremo in tutta la sua “selvaggità”.

Arrivederci all’anno prossimo.

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3 Risposte to “Tra i flop jamaicani e i big nostrani, tirando le somme del Sikula Reggae Festival’08”

  1. srflover Says:

    ecco perchè ha fatto così schifo michael rose…
    però 😦 era la prima volta che scendeva in sicilia uff

  2. ErasmusCalabro Says:

    Prima di tutto,complimenti a Dario per questo articolo sul festival; abbastanza dettagliato ed esaustivo. Da amante della musica Reggae (ma ancora molto profano nella conoscenza) posso dire che questo sikula l’ho vissuto benissimo (grazie al sig. Dario che me lo ha fatto conoscere in Erasmus) grazie alla magica ospitalità sicula e alle vibrazioni positive della musica reggae. La presenza del sole cocente si è fatta sentire anche grazie alla ubicazione del festival (una cava tanto bella quanto calda) ma siamo riusciti ad andare al mare ogni giorno. Per quanto riguarda i concerti, io continuerò a difendere a spada tratta gli artisti nostrani che, anzitutto richiedono molti meno soldi (con i soldi del signori Michele Rosa, in arte Michael Rose, gli organizzatori del sikula avrebbero potuto prolungare il festival di un’altra settimana portando artisti italiani molto + bravi del pappane jamaicano) poi trasmettono messaggi positivi utilizzando la musica reggae che, mi fa piacere ricordare a tutti non è da confondere con la religione Rastafarai anche se, purtroppo, viaggiano spesso insieme.
    Non voglio fare critiche all’organizzazione in sè del festival perchè ritengo che i ragazzi si siano impegnati al massimo per creare una manifestazioni che,a mio parere, non ha nulla da invidiare ai grandi festival reggae mondiali visto il ricco e nutrito programma di questa edizione 2008.
    Complimenti ai ragazzi e ragazze che hanno progettato e messo in piedi questo fantastico festival e spero che vedremo sempre di più artisti italiani o comunque, non omofobi e razzisti, perchè sono questi messaggi che distruggono la bellezza della musica Reggae.
    Hasta luego a tod@s.

  3. Il Sikula quest’anno è stato bello, ma c’è stato qualche neo che mi ha lasciato un po’ stralunato. Michael Rose è stato un fiasco. Io i soldi non glieli darei dopo quello che ha combinato… Poi la Yard aveva un impianto schifoso. Non si sentiva nulla e la aggiustavano sempre troppo tardi… E poi le incazzature dei vari sound systems che hanno litigato tra di loro. io dico: ma se il reggae è un veicolo di pace e solidaroetà, perché incazzarsi così tanto? hanno criticato la scelta di alborosie (perché ricco e se la tira) e roy paci (perché col reggae non ha nulla a che fare)… ma perché invece non si cerca di apprezzare ogni singolo artista, indipendentemente dal genere che fa? lo ska ha influenze reggae e i temi non sono meno importanti del reggae stesso… allora io dico ai sicily rebellious che sono stati trattati malissimo di ingoiare il rospo e continuare a fare quello che hanno fatto, senza rancore verso il sikula e i suoi organizzatori. sempre peace and love!

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