Archivio per novembre, 2008

Nessuna verità (Body of lies, 2008). Regia di Ridley Scott. Con Leonardo DiCaprio, Russel Crowe, Mark Strong. Al cinema dal 21 novembre

Posted in Cinema with tags , , , on novembre 17, 2008 by Dario Adamo

Quanto peso e che valore hanno oggi le informazioni? Basti pensare alla dipendenza da pc e rete internet che si è ormai creata in un qualsiasi utente medio che non riesce a stare per più di due giorni senza comunicare in istant messaging o controllare la propria mail. Ed è tutta informazione inutile, quella. Eleviamo al quadrato, o anche al cubo, il grado di importanza di tale informazione e forse riusciremo ad immaginare che peso abbia la trasmissione di dati e aggiornamenti per l’agenzia di servizi segreti più importante al mondo. Una notizia in meno, una bomba in più. Un computer acceso in ritardo, una vita spenta in anticipo. A voler essere ottimisti.

L’agente speciale in missione è Roger Ferris (Leonardo DiCaprio), l’uomo migliore di cui dispone la CIA, che, in continua e fervente comunicazione telefonica con il suo superiore, il veterano Ed Hoffman (Russel Crowe), si trova sulle tracce di uno scaltro terrorista che ha già messo a segno non pochi attacchi, organizzando bombardamenti di grossa portata, qua e là per il Medio Oriente. Ferris è la pedina sul campo, quello che rischia di saltare in aria un giorno sì e l’altro pure, Hoffman la mente che controlla e organizza tutto da casa, tra moglie preoccupata e pargoli ubbidienti. Tra i due si mette in mezzo il capo del Dipartimento dei Servizi Segreti giordani, Hani Salaam (un duro e determinato Mark Strong), un uomo per cui l’onestà nei rapporti di lavoro è la prima cosa, un “aspetto essenziale”, se si vuole raggiungere un obiettivo. E’ l’obiettivo è lo stesso per Stati Uniti e Giordania, afferrare il cattivo, ma le strategie non sempre coincidono e quando si tratta di una collaborazione, alla prima divergenza di opinioni, scatta l’apocalisse. A farne le spese è sempre il giovane Ferris, la cui unica paradossale fortuna è l’essere stato azzannato da due cani rabbiosi, incidente che gli farà conoscere una dolcissima infermiera del posto (l’attrice iraniana Golshifteh Farahani, al debutto nel cinema americano), a cui dimostra di tenere come non ha mai fatto. Il rischio è trascinarla con sé nei suoi loschi affari da “consigliere politico”, ma alla fine nell’inghippo ci cade da solo, e ben in profondità. L’unica lezione da trarne è “fidarsi e bene, non fidarsi è meglio”.

Tratto dall’omonimo romanzo del giornalista statunitense David Ignatius, “Nessuna Verità” (titolo originale “Body of lies”)supera il semplicista meccanismo della spy-story più gettonata e riesce a scavare a fondo non solo nei personaggi, ma anche nelle complesse dinamiche dei loschi giochi a compromesso forzato tra potenze e superpotenze. Merito sicuramente del materiale di partenza, il romanzo di un professionista dell’informazione che ha lavorato per 10 anni su questioni relative alla CIA e al Medio Oriente, ma anche di un attento lavoro di trasposizione dello sceneggiatore premio oscar William Monahan (“il bene e il male – The Departed”), che è riuscito a dare compattezza e ritmo a un film, che non si limita soltanto a dirci che la guerra è sbagliata a forza di mitra e bombe a mano. La tensione è alta non solo per il fatto che ci siano di mezzo terroristi arabi dal martirio facile, ma anche perché in ogni momento si dubita di fare affidamento sull’alleato sbagliato.

Oltre agli stranoti e sempre in forma DiCaprio e Crowe, una grande prova dell’attore inglese cinematografico e televisivo Mark Strong, nella parte dell’uomo tutto d’un pezzo e dall’astuzia acuminata, che devi riuscire a guardare negli occhi, se vuoi che ti risponda. Un Ridley Scott da “ottima annata” e di buoni propositi, che riempe di ferite il povero Leonardo e di gelato il già robusto Crowe.

Duoro, faina fluvial (Duoro, ansa fluviale – 1931) e I misteri del convento (O convento – 1995). Con C. Deneuve, J. Malkovich, L.M.Cintra

Posted in Cinema, Eventi with tags , , on novembre 16, 2008 by Dario Adamo

Cent’anni e non sentirli…ma vederli sì che li vediamo, perchè è dal 1929 che Manoel de Oliveira è in attività come regista, quando ancora il cinema non parlava, o meglio, non ci era dato ascoltarlo.

Ed è proprio con il suo primo cortometraggio, Duoro, faina fluvial realizzato tra il 1929 e il 1931, che si apre l’ennesimo incontro al Cinema Lumiére della rassegna “Le parole dello schermo”, iniziativa che ci accompagnerà fino a fine mese e che dopo avere ospitato autori come Kusturica, Moretti e Monicelli, questa domenica 15 novembre ci ha permesso di incontrare il cineasta portoghese Manoel De Oliveira, che alla soglia dei festeggiamenti del suo primo secolo di vita, il prossimo 12 dicembre, dimostra ancora una lucidità quantomeno sorprendente.

Prima del consueto incontro con lui e con un accompagnatore d’eccezione quale è João Bénard da Costa, direttore della Cinemateca Portoguesa e amico del regista, abbiamo assistito alle due proiezioni in programma: il cortometraggio-opera prima in una versione restaurata e integrata con la colonna sonora Duoro, faina fluvial,omaggio al fiume che attraversa la città di Porto e alle persone che sulle sue rive hanno versato tanto sudore durante le prime decadi del secolo scorso, e a seguire O Convento, presentato a Cannes nel 1995 e uscito in Italia più di un anno dopo con il titolo I Misteri del Convento, onirica opera che vola su Shakespeare e Goethe senza mai afferrarli, interpretata da due grandi come Catherine Deneuve e John Malkovich.


Duoro, faina fluvial (Duoro, ansa fluviale – 1931), cortometraggio, 18 min.

Iniziato nel 1929 e presentato al pubblico due anni dopo, questo cortometraggio inizialmente muto, subisce modifiche tecniche per quasi un intero secolo. Accompagnato da una colonna sonora nel 1934, aggiunta che, come ci racconta João Bénard da Costa, costrinse ad una riduzione della grandezza dell’immagine, rimpicciolita in altezza e larghezza, la pellicola dopo più di cinquant’anni, e cioè nel 1988, fu nuovamente restaurata, con una diversa colonna sonora, più vicina al progetto originale di De Oliveira. Tale versione fu presentata in anteprima mondiale nel 1993 proprio a Bologna, in occasione del festival “Il cinema Ritrovato”, annuale appuntamento organizzato dalla Cineteca.

Si tratta di una serie di riprese, un vero e proprio collage di immagini (sono gli anni dell’innovativo sperimentalismo sul montaggio del russo Ejzenštejn, di cui De Oliveira ammette la notevole influenza) che ritraggono il lavoro quotidiano di pescatori e artigiani sulle rive del fiume Douro, imponente corso d’acqua che nasce in Spagna, ma che si getta sull’oceano Atlantico proprio nei pressi di Porto, città natale del regista. Queste sponde, che oggi ospitano le più famose cantine del vino che prende il nome dall’omonima città, nei primi anni del secolo è teatro della più instancabile attività di pescatori e massaie che lavorano il noto Bacalao, cibo appartenente alla tradizione culinaria lusitana. Ma tutt’attorno a quei ponti permanenti che sovrastano il fiume ci sono anche operai che spalano carbone e povera gente che mangia quello che può, seduta sui gradini di scoscese scale, scambiandosi teneri sorrisi di consolazione. Con questo cortometraggio De Oliveira, il quale ci confessa che durante la lavorazione è stato aiutato da un suo amico fotografo per passione, bancario di professione, è riuscito a conseguire almeno tre obiettivi: omaggiare la sua città, offrire un esempio di realismo artistico, dare il suo contributo all’innovazione del montaggio nel cinema.


I misteri del convento (O convento, 1995). Con Catherine Deneuve, John Malkovich, Luis Miguel Cintra.

Un professore americano (Malkovich) si reca in un convento portoghese accompagnato dalla bella e seducente Hélène (Deneuve), alla ricerca di prove che corroborino una tesi da lui sostenuta riguardo alle presunte origini spagnole del poeta William Shakespeare. Il custode del convento assicura la sua ospitalità e offre collaborazione, incaricando una dolce archivista di nome Piedade di aiutare il professore nella sua ricerca. La situazione tra i quattro protagonisti (gli attori del film in tutto sono sei, di cui uno è un caro amico del regista e si tratta appunto di João Bénard da Costa, direttore della Cinemateca Portoguesa, che ha il merito di avere condotto il regista nei luoghi dove è stata poi ambientata la storia) si complica abbastanza. Il mefistofelico Baltar, il custode, tenta in tutti i modi di sedurre la bella Deneuve, con diaboliche perifrasi e pericolosi compromessi, mentre tra la giovane Piedade e il determinato professore si instaura una collaborazione più che filologica, ma pur sempre pudica. Visto che le donne non compaiono mai insieme, si insinua nell’ostinato accademico il dubbio di una visionaria ubiquità di quella che potrebbe essere un’unica donna, che prende ora le spoglie della compagna, ora quelle dell’ammaliante archivista. La verità non la sapremo mai.

Se all’inizio il film sembra prendere la strada di una reale ricerca storico-filologica che attesti gli iberici natali di Shakespeare, allo scrittore inglese De Oliveira preferisce poi il Faust di Goethe, che diventerà il filo conduttore di trama, dialoghi e ambientazione. Qualche ammiccamento a Omero e Nietzche, ma senza dubbio sono diavoli e anime a essere in gioco, tirando come si può la corda del desiderio. Si vogliono e si cercano Malkovich e Deneuve (non starebbero insieme d’altronde), ma il desiderio (sempre lui!) di diventare immortale grazie ad una scoperta come quella che ha tra le mani, lo rende un po’ distratto alle richieste d’affetto della compagna, che lascia un po’ di speranza al diabolico custode, ma che alla fine sarà solo una vittima di una più attenta astuzia umana , ma soprattutto femminile.

Per la realizzazione di questo film, De Oliveira chiese in un primo momento a Agustina Bessa Luis di scrivere una storia, ma mentre l’autrice era già a lavoro e proseguiva per quello che alla fine sarebbe stato il romanzo As Terras Do Risco, il regista stava aveva già buttato giù più che qualche idea. Ed è così che non si può parlare né di un qualcosa scritto a quattro mani, né della trasposizione di un romanzo. A questa strana combinatoria si aggiunse il ricordo d’infanzia dell’amico João Bénard da Costa, che propose il convento di Arrabida, a lui tanto, caro come location ideale. Questo consiglio gli valse la scritturazione come sesto e ultimo attore.

Tre cose di cui fare nota: una colonna sonora appropriata e giustamente incalzante, un’originale rivisitazione di un m’ama-non m’ama a colpi di porte sbattute e luci intermittenti e una dolorosa rinuncia a vedere il nudo integrale della bellissima Deneuve: De Oliveira ripiega su una sequenza divisa, prima i piedi e poi il volto dell’attrice, quando invece la sua intenzione era omaggiare la Venere di Botticelli che esce dall’acqua, in tutta la sua nuda bellezza. Che peccato non essere liberi come i pittori…

Papà…è in viaggio d’affari (otac na službenom putu, 1985). Regia di E. Kusturica

Posted in Cinema with tags , , on novembre 3, 2008 by Dario Adamo

Come si cresceva nella Sarajevo di inizio anni ’50. Come si amava e si litigava nella Repubblica Jugoslava del Presidente Tito ormai ostracizzato dai russi e uscito fuori dal Kominform, tra coloro che non sapevano ancora se accogliere il nuovo o ancorarsi saldamente al vecchio. Come si finiva male quando una semplice frase poteva diventare facile indizio di eresia e non si esitava un attimo a mandare la gente verso sconvenienti “viaggi di lavoro”…o d’affari, che dir si voglia.

A fare da reporter e cronista di quel controverso periodo è Malik (il piccolo Moreno De Bartoli), un bambino di sei anni che desidera un vero pallone di calcio, con cui poter sognare di essere un campione della sua nazionale e che è costretto, come tutti i bambini di quel tempo, a farsi circoncidere per iniziare a diventare uomo, proprio come suo padre. Ma chi è già adulto in quegli anni (proprio come suo padre), forse preferirebbe essere libero di giocare a pallone, invece di preoccuparsi non solo di quello che dice, ma probabilmente anche di quello che pensa. Basta una frase scappata per sbaglio, un incauto commento, un pensiero fuori asse e si viene subito spediti in viaggio d’affari, cioè in un campo di lavoro. Per due anni. Da qui le tensioni, le invidie, i rancori saltano fuori a iosa, tra mogli e mariti, tra cognate e cognati, tra fratelli e sorelle, alcuni perché nascondono la verità, altri perché vogliono conoscerla a tutti i costi. E il povero Malik, affetto tra l’altro da un sonnambulismo che lo fa uscire di notte come un piccolo automa per le strade bagnate di Sarajevo, non può che assistere silenzioso e inerme, mentre si prende la sua prima cotta per una deliziosa biondina con cui fa i compiti dopo la scuola, ma che è disgraziatamente corrosa da un male che la costringe a cambiare tutto il sangue che le scorre nelle vene. Alla fine qualcosa si sistema e qualcos’altro no, qualcuno ancora non smette di tradire e qualcun’ altro invece riceve in dono il suo tanto agognato pallone di cuoio, così da concederci un tenero sorriso prima di salutarci e lasciarci ai titoli di coda.

Gìà saltato agli onori della cronaca con il suo primo lungometraggio Ti ricordi di Dolly Bell? quattro anni prima, che gli fece vincere il Leone d’Oro di Venezia, Emir Kusturica nel 1985 esce unanimamente trionfante anche a Cannes, dove gli viene consegnata la Palma d’oro come miglior film in concorso per questo divertente e spregevolmente sarcastico Papà… è in viaggio d’affari.

Giocato tutto su quell’ironia e sul tono grottesco che saranno poi suoi personali marchi di fabbrica, il regista serbo confeziona un film che a rigor di genere dovrebbe essere classificato come drammatico per la storia che ha scelto di raccontare e per l’ambientazione, ma che invece fa spesso ridere rumorosamente il pubblico che assiste alla proiezione. Ma riesce a fare di più. Perché non si può non restare teneramente commossi dall’innocentissima storia d’amore tra due bambini che spogli non solo dei vestiti, ma anche di qualsiasi vergogna, fanno il bagno nella stessa vasca. Perchè è difficile non soffrire (e magari buttare lo sguardo lontano dallo schermo) insieme ai due fratellini Malik e Mirza durante la loro cerimoniale circoncisione che aprirà loro la strada della vita adulta. Perché è impossibile non ammicare compiaciuti alla scelta di fare percorrere a un astuto sonnambulo un notturno percorso che lo porterà fin dentro il letto della sua giovane amata.

Un autore che dopo questo film regalerà numerose altre perle di cinema alto e grottesco al tempo stesso, zingaro e cosmopolita, stravagante e convincente, dall’ immediatamente successivo Il tempo dei gitani, passando per il monumentale Underground e l’esilarante Gatto Nero Gatto Bianco, fino al recente omaggio a uno dei calciatori più controversi e imponenti di tutti i tempi, cioè Maradona, di cui Kusturica è fan e amico. Per non parlare della sua carriera da musicista con i No Smoking Orchestra, gruppo fondato a Sarajevo nel 1980…