Rusty il selvaggio (Rumble Fish, 1983). Regia di F. Ford Coppola

L’eroe. Ognuno di noi ce l’ha in mente un suo personalissimo eroe, sia esso un dannato bad boy o un prestigiosissimo statista di spessore e grande carisma. A volte lo riusciamo a vedere magari di sfuggita in televisione o al cinema (oltre che costantemente nella nostra mente), in altri casi invece è vicino a noi, si tratta del parente più prossimo, padre o fratello che sia.

Per Rusty (un giovane e aitante Matt Dillon) si tratta proprio del fratello, icona del bullismo da strada dei sobborghi dello stato di Oklahoma e diventato appunto eroe indiscusso per coloro i quali se lo ricordano ancora, quel “Motorciclye boy” ( Mickey Rourke)di cui anche i muri parlano. E lui, il piccolo Rusty cerca di farne le veci in sua assenza, immedesimandosi nella figura dell’ attaccabrighe che non deve chiedere mai e che al massimo tenta di essere tenero con le donne, ma lontano da occhi indiscreti. Fino a quando però non si passa ai fatti e durante le risse da lui tanto amate e fomentate non escono i coltelli e le ferite che arrivano fin dentro l’anima. Ma menomale che torna il fratello a sistemare tutto, a far scappare i cattivi e assistere i feriti, portando il fratellino al riparo e curandolo con l’alcool etilico di cui il padre (Dennis Hopper) tiene sempre grandi riserve a casa, causa il vizietto da gomito alzato acquisito dopo una fallita carriera forense. Riunito l’allegro quadretto familiare, Rusty può venerare da vicino questo eroico fratello affetto tra l’altro da un daltonismo che contaggerà anche la cinepresa di Coppola, agile come non mai. Ma tenersi lontani dai guai è cosa assai dura per i duri e se poi si ci mette anche un assillatissimo piedipiatti bullifobico, le cose non possono che finire male.

Le tematiche giovanili (se vogliamo anche attualissime, tra bullsimo e bay-gang), il dramma familiare e il mitismo sono elementi rimaneggiati ad arte, trattati senza i guanti del perbenismo, con tanto di sangue e ferite che bruciano, senza tuttavia rendere indigesto il risultato.

Trasudante di espressionismo cinematografico, gli omaggi del regista ad autori come Welles e Ejzenštejn non fanno che innalzare le qualità artistiche dell’opera. La camera che segue sempre l’azione e le originali angolature (eccezionali quelle dal basso), assieme a quel bianco e nero d’autore sono solo alcune delle mosse strategiche che permettono di tattenere lo spettatore senza fargli sentire le fatiche dello sperimentalismo formale. Se poi aggiungiamo almeno tre interpretazioni quantomeno ragguardevoli (Dillon, Rourke, Hopper) e una pregevolissima fotografia (Stephen Burum), non resta che togliere il cappello, sedersi comodi e apprezzare del buon cinema fatto con stile.

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