Io sono un autarchico (1976). Regia di Nanni Moretti

I francesi della Nouvelle Vague la chiamavano “Politica degli autori”: si tratta di un adesione totale alle opere di un cineasta (che appunto diventa un vero e proprio autore e non un sempice regista), dalle quali è possibile scorgere fin dai primi fotogrammi delle caratteristiche proprie, uniche e inconfondibili di colui che quel film lo ha pensato e gli ha dato forma. Adottare questa politica significava anche difendere quell’autore anche nel caso di palesi insuccessi o sfortune, battersi per difendere l’unicità di quelle opere, di indiscusso valore artistico. Significava idolatrare sempre e comunque alcuni dei più grandi registi di tutti i tempi( tra cui Hitchcok, Lang, Eisenstein…), lasciando nell’ombra gli autori emergenti.

Nel caso di Nanni Moretti mi sento terribilmente condizionato e affetto da sintomi di Politica degli Autori o, se vogliamo essere più semplici, non riesco a non essere di parte. Per me il “morettismo” c’è e non riesco a farlo tacere. Si badi bene però. Si parla di questa sindrome solo per i film che vanno da Io sono un autarchico a prima de La stanza del figlio, il resto è un’altra storia, siamo fuori pericolo contagio, zona cinematografica asettica.

Io sono un autarchico è il primo lungometraggio di Nanni Moretti che in questo suo ancestrale esperimento sembra più giocare con amici e parenti a fare video amatoriali che essere impegnato in una vera realizzazione cinematografica. Fabio (Fabio Traversa) è un incerto regista teatrale che chiama in causa una serie di amici, tra cui appunto Michele (Nanni Moretti) per mettere su uno spettacolo di teatro sperimentale da presentare in una di quelle (ai tempi tanto in voga) cantina romana davanti a un pubblico misto e tra cui si troverà anche un critico (Beniamino Placido). Le confuse storie individuali dei personaggi si incrociano alla vita del gruppo di neoteatranti semi-paranoici e iper-problematici, tra assurdi battibecchi, crisi di coppia e stravaganti sbalzi d’umore.

Il film è senza dubbio lento e davvero di difficile digeribilità se non si è pensato prima ad un attenta preparazione spirituale e ad una moretti-predisposizione mentale. In ogni caso è giusto fare le dovute valutazioni, anche se, come ho premesso, l’obiettività in questo caso sarà difficile da mantenere.

Innanzitutto lui, Nanni Moretti, centro nevralgico e motore della storia, fa della figura dell’ironia un modo per criticare maliziosamente facendo uscire il sorriso agli spettatori più attenti. Le battute sulla Werthmuller, le considerazioni sul probabile futuro del figlio, le discussioni con la pseudo-compagna, la canzoncina su Berlinguer, sono tutte venate di quel sarcasmo sconsiderato e sono stilizzate secondo quella che è la sua visione della realtà e il suo modo di rapportarsi a essa. Con stile, proprio. Le espressioni del viso, gli atteggiamenti, i movimenti fanno parte della sua maschera, del suo essere attore così come dice lui, del suo modo di intendere la recitazione e l’interpretazione attoriale. Ciò che nei film seguenti come Ecce Bombo, Palombella rossa, Bianca… sara ormai acclarato ed etichettato come il suo stile, è presente qui in forma embrionale e assolutamente sperimentale. Molti parlano di una certa somiglianza con Woody Allen che, seppur simile nel modo di esteriorizzare moti interni e di descrivere preoccupazioni sul precipitare di una società a tratti malata, resta comunque lontano. Quella è l’America, questa è l’Italia.

Sul Moretti regista qui è praticamente impossibile rilevare caratteristiche stlistiche di qualche tipo: si tratta di inquadrature quasi sempre fisse, di una qualità video molto bassa (il film è girato in super8) e di un montaggio assolutamente poco curato. Come scritto sopra, si avvicina molto di più a una ripresa amatoriale tra amici che a un vero e proprio film. Nemmeno la trama può definirsi interessante o la sceneggiatura ben scritta. Tutto è incentrato su battute fulminanti, su scene da prendere per quello che sono, su un ambientazione seppur casalinga, per certi versi irreale. Si parla di teatro dell’assurdo e assurda è l’intenzione che spingerebbe questi attori a recitare per uno spettacolo di quel genere.

Da prendere o lasciare subito, da vedere o da evitare categoricamente. Sono scelte, entrambe lecite.

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Una Risposta to “Io sono un autarchico (1976). Regia di Nanni Moretti”

  1. Mi si nota di più, se mi connetto e scrivo un comment o se leggo la recensione e non commento? si dai scrivo un comment…. no no non scrivo niente. ciao

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