I am the one who brings flowers to her grave.(Io sono colei che porta i fiori verso la tomba – Francia/Siria 2006) Regia di H.Alabdalla e A.AlBeik

Guardarsi alle spalle quando si è già fatta tanta strada non è sempre così facile. Può commuovere, rattristare, deprimere. Può fare ricordare cose dimenticate, luoghi dell’infanzia, vecchie conoscenze che stavano perdendosi nei meandri della memoria. Ma con un po’ di coraggio le cose possono tornare nitide, la voce si schiarisce e si può iniziare a raccontare: il passato e le radici.

Si guarda indietro Hala Alabdalla Yakoub (classe 1956), torna alla sua città natale (Hama, in Siria) dopo venticinque anni di assenza, guarda i luoghi cari del suo passato, le case di pietra, gli anziani, ma sempre vigorosi artigiani, le vecchie amiche, un poeta e alcuni parenti, tutti sofferenti testimoni di ciò che è stato. Ad aiutarla in questa sua individuale (ma anche storica e politica) retrospettiva è il giovane cineasta Ammar Al Beik per questo struggente Je suis celle qui porte les fleurs vers sa tombe (Io sono colei che porta i fiori verso la tomba).

E’ il verso di una poesia il titolo di questo film , così come è poetica la sua costruzione narrativa: tre storie, un bambino che era rimasto solo su un’isola, unico abitante di quella terra dimenticata, alcune icone da far tornare al loro primordiale splendore e la difficile vita di alcune donne in una fabbrica di tabacco si intrecciano senza raccontarsi fino in fondo, per dare spazio alla storia individuale, quella della regista franco-siriana, volata a Parigi per approfondire i suoi studi e mai più tornata. Ci sono anche una giovanissima figlia divoratrice di libri, un marito pittore, artista e contestatore attivo e un figlio attento reporter. In questo film ci sono “tutti i film che ho voluto fare in vent’anni e che non ho mai potuto fare”, così come ci confessa la stessa regista che abbiamo incontrato al cinema Lumière lo scorso giovedì 25 settembre 2008.

Realizzato con poco (in termini di mezzi e denaro), il film-documentario scorre lento nella prima parte, nella quale appaiono disordinatamente molti dei personaggi e dei luoghi protagonisti della storia, per poi prendere corpo e ritmo nella seconda parte che ci rende partecipi di questo nostalgico tuffo nel passato con un occhio socchiuso rivolto al presente. Politica e pillole di storia siriana fanno tutt’uno con il passato di Hala, fatto di prigionia, ma anche di un tenero amore coltivato con passione dietro le sbarre di un carcere.

Lo stile complessivo del lungometraggio, presentato nel 2006 per la sezione Orizzonti della Mostra di Venezia e vincitore di un riconoscimento da parte dell’associazione italiana documentaristi, è il risultato dell’unione di due esperienze che vengono da generazioni diverse. La scelta del bianco e nero per esempio è avvenuta durante il montaggio e ne ha accresciuto la drammaticità, così come la presenza della musica solo in una sequenza finale.

“E’ un po’ duro tornare indietro e non lo farò più” ha dichiarato la regista, ma questa difficile esperienza ha portato alla realizzazione di un docu-film profondo, intenso e struggente. Un passo avanti per il cinema arabo contemporaneo.

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