Archivio per settembre, 2008

Cinematografo.biz – La multisala in casa, a portata di click.

Posted in Cinema with tags , , on settembre 26, 2008 by Dario Adamo

Diciamocelo pure, andare al cinema è diventato caro. Sei, sette fino a otto euro per assistere ad una proiezione, se non possiamo usufruire di sconti, riduzioni o quant’altro. Tanto, troppo. Si pensi ad una famiglia standard (marito, moglie e due figli) che sia intenzionata a passare una domenica sera al cinema. Due biglietti interi, due biglietti ridotti per i bambini, pop corn e cocacola: stando alle tariffe vigenti il totale si aggirerebbe sulle venticinque, anche trenta euro (quasi cinquantamila delle vecchie lire, per i più nostalgici). Fatti i conti in tasca, l’allegra famiglia decide, senza troppi scrupoli, di restare a casa. Si mette comoda sul divano e accende la televisione, nel tentativo di trovare qualcosa di qualitativamente accettabile. Ma anche a quel punto le speranze si sciolgono come neve al sole, davanti a una programmazione che prevede tutto, dalle fiction poliziesche a una vasta gamma di reality shows, tranne film di qualità. Per non parlare poi della tediosissima e prolissa pubblicità, altro tasto dolente…

Ma ecco che una luce si accende, lì nel profondo e burrascoso mare di Internet. Si tratta di un sito, organizzato come una modernissima multisala, con la sua programmazione differenziata e selezionata per un pubblico eterogeneo. Il sito è www.cinematografo.biz, “il primo cinema del web”, come si legge nel sottotitolo.
Basta registrarsi, fornire username e password, ed ecco che si potrà scegliere tra le cinque proposte a disposizione, senza limiti di orario né interruzioni pubblicitarie. Così facile, così gratis. Il sito si compone anche di una pagina sulla storia del cinema italiano, dagli esordi di inizio secolo (il ventesimo, si intende) ai giorni nostri (2008!) e di una “lavagna”, dove è possibile lasciare commenti, annotazioni, saluti ecc…

Graficamente ben organizzato e semplicissimo da navigare, cinematografo.biz è una piacevole sorpresa per devoti cinefili, ma anche per tutti coloro che saranno disposti ad accettare benevolmente le evoluzioni che la tecnologia fa incontrandosi con il cinema. Oltretutto si tratta anche di un ottimo strumento di promozione del cinema italiano, così come si legge nella pagina dedicata al suo “manifesto”, il quale si compone di frasi che ,legate da un sillogismo impeccabile, chiariscono l’obiettivo del progetto.

Certo, alcuni sacrifici dovranno essere fatti per sposare l’iniziativa di cinematografo.biz, come quello di dover vedere il film che si è scelto sul monitor del proprio pc e non vederlo proiettato sul classico “grande schermo”, ma gli euro risparmiati faranno dimenticare presto le futili angosce da 14 pollici.

Buona visione.

Pranzo di ferragosto. Regia di G.Di Gregorio. Miglior opera prima festival di Venezia 2008

Posted in Cinema with tags , , , on settembre 21, 2008 by Dario Adamo

La mamma è sempre la mamma, c’è poco da fare. E quando l’età avanza e i segni sul viso ne sono un epidermica e inconfutabile prova, tocca ai figli restituire tutto quell’affetto, quell’amore di cui la mamma è stata capace per molti anni, senza mai lamentarsi. Gianni, in questo compito è esemplare: figlio encomiabile, vigile e attento a tutti i bisogni dell’anziana madre in compagnia della quale trascorre tutti i suoi giorni, festivi inclusi. Certo, se poi da figlio deve trasformarsi in poliedrico badante di interi gruppi di signore sole, le cose potrebbero complicarsi non poco.

Ed è proprio quello che succede al povero Gianni (Gianni Di Gregorio), che pieno di debiti nei confronti dell’amministratore del suo condominio, è costretto a scendere a compromessi: la cancellazione di gran parte delle somme dovute in cambio di un semplice favore e cioè badare per due giorni (a cavallo di ferragosto) alla madre del suo creditore, il quale è impegnato con degli irrinunciabili bagni termali. Gianni accetta mestamente il patto ed è così che il giorno seguente l’amministratore torna con sua madre ed un’altra novità: la zia Maria (Maria Calì). Indispettito non poco, Gianni si prodiga per sistemare anche lei.

Come se già non fosse abbastanza, un suo amico dottore tanto gentile da venire a visitralo in casa per un malore che lo tormenta ,gli chiede un favore da amico: prendersi cura dell’anziana madre, poichè lui sarà costretto a fare il turno di notte e non potrà badare a lei. Ed ecco che il quadro è completo: un non più giovane scapolo e quattro anziane signore di cui occuparsi, ognuna con le proprie fisime, i propri orari, i propri bisogni… e un pranzo di ferragosto da rimediare nel giorno più in ferie dell’anno.

Una carriera da aiuto-regista e sceneggiatore (ha collaborato alla scrittura di Gomorra) e ora novello regista e attore protagonista di questa sua opera prima che gli ha valso l’omonimo premio alla Mostra Internazionale d’arte cinematogrfica di Venezia di quest’anno, Gianni Di Gregorio ha confezionato una dolce storiella che parla di solitudine e terza età senza rendersi pesante e tuttavia suggerendo non pochi spunti di riflessione su tematiche spesso evitate dal cinema di oggi.

La scelta di “assumere” attrici non protagoniste è stata rischiosa, ma fruttifera: le quattro signore faticano a non buttare l’occhio alla telecamera, incuriosite dalla loro stessa storia, fatta di piccoli vizi repressi, di abitudini incrollabili, di proibizioni gastronomiche, ma fanno tutto come lo farebbero nella vita reale, con quella senile calma nel parlare che nasconde un velo di saggezza e un tantino di preoccupazione.

Dalle parole dello stesso autore, che abbiamo incontrato alla presentazione del film al Cinema Jolly di Bologna lo scorso venerdì, sappiamo che si è trattato di una lavorazione complessa, ma entusiasmante: ha dovuto praticamente buttare via il copione , confrontandosi con attrici non professioniste, ma attivissime e intente a dominare il set con una certa autorità. Un’esperienza in parte realmente vissuta (di Gregorio ha veramente vissuto con la madre per dieci anni ed ha avuto realmente a che fare con il suo amministratore e le sue bizzarre richieste, anche se alla fine non ha accettato), l’ipotesi del “come sarebbe andata se…”con un budget ristrettissimo (500.000 euro) ed un’originale ambientazione (la vera casa del regista), ma che ha dato vita ad un gioiellino del nostro cinema. Buono per tutti, giovani e meno giovani, mamme attente e figli premurosi.

Il film è tuttora in programmazione al Cinema Jolly, con gli spettacoli delle ore:

15:00 16:30 18:00 19:30 21:00 22:30.

Per maggiori info su prezzi e riduzioni: +39 051 224 605.

Sperimentare l’incubo. David Lynch, audiovisuale d’autore. Dal 12 al 28 settembre. Cineteca Lumière, Bologna.

Posted in Cinema, Eventi with tags , , on settembre 16, 2008 by Dario Adamo

Per gli amanti dell’opera di David Lynch, soprattutto di quella parte meno nota al grande pubblico, questo mese di settembre si offre al massimo delle sue potenzialità. Le scelte possibili sono tante. I primi shorts fims, come lo storico Six men getting sick ( datato 1966) o The Alphabet (1968), il mitico video Rabbits , diventato un vero e proprio topos per l’autore, il primo lungometraggio che fece notare l’ancora giovane David e cioè Eraserhead ,fino agli ultimi lavori visionari che danno vita ad un’esperienza estetica alquanto anomala :come andare al cinema ritrovandosi ad un’originale mostra di arte contemporanea, le cui opere spaziano dalla fotografia in movimento alla sperimentazione sul montaggio cinematografico, dal filmino amatoriale all’auto-documetario sul lavoro personale. Tutto a regola d’arte, quella di Lynch.

Dal 12 al 28 settembre al Cinema Lumière di Bologna (via azzo gardino , 65) i corti saranno in programmazione con il seguente ordine:

Lunedì 15:

THE DARKENED ROOM (USA/2007, 11′)
BOAT (USA/2007, 8′)
LAMP (USA/2007, 32′)
OUT YONDER: THE NEIGHBOR BOY (USA/2007, 10′)
INDUSTRIAL LANDSCAPE (USA/2007, 13′)
BUG CRAWLS (USA/2007, 5′)
INTERVALOMETER EXPERIMENTS (USA/2007, 14′)

Mercoledì 17 e Lunedì 22:

SIX MEN GETTING SICK (USA/1966, 4′)
THE ALPHABET (USA/1968, 4′)
THE GRANDMOTHER (USA/1970, 34′)
THE AMPUTEE (USA/1974, 9′)
THE COWBOY AND THE FRENCHMAN (USA/1988, 5′)
PREMONITIONS FOLLOWING AN EVIL DEED (USA/1996, 1′)
DUMBLAND (USA/2002, 35′)

Martedì 23:

Eraserhead (USA/1977, 89′)

Domenica 28:

More things that happended (USA/2007) di David Lynch (90′)

Rabbits (USA/2002) di David Lynch (50′).

Buona visione…e buona fortuna.

Io sono un autarchico (1976). Regia di Nanni Moretti

Posted in Cinema with tags , , on settembre 6, 2008 by Dario Adamo

I francesi della Nouvelle Vague la chiamavano “Politica degli autori”: si tratta di un adesione totale alle opere di un cineasta (che appunto diventa un vero e proprio autore e non un sempice regista), dalle quali è possibile scorgere fin dai primi fotogrammi delle caratteristiche proprie, uniche e inconfondibili di colui che quel film lo ha pensato e gli ha dato forma. Adottare questa politica significava anche difendere quell’autore anche nel caso di palesi insuccessi o sfortune, battersi per difendere l’unicità di quelle opere, di indiscusso valore artistico. Significava idolatrare sempre e comunque alcuni dei più grandi registi di tutti i tempi( tra cui Hitchcok, Lang, Eisenstein…), lasciando nell’ombra gli autori emergenti.

Nel caso di Nanni Moretti mi sento terribilmente condizionato e affetto da sintomi di Politica degli Autori o, se vogliamo essere più semplici, non riesco a non essere di parte. Per me il “morettismo” c’è e non riesco a farlo tacere. Si badi bene però. Si parla di questa sindrome solo per i film che vanno da Io sono un autarchico a prima de La stanza del figlio, il resto è un’altra storia, siamo fuori pericolo contagio, zona cinematografica asettica.

Io sono un autarchico è il primo lungometraggio di Nanni Moretti che in questo suo ancestrale esperimento sembra più giocare con amici e parenti a fare video amatoriali che essere impegnato in una vera realizzazione cinematografica. Fabio (Fabio Traversa) è un incerto regista teatrale che chiama in causa una serie di amici, tra cui appunto Michele (Nanni Moretti) per mettere su uno spettacolo di teatro sperimentale da presentare in una di quelle (ai tempi tanto in voga) cantina romana davanti a un pubblico misto e tra cui si troverà anche un critico (Beniamino Placido). Le confuse storie individuali dei personaggi si incrociano alla vita del gruppo di neoteatranti semi-paranoici e iper-problematici, tra assurdi battibecchi, crisi di coppia e stravaganti sbalzi d’umore.

Il film è senza dubbio lento e davvero di difficile digeribilità se non si è pensato prima ad un attenta preparazione spirituale e ad una moretti-predisposizione mentale. In ogni caso è giusto fare le dovute valutazioni, anche se, come ho premesso, l’obiettività in questo caso sarà difficile da mantenere.

Innanzitutto lui, Nanni Moretti, centro nevralgico e motore della storia, fa della figura dell’ironia un modo per criticare maliziosamente facendo uscire il sorriso agli spettatori più attenti. Le battute sulla Werthmuller, le considerazioni sul probabile futuro del figlio, le discussioni con la pseudo-compagna, la canzoncina su Berlinguer, sono tutte venate di quel sarcasmo sconsiderato e sono stilizzate secondo quella che è la sua visione della realtà e il suo modo di rapportarsi a essa. Con stile, proprio. Le espressioni del viso, gli atteggiamenti, i movimenti fanno parte della sua maschera, del suo essere attore così come dice lui, del suo modo di intendere la recitazione e l’interpretazione attoriale. Ciò che nei film seguenti come Ecce Bombo, Palombella rossa, Bianca… sara ormai acclarato ed etichettato come il suo stile, è presente qui in forma embrionale e assolutamente sperimentale. Molti parlano di una certa somiglianza con Woody Allen che, seppur simile nel modo di esteriorizzare moti interni e di descrivere preoccupazioni sul precipitare di una società a tratti malata, resta comunque lontano. Quella è l’America, questa è l’Italia.

Sul Moretti regista qui è praticamente impossibile rilevare caratteristiche stlistiche di qualche tipo: si tratta di inquadrature quasi sempre fisse, di una qualità video molto bassa (il film è girato in super8) e di un montaggio assolutamente poco curato. Come scritto sopra, si avvicina molto di più a una ripresa amatoriale tra amici che a un vero e proprio film. Nemmeno la trama può definirsi interessante o la sceneggiatura ben scritta. Tutto è incentrato su battute fulminanti, su scene da prendere per quello che sono, su un ambientazione seppur casalinga, per certi versi irreale. Si parla di teatro dell’assurdo e assurda è l’intenzione che spingerebbe questi attori a recitare per uno spettacolo di quel genere.

Da prendere o lasciare subito, da vedere o da evitare categoricamente. Sono scelte, entrambe lecite.

In principio erano le mutande (1999). Regia di Anna Negri

Posted in Cinema with tags , , on settembre 1, 2008 by Dario Adamo

Chiamatela fissazione, ossessione, tormento. Chiamatela, se volete, costruzione sociale, invenzione culturale, impressione individuale. Se credete, potete spingervi a classificarlo come razionale progetto comune o contrariamente, come infatuazione del tutto istintiva temporanea o duratura che sia. Potete crederci o non crederci, crticarlo o esaltarlo. In tutti i casi, l’Amore è stato e continua a essere preoccupazione di tutti. Esiste o no? E tutti, almeno una volta, lo hanno cercato.

C’è chi poi si dispera e ne fa davvero una questione di vita o di morte, come se fosse la scommessa più grande a cui si possa partecipare. Irma (Teresa Saponangelo), per esempio, napoletana di nascita e genovese d’adozione ne fa quasi un obiettivo professionale e si ostina a cercarlo ovunque, dentro un bar o all’uscita dell’acquario, le circostanze sono solo un dettaglio di poco conto. Non è da meno la sua migliore amica Gina (Stefania Rocca), compagna di sventure e sopravvivenza, che inizia la sua ricerca da un’improbabile star della musica e la finisce con uno spigoloso, seppur dolce e onesto camionista. Insomma il motto è “I soldi non fanno la felicità (tra un lavoro e un altro le due amiche si accontentano di quello che passa l’ufficio di collocamento), ma l’Amore si!”E se poi sto benedetto amore entra dalla finestra con una divisa da pompiere, non c’è che accoglierlo e credere in lui, fino in fondo.

Il primo lungometraggio di Anna Negri, figlia del noto filosofo marxista Toni Negri, diverte e appassiona, giocando maliziosamente con le sue due protagoniste, belle e brave in maniera differente. L’una, l’esile e un po’ più incerta Stefania Rocca, resta defilata e offre una spalla di conforto e d’appoggio alla verace e appassionata Teresa Saponangelo, che tra un involtario tentato suicidio e un incerto incendio doloso, soffre, si dispera, sorride e si fa amare in un solo abbraccio dal suo pompiere e dal suo pubblico.

Una regia che predilige le inquadrature ravvicinate, medi e primi piani, in comunicazione costante con i volti  delle sventurate nelle loro espressioni ora ingenue, ora appassionate, umanamente sofferenti e realisticamente trasognanti. Una storia che barcolla tra vita reale e sogni rincorsi, ma senza scadere mai nelle imprecisioni delle favole raccontate male, sempre ben tenuta a galla dalla bravura degli attori e dalla coerenza delle parti.

So per certo che qualcuno parlerebbe senza troppi indugi di bella favoletta moderna sull’amore, ma non renderebbe merito a quello che questo film possiede in più: una giusta commistione tra dramma e commedia, il sorriso compiaciuto per le storie di vita quotidiana raccontate a colori. Certo, c’è l’Amore e non è sempre vero che chi lo cerca (come fa Irma) poi alla fine lo debba per forza trovare. Sarebbe troppo facile così, ma può pur sempre funzionare.