Archivio per dicembre, 2008

Broken Flowers. Regia di Jim Jarmusch. Con Bill Murray, Sharon Stone, Jessica Lange

Posted in Cinema with tags , , on dicembre 19, 2008 by Dario Adamo

Per tutti coloro che vedono nella figura di Don Giovanni un mito incrollabile, vincente e invidiabile, ma che sono pronti a scoprirne il rovescio della medaglia, la croce amara di una testa sfavillante. Per tutti coloro che hanno imparato ad amare la recitazione di Bil Murray, da quando si impegnava ad acchiappare fantasmi per tutta New York (non rinunciando mai a provarci con belle donne come Sigourney Weaver), passando per il duro e senza cuore carrierista della tv, cinico all’inverosimile, Frank Cross di S.O.S Fantasmi (1988). Anche per tutti coloro che apprezzano un cineasta di nome Jim Jarmusch.

Don Johnston (Bill Murray) è un uomo che sembra avere avuto tutto nella sua vita, molte donne e un lavoro che l’ha fatto guadagnare bene. Lasciato in tronco dalla sua ultima compagna, riceve nello stesso giorno dell’abbandono una lettera (su carta rosa e redatta con macchina da scrivere vecchio stile) che lo lascia a dir poco senza parole: una sua vecchia amante lo informa che circa venti anni fa era rimasta incinta, ma non aveva avuto il coraggio di confessarglielo e ha coraggiosamente deciso di crescere il bambino da sola. Il ragazzo ora ha diciannove anni ed è sulle tracce di un padre che non ha mai visto e che vuole assolutamente conoscere. Lo smarrito Don, che di donne ne ha avute a bizzeffe, con l’aiuto di un simpatico vicino di casa con la passione per i gialli, cerca di stilare una lista di donne possibili madri e comincia la sua road-aventure per gli Stati Uniti alla ricerca della donna che ha scritto la lettera. In questo viaggio ri-vedrà di tutto,ciò che le sue vecchie fiamme sono diventate: una scapestrata “arredatrice di armadi” (la sempre affascinantissima Sharon Stone), una freddina imprenditrice dell’edilizia del prefabbricato, una bizzarra animal comunicator, che parla con cani, gatti e iguane e una quantomeno aggressiva solitaria che non nasconde il rancore che continua a provare nei suoi confronti. L’ultima della lista, giace ormai sottoterra e potrà vistarne solo la lapide. Qualcosa gli dice che quel ragazzino è ormai prossimo a lui e chissà che non l’abbia incrociato durante il viaggio di ritorno, sotto le mentite spoglie di un giovane road-tripper. Ma potrebbe essere anche un ragazzino qualunque. Una proiezione della sua immaginazione e delle sue speranze.

Gran premio della giuria al festival di Cannes nel 2005, Broken Flowers risulta essere una bella rivisitazione del mito “dell’uomo che non deve chiedere mai”, che delle donne conosce tutti i segreti, che da loro ne trae il meglio fino a quando ce n’è, che sa amare come pochi e sedurre come solo lui sa fare. Ma poi succede anche che ci si ritrova tra i cinquanta e i sessant’anni e nello sforzo di guardare al futuro, si vede solo tanto bel passato, ricco delle esperienze più varie, ma che non hanno lasciato nulla di duraturo, di tangibile, di confortante. Un figlio, a cui si è rinunciato per molto tempo, ora forse potrebbe rappresentare l’ultima speranza di una vita passata all’insegna del carpe diem sentimentale. Ma anche questo, è solo un’ultima fatua illusione.

Il sodalizio Jarmusch- Murray porta a un bel risultato sotto molti punti di vista: una narrazione disinvolta e scandita da questi continui spostamenti in macchina e in aeroplano che danno vita ai rapidi flashback visuali degli inconri di Don, portatori di indizi e di ricordi, brevi e colorati riassunti mentali. Un’apprezabile  e appropriata interpretazione di Murray conferisce a questo Don di nome e fiduciosamente di fatto, il giusto grado di amarezza e malinconia, utili a Jarmusch per confezionare una storia credibile sugli smacchi della vita e sulle illusioni della “fortuna in amore”. A volte ci vuole ben altro per fare felice un uomo. Anche un figlio, a volte.

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Stella. Regia di Sylvie Verheyde. Con Léora Barbara, Benjamin Biolay e Guillame Depardieu

Posted in Cinema with tags , , on dicembre 10, 2008 by Dario Adamo

Il buon esito di un racconto di formazione dipende sicuramente da tante varianti. In primo luogo da quelle relative all’oggetto, alla crescita stessa: bisogna cercare di evitare la più scontata somma aritmetica di prime volte (primo giorno di scuola più primo amore più primo bacio più prima volta ecc…), di rendere comunque credibile ma allo stesso tempo originale la biografia della protagonista e di ovviare a una catarsi completa (da stupido a intelligente, da brutto a bello, da sconosciuto a famoso e via dicendo). Secondariamente c’è tutto il discorso sul “come”, sulle modalità del raccontare, sullo stile di narrazione: essere didascalici o pedanti è l’errore più facile e più comune.

Ed ecco che dalla Francia arrivano le belle sorprese, proprio come questo delizioso Stella, di Sylvie Verheyde, presentato quest’anno a Venezia durante le giornate degli Autori e che abbiamo visto in anteprima al Cinema Lumière di Bologna.
Parigi, 1977. Stella, una dolce e brava Léora Barbara che si confronta qui con il suo primo lungometraggio, ha 11 anni ed ha la possibilità di frequentare una prestigiosa scuola media di Parigi. Si tratta di un nuovo ambiente per lei, che è cresciuta nel bar-pensione di papà e mamma frequentato da alcolizzati, barboni o amici e che sa tutto in merito a biliardo, birre e cocktail, ma molto poco di ortografia o grammatica. E’ senza dubbio un’opportunità quella di cambiare ambiente, ma di certo non è facile: i genitori sono distratti e poco interessati a tutto ciò che lei pensa, fa o dice. Stella, tra una cotta per un amico dei genitori (il bel Guillame Depardieu, recentemente scomparso) e le notti insonni a causa del rumore dei festanti clienti del bar, riuscirà a conquistarsi la fiducia, che trasformerà presto in una bella amicizia, di una compagna di classe di nome Gladys (l’esordiente Melissa Rodrigues), figlia di intellettuali argentini, meno bella ma più brava a scuola, che l’aiuterà a sentirsi meno sola e più bambina. Stella comincerà a leggere, ad apprezzare i classici della letteratura francese e la musica di Daniel Guichard e Gérard Lenormand e il suo percorso di formazione comincerà a raddrizzarsi, senza tuttavia piegarsi al conformismo parigino della classe borghese.

Una storia in parte autobiografica (anche la regista è cresciuta in un caffè frequentato dalla classe operaia parigina per poi essere catapultata in una prestigiosa scuola media), ma comunque ricca di interessanti spunti sia registici che narrativi. I frequenti primi e primissimi piani non stancano, né ridondano e ci permettono un intrusione intima, ma non intrusiva nella vita e nelle esperienze di questa bambina dal viso poco duttile, ma ostinatamente espressivo e vero come non mai. E’ facile pensare a Truffaut e i suoi 400 colpi, per tocco leggero e storia raccontata e l’accostamento non sarebbe nemmeno tanto forzato. Il bianco e il nero è stato sostituito dal colore e il discolo Antoine Doinel da questa deliziosa Léora Barbara, meno disubbidiente e forse un po’ più incattivita. C’è anche un po’ de “La classe” di Cantet se vogliamo, con questi insegnanti che correggono compiti e comportamenti, giudicano e consigliano e questi bambini distratti dalla pioggia o semplicemente dal disinteresse per l’apprendimento. Consigliato a tutti gli affezionati di racconti di formazione…originali e scritti bene.

Una notte, 2007. Regia di Toni D’Angelo. Con Nino D’Angelo, Riccardo Zinna, Salvatore Sansone

Posted in Cinema with tags , , on dicembre 3, 2008 by Dario Adamo

Il primo passo è quello più importante: può conferire la vittoria in una corsa su breve distanza, può lasciare sul posto un difensore che seppur abbastanza forte di gambe, non si aspettava tanta rapidità. Il primo passo spiazza e affonda. Ma non ci scordiamo che una squalifica può arrivare a causa di una falsa partenza…se questa viene ripetuta più di una volta.

Toni D’Angelo, il figlio della “celebrità” partenopea Nino, è alla sua prima volta da regista. “Una notte”è il suo primo passo, la sua prima partenza. Il film è ambientato a Napoli, dove si ritrovano cinque vecchi amici che non si vedono da tanto tempo e che, a causa della prematura scomparsa di un altro loro caro amico, si riuniscono e passano una notte insieme, proprio come facevano quando erano più giovani. Tra esigenze e scelte personali, i cinque non vivono più nel bel capoluogo campano: città come Bologna, Milano, Roma offrono più occasioni, più possibilità ed è così che se è possibile andare via, non si ci pensa due volte. Ma è bello ritrovarsi, ricordare come si sognava da giovani, come ci si divertiva ed è questo quello che tentano di fare. Durante la notte c’è chi strafa, chi esagera, chi cerca di recuperare, chi si confida al primo sconosciuto/a, chi aiuta e chi si fa aiutare. L’accompagnatore d’eccezione è un tassista gentile e paziente, come pochi se ne incontrano di questi tempi, che li intrattiene con riflessioni povere, ma a loro modo intense e li porta da un lato all’altro della città, dal ristorante tipico alla festa in villa, fino all’immancabile spiaggia dove è possibile fermarsi per poi riprendere…fino al mattino.

Una regia dinamica e se vogliamo abile, un buon montaggio per una storia che però non riesce ad essere profonda come meriterebbe. Le storie individuali sono sommariamente complicate e poco verosimili. Un po’ tutti falliti, chi nel lavoro chi nell’amore (e chi in entrambe), un po’ tutti goffamente disamorati della vita e sull’orlo di una crisi di nervi, d’identità o d’affetti che sia. Ognuno si lancia in questa notte dedicata all’amico scomparso in maniera confusa, a tentoni, affogando genericamente i loro problemi in un miscuglio di eccessi, rimpianti e ripensamenti. Il tassista Raffaele, tra saggezza popolare e sentita accondiscendenza, si comporta da buon Caronte notturno, traghettando anime in pena, dispensando consigli dove e quando può.

A parte un breve omaggio al Vesuvio e una rapida carrellata su un grande ammasso di “monnezza”, Napoli non è troppo in vista, ma del resto non era nelle intenzioni del regista mettere la città al centro di tutto: “Volevo raccontare una Napoli diversa, gli aspetti oleografici non mi interessavano” ci dice Toni D’Angelo, che abbiamo incontrato in occasione della presentazione del film al cinema Lumière insieme ai componenti del gruppo che hanno partecipato alla realizzazione della colonna sonora, suoi amici ed ex compagni di studio qui a Bologna, dove ha studiato. “Girare di notte a Napoli non ha rappresentato un grosso problema, mentre le difficoltà maggiori sono arrivate con la post-produzione e la distribuzione” continua Toni, che si è dovuto confrontare con un budget ristretto (poco più di centocinquanta mila euro) e l’assenza di una rete di distribuzione.

La fiducia per questo giovane esordiente figlio d’arte c’è tutta, perché sebbene la storia non riesca a coinvolgere fino in fondo, la mano e un certo stile registico fanno capolino e si lasciano comunque apprezzare. Falsa partenza o meno, si tratta pur sempre di un esordio. Squalificarlo per così poco sarebbe da arbitro ecuadoriano malfidato.