Duoro, faina fluvial (Duoro, ansa fluviale – 1931) e I misteri del convento (O convento – 1995). Con C. Deneuve, J. Malkovich, L.M.Cintra

Cent’anni e non sentirli…ma vederli sì che li vediamo, perchè è dal 1929 che Manoel de Oliveira è in attività come regista, quando ancora il cinema non parlava, o meglio, non ci era dato ascoltarlo.

Ed è proprio con il suo primo cortometraggio, Duoro, faina fluvial realizzato tra il 1929 e il 1931, che si apre l’ennesimo incontro al Cinema Lumiére della rassegna “Le parole dello schermo”, iniziativa che ci accompagnerà fino a fine mese e che dopo avere ospitato autori come Kusturica, Moretti e Monicelli, questa domenica 15 novembre ci ha permesso di incontrare il cineasta portoghese Manoel De Oliveira, che alla soglia dei festeggiamenti del suo primo secolo di vita, il prossimo 12 dicembre, dimostra ancora una lucidità quantomeno sorprendente.

Prima del consueto incontro con lui e con un accompagnatore d’eccezione quale è João Bénard da Costa, direttore della Cinemateca Portoguesa e amico del regista, abbiamo assistito alle due proiezioni in programma: il cortometraggio-opera prima in una versione restaurata e integrata con la colonna sonora Duoro, faina fluvial,omaggio al fiume che attraversa la città di Porto e alle persone che sulle sue rive hanno versato tanto sudore durante le prime decadi del secolo scorso, e a seguire O Convento, presentato a Cannes nel 1995 e uscito in Italia più di un anno dopo con il titolo I Misteri del Convento, onirica opera che vola su Shakespeare e Goethe senza mai afferrarli, interpretata da due grandi come Catherine Deneuve e John Malkovich.


Duoro, faina fluvial (Duoro, ansa fluviale – 1931), cortometraggio, 18 min.

Iniziato nel 1929 e presentato al pubblico due anni dopo, questo cortometraggio inizialmente muto, subisce modifiche tecniche per quasi un intero secolo. Accompagnato da una colonna sonora nel 1934, aggiunta che, come ci racconta João Bénard da Costa, costrinse ad una riduzione della grandezza dell’immagine, rimpicciolita in altezza e larghezza, la pellicola dopo più di cinquant’anni, e cioè nel 1988, fu nuovamente restaurata, con una diversa colonna sonora, più vicina al progetto originale di De Oliveira. Tale versione fu presentata in anteprima mondiale nel 1993 proprio a Bologna, in occasione del festival “Il cinema Ritrovato”, annuale appuntamento organizzato dalla Cineteca.

Si tratta di una serie di riprese, un vero e proprio collage di immagini (sono gli anni dell’innovativo sperimentalismo sul montaggio del russo Ejzenštejn, di cui De Oliveira ammette la notevole influenza) che ritraggono il lavoro quotidiano di pescatori e artigiani sulle rive del fiume Douro, imponente corso d’acqua che nasce in Spagna, ma che si getta sull’oceano Atlantico proprio nei pressi di Porto, città natale del regista. Queste sponde, che oggi ospitano le più famose cantine del vino che prende il nome dall’omonima città, nei primi anni del secolo è teatro della più instancabile attività di pescatori e massaie che lavorano il noto Bacalao, cibo appartenente alla tradizione culinaria lusitana. Ma tutt’attorno a quei ponti permanenti che sovrastano il fiume ci sono anche operai che spalano carbone e povera gente che mangia quello che può, seduta sui gradini di scoscese scale, scambiandosi teneri sorrisi di consolazione. Con questo cortometraggio De Oliveira, il quale ci confessa che durante la lavorazione è stato aiutato da un suo amico fotografo per passione, bancario di professione, è riuscito a conseguire almeno tre obiettivi: omaggiare la sua città, offrire un esempio di realismo artistico, dare il suo contributo all’innovazione del montaggio nel cinema.


I misteri del convento (O convento, 1995). Con Catherine Deneuve, John Malkovich, Luis Miguel Cintra.

Un professore americano (Malkovich) si reca in un convento portoghese accompagnato dalla bella e seducente Hélène (Deneuve), alla ricerca di prove che corroborino una tesi da lui sostenuta riguardo alle presunte origini spagnole del poeta William Shakespeare. Il custode del convento assicura la sua ospitalità e offre collaborazione, incaricando una dolce archivista di nome Piedade di aiutare il professore nella sua ricerca. La situazione tra i quattro protagonisti (gli attori del film in tutto sono sei, di cui uno è un caro amico del regista e si tratta appunto di João Bénard da Costa, direttore della Cinemateca Portoguesa, che ha il merito di avere condotto il regista nei luoghi dove è stata poi ambientata la storia) si complica abbastanza. Il mefistofelico Baltar, il custode, tenta in tutti i modi di sedurre la bella Deneuve, con diaboliche perifrasi e pericolosi compromessi, mentre tra la giovane Piedade e il determinato professore si instaura una collaborazione più che filologica, ma pur sempre pudica. Visto che le donne non compaiono mai insieme, si insinua nell’ostinato accademico il dubbio di una visionaria ubiquità di quella che potrebbe essere un’unica donna, che prende ora le spoglie della compagna, ora quelle dell’ammaliante archivista. La verità non la sapremo mai.

Se all’inizio il film sembra prendere la strada di una reale ricerca storico-filologica che attesti gli iberici natali di Shakespeare, allo scrittore inglese De Oliveira preferisce poi il Faust di Goethe, che diventerà il filo conduttore di trama, dialoghi e ambientazione. Qualche ammiccamento a Omero e Nietzche, ma senza dubbio sono diavoli e anime a essere in gioco, tirando come si può la corda del desiderio. Si vogliono e si cercano Malkovich e Deneuve (non starebbero insieme d’altronde), ma il desiderio (sempre lui!) di diventare immortale grazie ad una scoperta come quella che ha tra le mani, lo rende un po’ distratto alle richieste d’affetto della compagna, che lascia un po’ di speranza al diabolico custode, ma che alla fine sarà solo una vittima di una più attenta astuzia umana , ma soprattutto femminile.

Per la realizzazione di questo film, De Oliveira chiese in un primo momento a Agustina Bessa Luis di scrivere una storia, ma mentre l’autrice era già a lavoro e proseguiva per quello che alla fine sarebbe stato il romanzo As Terras Do Risco, il regista stava aveva già buttato giù più che qualche idea. Ed è così che non si può parlare né di un qualcosa scritto a quattro mani, né della trasposizione di un romanzo. A questa strana combinatoria si aggiunse il ricordo d’infanzia dell’amico João Bénard da Costa, che propose il convento di Arrabida, a lui tanto, caro come location ideale. Questo consiglio gli valse la scritturazione come sesto e ultimo attore.

Tre cose di cui fare nota: una colonna sonora appropriata e giustamente incalzante, un’originale rivisitazione di un m’ama-non m’ama a colpi di porte sbattute e luci intermittenti e una dolorosa rinuncia a vedere il nudo integrale della bellissima Deneuve: De Oliveira ripiega su una sequenza divisa, prima i piedi e poi il volto dell’attrice, quando invece la sua intenzione era omaggiare la Venere di Botticelli che esce dall’acqua, in tutta la sua nuda bellezza. Che peccato non essere liberi come i pittori…

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