Broken Flowers. Regia di Jim Jarmusch. Con Bill Murray, Sharon Stone, Jessica Lange

Per tutti coloro che vedono nella figura di Don Giovanni un mito incrollabile, vincente e invidiabile, ma che sono pronti a scoprirne il rovescio della medaglia, la croce amara di una testa sfavillante. Per tutti coloro che hanno imparato ad amare la recitazione di Bil Murray, da quando si impegnava ad acchiappare fantasmi per tutta New York (non rinunciando mai a provarci con belle donne come Sigourney Weaver), passando per il duro e senza cuore carrierista della tv, cinico all’inverosimile, Frank Cross di S.O.S Fantasmi (1988). Anche per tutti coloro che apprezzano un cineasta di nome Jim Jarmusch.

Don Johnston (Bill Murray) è un uomo che sembra avere avuto tutto nella sua vita, molte donne e un lavoro che l’ha fatto guadagnare bene. Lasciato in tronco dalla sua ultima compagna, riceve nello stesso giorno dell’abbandono una lettera (su carta rosa e redatta con macchina da scrivere vecchio stile) che lo lascia a dir poco senza parole: una sua vecchia amante lo informa che circa venti anni fa era rimasta incinta, ma non aveva avuto il coraggio di confessarglielo e ha coraggiosamente deciso di crescere il bambino da sola. Il ragazzo ora ha diciannove anni ed è sulle tracce di un padre che non ha mai visto e che vuole assolutamente conoscere. Lo smarrito Don, che di donne ne ha avute a bizzeffe, con l’aiuto di un simpatico vicino di casa con la passione per i gialli, cerca di stilare una lista di donne possibili madri e comincia la sua road-aventure per gli Stati Uniti alla ricerca della donna che ha scritto la lettera. In questo viaggio ri-vedrà di tutto,ciò che le sue vecchie fiamme sono diventate: una scapestrata “arredatrice di armadi” (la sempre affascinantissima Sharon Stone), una freddina imprenditrice dell’edilizia del prefabbricato, una bizzarra animal comunicator, che parla con cani, gatti e iguane e una quantomeno aggressiva solitaria che non nasconde il rancore che continua a provare nei suoi confronti. L’ultima della lista, giace ormai sottoterra e potrà vistarne solo la lapide. Qualcosa gli dice che quel ragazzino è ormai prossimo a lui e chissà che non l’abbia incrociato durante il viaggio di ritorno, sotto le mentite spoglie di un giovane road-tripper. Ma potrebbe essere anche un ragazzino qualunque. Una proiezione della sua immaginazione e delle sue speranze.

Gran premio della giuria al festival di Cannes nel 2005, Broken Flowers risulta essere una bella rivisitazione del mito “dell’uomo che non deve chiedere mai”, che delle donne conosce tutti i segreti, che da loro ne trae il meglio fino a quando ce n’è, che sa amare come pochi e sedurre come solo lui sa fare. Ma poi succede anche che ci si ritrova tra i cinquanta e i sessant’anni e nello sforzo di guardare al futuro, si vede solo tanto bel passato, ricco delle esperienze più varie, ma che non hanno lasciato nulla di duraturo, di tangibile, di confortante. Un figlio, a cui si è rinunciato per molto tempo, ora forse potrebbe rappresentare l’ultima speranza di una vita passata all’insegna del carpe diem sentimentale. Ma anche questo, è solo un’ultima fatua illusione.

Il sodalizio Jarmusch- Murray porta a un bel risultato sotto molti punti di vista: una narrazione disinvolta e scandita da questi continui spostamenti in macchina e in aeroplano che danno vita ai rapidi flashback visuali degli inconri di Don, portatori di indizi e di ricordi, brevi e colorati riassunti mentali. Un’apprezabile  e appropriata interpretazione di Murray conferisce a questo Don di nome e fiduciosamente di fatto, il giusto grado di amarezza e malinconia, utili a Jarmusch per confezionare una storia credibile sugli smacchi della vita e sulle illusioni della “fortuna in amore”. A volte ci vuole ben altro per fare felice un uomo. Anche un figlio, a volte.

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