Archivio per ottobre, 2008

Garage. Regia di L. Abrahamson. Miglior film in concorso al Torino Film Festival 2007

Posted in Cinema with tags , , on ottobre 15, 2008 by Dario Adamo

L’unica colpa di Josie è quella di essere troppo buono e un po’ ingenuotto. Al garage fa tutto quello gli si dice e se Mr. Gallagher, il suo capo, gli chiede di restare a lavorare anche il fine settimana, lui risponde affermativamente con l’espressione fiera e orgogliosa del dipendente diligente e fidato. Si preoccupa puntigliosamente anche di come deve essere esposto l’olio motore, anche se difficilmente qualcuno ci farà caso.
Percorre molta strada a piedi Josie, perché ha un problema alle anche e camminare gli fa bene. A volte arriva fino in città, per bere una birra o comprare qualcosa al negozietto della bella Carmel. Per gli altri del paese è semplicemente lo scemo del villaggio e ogni tanto lo prendono in giro, ma lui, dall’alto della sua supposta cretineria, passa sopra a questi scherzi da “stupidi”. Vive solo Josie, nel retro di questo “Garage” fuori mano e poco frequentato, ma per i fine settimana Mr.Gallagher gli affida un giovane aiutante, un ragazzino di quindici anni, a cui lui dovrà insegnare il mestiere. Presto i due si faranno piacevolmente compagnia, chiacchierando (poco in realtà) e bevendo qualche birra insieme al tramonto. Purtroppo Josie fa qualche errore di calcolo: in un paese così piccolo la gente e parla e le voci girano e anche se lui non ha fatto del male a nessuno si ritrova in un bel guaio. Solo per essere stato gentile o forse solo un po’ ingenuo.

Leonard Abrahamson, regista di questo bello e triste Garage, premiato come miglior film in concorso al Torino Film Festival del 2007, abbandona l’ambientazione metropolitana del suo primo lungometraggio Adam & Paul e si trasferisce insieme al co-sceneggiatore Mark O’Halloran nelle verdi periferie di paese irlandesi, location ideale per raccontare la storia di questo mite personaggio, solo parzialmente inventato. Infatti, così come ci racconta lo stesso regista che abbiamo incontrato martedì 14 ottobre al Cinema Lumière per la serata inaugurale della rassegna Ireland on Screen che durerà fino al 24 di questo mese, Garage è basato su una storia vera o, per meglio dire, su un’ ingenuo scemo del villaggio realmente esistito e che ha dato vita a questo film.

La maggior parte del lavoro, ci confessa Abrahamson, è stata fatta prima delle riprese, cioè nel momento della scrittura e in particolare della “costruzione” di Josie, che doveva essere studiato nei minimi dettagli. E così è stato. Merito oltre che dei due sceneggiatori, anche di un grande attore come Pat Shortt, comico di grande fama in Irlanda e che si è prestato magistralmente per questo ruolo drammatico, lavorando moltissimo sulla fisicità meccanica del personaggio (dai gesti all’andatura), ma riuscendo a conferire anche eccezionale emotività. Il Josie che ne esce fuori non è il solito stupido, di cui tanto si parla in questo periodo, soprattutto dopo il recente Burn After Reading dei Cohen, ma un tenero omaccione, un po’ impacciato e tanto buono e altruista. “E’ una persona invisibile che vive in maniera invisibile, un uomo piccolo in un mondo grande” come ci dice Abrahamson richiamandosi anche alla clownesca Giulietta Masina de “La Strada” di Fellini.  Soffre (anche d’amore) in silenzio e senza dare disturbo a nessuno e sparisce altrettanto silenziosamente, come un sasso tirato verso il fiume che non fa rumore nell’abissarsi fino ad adagiarsi sul fondale.

Un film caratterizzato da una forte contaminazione di stili, da un accentuato minimalismo bressoniano (il regista non nasconde l’influenza del regista francese) al carattere burlesco un po’ vaudeville e sicuramente non eccessivamente legato al contesto irlandese (non fosse per qualche pinta al pub e il verde del paesaggio non ci accorgeremmo nemmeno che ci troviamo in Iralnda).
Incoraggiante inizio di questo Ireland On Screen, la cui programmazione è consultabile sul sito della cineteca con diversi incontri e proiezioni.

Un cinema quello irlandese che ancora sibila e parla a voce bassa, ma che a breve, si spera, riuscirà ad alzare la voce e a farsi sentire da tutti.

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Non pensarci (2007). Regia di G. Zanasi, con Valerio Mastrandrea, Anita Caprioli, Caterina Murino.

Posted in Cinema with tags , , , on ottobre 11, 2008 by Dario Adamo

Come raccontare un dramma familiare che si complica sempre più di giorno in giorno insieme alle vite dei singoli protagonisti che precipitano in caduta libera verso il baratro, con i toni leggeri della contemporanea commedia alla Virzì, facendo sorridere lo spettatore a intervalli regolari per tutta la durata del film. Sicuramente un buon soggetto, un film ben scritto. Ma soprattutto un attore multitasking, capace nel medesimo istante di dare vita a un’espressione del viso così triste da far crepare dalle risate. Quell’uomo è Valerio Mastrandrea, uno dei migliori attori del cinema di casa nostra.

Stefano (Valerio Mastrandrea per l’appunto) vive ormai da quattro anni a Roma nel vano intento di incidere un cd con la sua punk-rock band (che non ha mai fatto cover!), ma quando un bel giorno torna a casa dopo un concerto finito troppo presto e scopre la sua ragazza con il chitarrista di un altro gruppo (un imbarazzato Edoardo Gabriellini), decide di tornare a casa, in una più protettiva, ma scialbetta Rimini. Lentamente si accorge che dietro l’apparente tranquillità familiare si nascondono non poche buche, pronte a trasformarsi in giganteschi crateri. Il grassoccio fratellone (Giuseppe Battiston), ormai responsabile dell’azienda di famiglia rischia l’esaurimento nervoso e ha ipotecato praticamente tutto, mentre i suoi dipendenti non vedono uno stipendio da tre mesi. Il padre, lontano ormai dagli impegni di lavoro, trova conforto nelle verdi colline di un campo da golf. La sorella, sospettata di omosessualità ha lasciato l’università per dedicare la sua vita ai delfini; la madre infine frequenta corsi di felicità e autostima, guidata da improbabili santoni vestiti di bianco. Insomma non proprio la situazione ideale per staccare la spina dallo stress metropolitano. Dovrà caricarsi di responsabilità, cercare di arginare dove può e limitare i danni. Gli sviluppi saranno molteplici, complicati e sorprendenti.

Un bel risultato viene dall’aver accoppiato uno scapestrato trentenne che cerca di svoltarla a Roma, Mastrandrea, con l’imbranatello, problematico e poco responsabile Battiston, goffamente innamorato di una prostituta e alle soglie di una brutta depressione. Ma anche il resto si difende a spada tratta, un cast perfetto per il ritratto della famiglia venuta su amorevolmente, ma pronta a crollare senza preavviso sul prato del loro bel giardino. Ma è alla famiglia che si ritorna, si ricorre e su cui si può ancora sperare, quando tutto al di fuori delle mura domestiche è contaminato e marcio. E allora perchè non salvarla?

Non Pensarci è la dimostrazione che non c’è bisogno di spendere ingenti somme di denaro per dare vita a bei film, che divertono, ammiccano, raccontando storie vere realisticamente riconoscibili. Ridiamo delle incrinature della vita, dei passi falsi e delle sviste che portano a collassi. Riconosciamo la realtà di provincia con le sue certezze di superficie, le sue controllate dinamiche interne, ma spesso alquanto cedevoli. Menomale che c’è Mastrandrea, umano figlio e amico di famiglia.

Babylon (1980) e Dread Beat an’ Blood (1979). Franco Rosso e il reggae nell’Inghilterra degli anni 70: violenza, razzismo e dub music.

Posted in Cinema with tags , , , on ottobre 9, 2008 by Dario Adamo

Parlare di reggae spesso significa evocare immagini di rara serenità, colorate fotografie di festival che raccolgono migliaia di persone, nel nome di pace, amore e uguaglianza. Viene in mente Bob Marley and The Wailers, le incantevoli spiagge della Jamaica, il sorriso smagliante di tanti rastaman dall’aria rilassata e accondiscendente, movimenti ritmati e lenti e grosse nubi di verde smog naturale. Peccato che le cose non stanno per niente così, sia se ci si volta indietro, al passato, sia quando guardiamo al presente.

Il presente è quello dell’ormai diffusa polemica sull’omofobia, la caccia ai “cicciman” (brutale forma di nominare gli omosessuali), la corsa a scalare le vette delle classifiche pompando canzoni che suonano troppo gangsta e brooklyniane. Il passato è (anche) quello della forte ondata di immigrazione che portò migliaia di uomini e donne di colore provenienti dalle isole caraibiche (tra tutte la Jamaica) all’Inghilterra pre-tatcheriana.

E’ di questo passato che Franco Rosso si fa portavoce e cronista in questo Babylon, proiettato lo scorso martedì 7 ottobre al cinema Lumère di Bologna, all’interno di un’iniziativa in collaborazione con Gruppo Editoriale Minerva RaroVideo e Rototom Sunsplash. Sono gli anni settanta e siamo a Brixton, quartiere di una Londra particolarmente ostica nei confronti dei molti immigrati che camminano sui loro stessi marciapiedi, quei West Indians di colore scuro, seconda generazione di jamaicani cresciuti in Europa. L’unica cosa che permette a quei giovani figli di immigrati di farsi sordi ai i continui insulti razzisti sono i decibel che escono dalle casse dei sound system che con tanta energia trasportano da un garage all’altro, luoghi nei quali si svolgono le session di reggae music.

Il pretesto da cui nasce la storia di questo film è un attesissimo sound clash (uno “scontro” fra dj) tra l‘Ital Lion Sound, di cui Blue (interpretato dal cantante degli Aswad, ex Double Decker, Brinsley Forde) è il rappresentante e Jah Shaka (che interpreta se stesso). Per Blue la vita non è per niente facile, tra un licenziamento a lavoro, le continue incomprensioni a casa e una ragazza che lo lascerà solo. Fortunatamente ha gli amici con cui condividere l’amore per la musica reggae e con i quali sta preparando la gara musicale contro il famoso Jah Shaka. Arriva il giorno del duello all’ultima “tune”, ma in quelle zona ormai si sa…non si può proprio stare tranquilli.

Una regia da un lato molto fredda e realistica, attenta soprattutto a descrivere con piglio veristico luoghi, persone e ambienti di quel periodo caldo, segnato da bieco razzismo civico e violenza xenofoba gratuita e dall’altro una scrupolosa attenzione rivolta alla storia individuale di Blue, vittima degli eventi e di un sistema che sicuramente non lo aiuta a rialzarsi quando si trova a terra.

Un elemento fondamentale è senza dubbio la colonna sonora che contribuisce allo sviluppo della storia (che è anche un racconto di musica e radici) e che in particolari circostanze diventa prominente rispetto a tutto il resto, con quelle distorsioni dub spaccatimpani (la rimasterizzazione digitale fa la sua parte) e avanguardiste. Un ritmo narrativo segnato dalla musica, che spazia dal rocksteady che riesce a far ballare “i vecchii” durante le riuonioni di famiglia agli evoluzionismi dub di Shaka che intrattengono i giovani”negri” nei ghetto-garage. Una rivoluzione generazionale che fa della musica reggae il suo scudo e la sua bandiera.

Dread Beat an’ Blood.

Si tratta di un documentario su una figura essenziale della contestazione antirazzista dei primi anni settanta, il poeta e cantante Linton Kwesi Johnson. Arrivato a Londra nel 1963, cerca di integrarsi subito in quella società tanto avversa nei confronti degli immigrati di colore, frequentando le scuole inglesi ed iscrivendosi alla facoltà di Sociologia dell’università di Londra. Si laurea, ma la spendibilità del suo titolo sembra essere limitata e intraprende attività lavorative diverse da quelle che il suo profilo professionale auspicava. Lavora in fabbrica e in seguito finalmente in una biblioteca, luogo a lui più consono e dove si sente più a suo agio. Ciò che invece ha sempre fatto e di cui non si è mai stancato è scrivere poesie.

Quando scrive, dice Johnson, le parole escono accompagnate già da un ritmo:l’inchiostro scorre e la musica avanza. Da qui la necessità oltre che di leggere quelle poesie, anche di farle accompagnare da una melodia (dub, chiaramente) e cantarle. E’ così che nascono quelli che poi saranno riconosciuti come veri e propri successi: a parte l’omonimo Dread Beat an Blood, Man free e Five Nights of Bleeding sono state (e continuano a essere) non solo poesie toccanti e compromesse, ma anche hits della dub-reggae music. Testi che recitava o cantava e che hanno contribuito fattivamente ad una presa di coscienza collettiva per gli immigrati “caraibici”residenti in Inghilterra, che ne hanno raccontato episodi (come l’arresto dell’innocente George Lindo, accusato di una rapina mai commessa e condannato a due anni di reclusione) e che gli conferiscono un eccezionale primato come autore di “Dub Poetry”.

Gli amanti del circolo polare (Los amantes del circulo polar, 1998). Regia di J.Medem

Posted in Cinema with tags , , on ottobre 7, 2008 by Dario Adamo

Otto e Ana hanno qualcosa in comune e non si tratta solo di un nome che si può leggere anche alla rovescia. Sono indissolubilmente legati, fin da piccoli. Sarà stato il caso o il destino a volere questo incontro, ma il dato è che si tratta di un’unione solida come il ferro. Che poi tale rapporto si sia anche trasformato in un Amore intenso, palpitante e longevo è questione di ostinazione e testardaggine, spontaneo lavorìo di due cuori in simbiosi.

Il padre di Otto, Alvaro (un convincente Nancho Novo), comunica al figlio la ormai prossima  e incombente separazione dalla madre. Sono cose che succedono, ma Otto non inghiotterà il boccone con così tanta facilità e un evento del genere lo segnerà per tutta la vita. Lo renderà più instabile, più testardo, più duro con se stesso e con gli altri. Allo stesso modo la madre di Ana un giorno dopo la fine delle lezioni a scuola, va a prendere la propria bambina e porta con sè una brutta notizia: il padre è morto in seguito a un terribile incidente d’auto.

Da questo incredibile incrocio di eventi, ma anche a causa  di un fanciullesco messaggio d’amore su un aeroplanino di carta, avviene la conoscenza fra le due mezze famiglie. Da un lato Otto e suo padre, dall’altro Ana e sua madre. Da lì a poco le due metà formeranno un’unica famiglia, con la piccola particolarità che coloro che dovrebbero comportarsi come fratellastri, saranno sotretti a nascondere un amore che li lega quasi morbosamente. L’improvvisato gruppo familiare non sarà esente da problemi di ogni ordine e tipo, tra separazioni, morti precoci (la madre di Otto) e tradimenti, tutte cose che non gioveranno alla giovane coppia di innamorati. Otto ruba non pochi soldi al padre e scappa, “piglia il volo” e si allontana da Ana. Non si incontreranno (almeno coscientemente) per molto tempo. Uno sguardo profondo ci suggerisce che un incontro alla fine ci sarà, ma non come era stato previsto.

Il regista di Lucia y el sexo e di Caotica Ana (c’è da sospettare che qualcosa lo leghi a questo nome palindromo) impressiona per la sua classe registica. Una costruzione che ricorda un po’ Memento di Nolan, per questo andirivieni tra infanzia ed età adulta, tra un passato che sembra presente e un presente avvolto in una fredda nebbia d’inverno. La storia d’amore si lega alle trame dei suoi personaggi che fanno tuttuno nell’incedere del film che appassiona, commuove e saltella tra sogno a realtà senza disturbare lo spettatore o danneggiare la sceneggiatura. Julio Medem conferma le sue qualità da promettente cineasta in carriera che aveva già fatto notare con Tierra, dirigendo bene i due giovani attori Fele Martinez (Otto) e Najwa Nimri (Ana) e costruendo un’ottima ambientazione trasognante ma credibile.

Una parabola sull’amore eterno (e non finchè dura, ma a lungo nel tempo), ma anche un semplice e leggero trattato sulla forza del destino e l’influenza del caso nella vita di ognuno. Le coincidenze, gli incontri, la sorte sono elementi tanto presenti quanto incidenti per tutti, nessuno escluso. Fanno nascere amori, favoriscono conoscenze, ci intromettono o escludono da disgrazie o miracoli. Danno possibilità, tolgono opportunità e purtroppo non siamo noi a decidere quando giocare o restare in panchina.

I am the one who brings flowers to her grave.(Io sono colei che porta i fiori verso la tomba – Francia/Siria 2006) Regia di H.Alabdalla e A.AlBeik

Posted in Cinema with tags , , on ottobre 1, 2008 by Dario Adamo

Guardarsi alle spalle quando si è già fatta tanta strada non è sempre così facile. Può commuovere, rattristare, deprimere. Può fare ricordare cose dimenticate, luoghi dell’infanzia, vecchie conoscenze che stavano perdendosi nei meandri della memoria. Ma con un po’ di coraggio le cose possono tornare nitide, la voce si schiarisce e si può iniziare a raccontare: il passato e le radici.

Si guarda indietro Hala Alabdalla Yakoub (classe 1956), torna alla sua città natale (Hama, in Siria) dopo venticinque anni di assenza, guarda i luoghi cari del suo passato, le case di pietra, gli anziani, ma sempre vigorosi artigiani, le vecchie amiche, un poeta e alcuni parenti, tutti sofferenti testimoni di ciò che è stato. Ad aiutarla in questa sua individuale (ma anche storica e politica) retrospettiva è il giovane cineasta Ammar Al Beik per questo struggente Je suis celle qui porte les fleurs vers sa tombe (Io sono colei che porta i fiori verso la tomba).

E’ il verso di una poesia il titolo di questo film , così come è poetica la sua costruzione narrativa: tre storie, un bambino che era rimasto solo su un’isola, unico abitante di quella terra dimenticata, alcune icone da far tornare al loro primordiale splendore e la difficile vita di alcune donne in una fabbrica di tabacco si intrecciano senza raccontarsi fino in fondo, per dare spazio alla storia individuale, quella della regista franco-siriana, volata a Parigi per approfondire i suoi studi e mai più tornata. Ci sono anche una giovanissima figlia divoratrice di libri, un marito pittore, artista e contestatore attivo e un figlio attento reporter. In questo film ci sono “tutti i film che ho voluto fare in vent’anni e che non ho mai potuto fare”, così come ci confessa la stessa regista che abbiamo incontrato al cinema Lumière lo scorso giovedì 25 settembre 2008.

Realizzato con poco (in termini di mezzi e denaro), il film-documentario scorre lento nella prima parte, nella quale appaiono disordinatamente molti dei personaggi e dei luoghi protagonisti della storia, per poi prendere corpo e ritmo nella seconda parte che ci rende partecipi di questo nostalgico tuffo nel passato con un occhio socchiuso rivolto al presente. Politica e pillole di storia siriana fanno tutt’uno con il passato di Hala, fatto di prigionia, ma anche di un tenero amore coltivato con passione dietro le sbarre di un carcere.

Lo stile complessivo del lungometraggio, presentato nel 2006 per la sezione Orizzonti della Mostra di Venezia e vincitore di un riconoscimento da parte dell’associazione italiana documentaristi, è il risultato dell’unione di due esperienze che vengono da generazioni diverse. La scelta del bianco e nero per esempio è avvenuta durante il montaggio e ne ha accresciuto la drammaticità, così come la presenza della musica solo in una sequenza finale.

“E’ un po’ duro tornare indietro e non lo farò più” ha dichiarato la regista, ma questa difficile esperienza ha portato alla realizzazione di un docu-film profondo, intenso e struggente. Un passo avanti per il cinema arabo contemporaneo.