Stella. Regia di Sylvie Verheyde. Con Léora Barbara, Benjamin Biolay e Guillame Depardieu

Il buon esito di un racconto di formazione dipende sicuramente da tante varianti. In primo luogo da quelle relative all’oggetto, alla crescita stessa: bisogna cercare di evitare la più scontata somma aritmetica di prime volte (primo giorno di scuola più primo amore più primo bacio più prima volta ecc…), di rendere comunque credibile ma allo stesso tempo originale la biografia della protagonista e di ovviare a una catarsi completa (da stupido a intelligente, da brutto a bello, da sconosciuto a famoso e via dicendo). Secondariamente c’è tutto il discorso sul “come”, sulle modalità del raccontare, sullo stile di narrazione: essere didascalici o pedanti è l’errore più facile e più comune.

Ed ecco che dalla Francia arrivano le belle sorprese, proprio come questo delizioso Stella, di Sylvie Verheyde, presentato quest’anno a Venezia durante le giornate degli Autori e che abbiamo visto in anteprima al Cinema Lumière di Bologna.
Parigi, 1977. Stella, una dolce e brava Léora Barbara che si confronta qui con il suo primo lungometraggio, ha 11 anni ed ha la possibilità di frequentare una prestigiosa scuola media di Parigi. Si tratta di un nuovo ambiente per lei, che è cresciuta nel bar-pensione di papà e mamma frequentato da alcolizzati, barboni o amici e che sa tutto in merito a biliardo, birre e cocktail, ma molto poco di ortografia o grammatica. E’ senza dubbio un’opportunità quella di cambiare ambiente, ma di certo non è facile: i genitori sono distratti e poco interessati a tutto ciò che lei pensa, fa o dice. Stella, tra una cotta per un amico dei genitori (il bel Guillame Depardieu, recentemente scomparso) e le notti insonni a causa del rumore dei festanti clienti del bar, riuscirà a conquistarsi la fiducia, che trasformerà presto in una bella amicizia, di una compagna di classe di nome Gladys (l’esordiente Melissa Rodrigues), figlia di intellettuali argentini, meno bella ma più brava a scuola, che l’aiuterà a sentirsi meno sola e più bambina. Stella comincerà a leggere, ad apprezzare i classici della letteratura francese e la musica di Daniel Guichard e Gérard Lenormand e il suo percorso di formazione comincerà a raddrizzarsi, senza tuttavia piegarsi al conformismo parigino della classe borghese.

Una storia in parte autobiografica (anche la regista è cresciuta in un caffè frequentato dalla classe operaia parigina per poi essere catapultata in una prestigiosa scuola media), ma comunque ricca di interessanti spunti sia registici che narrativi. I frequenti primi e primissimi piani non stancano, né ridondano e ci permettono un intrusione intima, ma non intrusiva nella vita e nelle esperienze di questa bambina dal viso poco duttile, ma ostinatamente espressivo e vero come non mai. E’ facile pensare a Truffaut e i suoi 400 colpi, per tocco leggero e storia raccontata e l’accostamento non sarebbe nemmeno tanto forzato. Il bianco e il nero è stato sostituito dal colore e il discolo Antoine Doinel da questa deliziosa Léora Barbara, meno disubbidiente e forse un po’ più incattivita. C’è anche un po’ de “La classe” di Cantet se vogliamo, con questi insegnanti che correggono compiti e comportamenti, giudicano e consigliano e questi bambini distratti dalla pioggia o semplicemente dal disinteresse per l’apprendimento. Consigliato a tutti gli affezionati di racconti di formazione…originali e scritti bene.

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