Archivio per gennaio, 2009

Il curioso caso di Benjamin Button (2008). Regia di David Fincher. Con Brad Pitt, Cate Blanchett, Julia Ormond

Posted in Cinema with tags , , , on gennaio 31, 2009 by Dario Adamo

Curiosa la vita, già di suo, con tutte le vicende che ci accompagnano fin da piccoli, da quando mettiamo i piedi a terra e proviamo l’incredibile emozione di camminare da soli, senza mani che ci sorreggono e mamme che ci instradano, passando per le varie prime volte, giungendo non senza intoppi alla tanto sperata maturità. E se succedesse tutto al contrario? Se partissimo da una maturità per lo meno epidermica, non esperienziale, fisica e andassimo a ritroso fino a quando misuravamo meno di mezzo metro e il rigurgito era la nostra attività primaria? Se nascessimo con le rughe e morissimo poppanti? Sarebbe quantomeno strano, davvero un curioso caso.

Si impadronisce di un breve racconto del 1922 di Francis Scott Fitzgerald il regista David Fincher (Seven, Fight Club, The Game) e da vita a Il Curioso Caso di Benjamin Button, facendo ringiovanire con le migliori tecnologie offertegli dal digitale un Brad Pitt che nei primi anni di vita si ritrova con le rughe di un ottantenne con tanto di cataratta e problemi alle ossa per poi ringiovanire progressivamente fino a tornare alle fasce di ogni bebè che si rispetti. Genesi quantomeno travagliata quella di questo film che nel corso di più di dieci anni ha rischiato di essere diretto prima da Ron Howard, poi da Spike Jonze, passando per Gary Ross e solo dopo una lunga trafila e molte modifiche alla sceneggiatura, quella finale firmata da Eric Roth, finito nelle mani di Mr. Fincher.

E’ il giorno della fine della Grande Guerra quando nella casa dei Button viene dato alla luce questo neonato a prima vista solo un po’ deforme e anomalo, che ha procurato la morte della donna che lo ha partorito e che da subito non viene accettato come membro “naturale” della famiglia. Abbandonato sulle scale di una casa di riposo per pensionati e persone sole, Benjamin vive un’anziana giovinezza felice, tra giochi di carte e passatemi da terza età. Conosce una bimba a cui sarà legato per tutta la vita e con la quale instaura una relazione che tra allontanamenti e separazioni continue, lo accompagnerà lungo un Novecento che avanza mentre lui ringiovanisce. A metà strada i due vivono i più bei momenti della loro vita, nel pieno rispetto di una storia d’amore regolare e intensa, normale. Ma quando la vecchiaia incombe da un lato e la giovinezza si avvicina dall’altro, occorrerà prendere decisioni difficili e responsabili, a costo di soffrire e far soffrire.

In quanto a struttura narrativa la tecnica è quella usata nel 1994 da Zemeckis per l’intramontabile Forrest Gump: da un letto d’ospedale così come da una panchina alla fermata dell’autobus si avverte la necessità di passare in rassegna una vita fatta di eventi eccezionali. La falla è presto trovata: una volta assunto il percorso inverso di Benjamin, normalizzato questo svolgersi di un’esistenza al contrario, la vita scorre con la regolarità tipica che contraddistingue il corso degli eventi umani: cresco, mi innamoro, mi sposo, soffro e schiatto. Per schematizzare estremizzando un po’ le cose diremmo: un inizio e una fine avvincenti data l’eccezionalità dei fattori nascita/morte, qui capovolti e rimescolati e una grande storia d’amore in mezzo con tanto di lettere e cartoline ben raccolte e conservate con affetto.

Una nota va comunque fatta e riguarda l’eccezionale lavoro di invecchiamento/ringiovanimento dei protagonisti e in particolar modo quello svolto su Brad Pitt. Le sperimentazioni con la motion capture stanno ormai raggiungendo livelli di eccezionale realisticità. Non stupirebbe se delle tredici candidature, questo film guadagnasse un riconoscimento per gli effetti speciali, pur non essendo un film di fantascienza. Ma in ogni caso staremo a vedere…resta pur sempre un curioso caso quello degli Oscar.

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From Inside. Un film di John Bergin. Anteprima italiana al Future Film Festival di Bologna

Posted in Cinema with tags , on gennaio 30, 2009 by Dario Adamo

Il giorno del giudizio è appena arrivato, ha fatto impietosamente il suo ingresso nella vita di tutti. Del mondo non resta che un fiume di sangue e i resti dei corpi esangui, carcasse di uomini e bestie, violentate dalla distruzione eterna che mette un punto e non torna a capo. Su un treno viaggiano i sopravvissuti e tra loro Cee sembra essere la più umana, meno evanescente, aggrappata alla vita insieme al bimbo che porta in grembo, ultimo figlio di un mondo che implode su se stesso e chiude i conti con l’universo. Il viaggio di questo imponente treno (della speranza?) ripercorre strade che furono, attraversa città esanimi, sconvolte e scardinate in ogni punto, delle quali non resta che racimolare gli ultimi pezzi potenzialmente utili alla caldaia del mostro a vapore o scovare le ultime riserve di cibo per il sostentamento dei viaggiatori.

Di tutto ciò Cee è testimone, protagonista e narratrice fuori campo, colma di dolore e sofferenza per il figlio in arrivo e per il marito che non c’è, per il passato che è stato e per il futuro che non sarà, afflitta e distrutta, dentro e fuori, fisicamente e mentalmente, stanca. Le persone sul treno sono evanescenti come i suoi incubi, sembrano ogni volta diverse e tutte uguali allo stesso tempo, mute e afflitte. Una sola figura si distingue, per interesse nei suoi confronti e spontanea commiserazione: un uomo completamente bendato, non meno inquietante degli altri spettri-passeggeri, salito sul treno a metà strada e accolto nel convoglio insieme agli altri superstiti. Piccoli gesti, attenzioni disseminate lungo il viaggio, come se si trattasse di un sorvegliante speciale incaricato da qualcun altro per proteggerla, come un angelo nel bel mezzo dell’inferno. Ma con l’apocalisse tutti, angeli compresi, sono destinati a cadere, ad arrendersi a finire per sempre. Esistere è ormai solo un ricordo tutto terreno.

Con From Inside John Bergin, che si è già aggiudicato il premio come miglior film al festival di Sitges, accompagna gli spettatori in un viaggio cupo, sporco di sangue e sofferenza, dove la speranza che qualcosa di felice accada è preclusa prima di sorgere. Atmosfera da ultimi giorni del mondo come l’abbiamo conosciuto, dove chi è sopravvissuto in realtà si trova solo in coda e aspetta il suo turno, con la mestizia di un condannato a morte. Adattato dall’omonima graphic novel scritta dal regista stesso, questo film presuppone un patto assolutamente chiaro alla scelta di vederlo: accettare senza clausole un surrealismo nero e opprimente di un viaggio verso la fine, sapientemente costruito e ben disegnato o scendere dal treno prima che il viaggio abbia inizio. Prendere o lasciare.

Si può fare (2008). Regia di G. Manfredonia. Con Claudio Bisio, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston

Posted in Cinema with tags , , on gennaio 11, 2009 by Dario Adamo

“Si può fare!”. E non si tratta di fare il versetto a Veltroni e allo slogan scelto da lui all’inizio di quell’avventura chiamata Partito Democratico. Si tratta invece di fare la voce grossa, di imporsi contro i pregiudizi e le critiche di coloro che non credono nel valore del recupero, che biasimano aprioristicamente la sola possibilità di reinserimento dei malati o dei diversi, in quella che viene considerata una realtà sana o normale. Lo diceva, e forse lo ha anche gridato, Rodolfo Giorgetti quando negli anni ottanta si imbarcò nell’avventura di dare vita a una cooperativa di lavoro dove “i picchiatelli”usciti dai manicomi in seguito all’entrata in vigore della legge Basaglia potessero produrre veramente qualcosa e non solo elargire compassione e fecondare patetismi.

E’ appunto la storia di quella cooperativa che il regista Giulio Manfredonia (al suo terzo lungometraggio dopo Se fossi in te e E’ già ieri) ricalca con questa divertente e appassionata commedia Si può fare, a partire da un soggetto scritto dal bolognese Fabio Bonifacci.

Nello (un sempre sorprendente Claudio Bisio) è un sindacalista nella Milano degli anni ottanta, considerato troppo moderno o troppo antico, a seconda da dove venga la recriminazione, se da un suo superiore o dalla compagna (Anita Caprioli), che finisce per dirigere una cooperativa di lavoro formata da una dozzina di malati di mente usciti da un manicomio. La situazione che trova è allarmante ed entusiasmante insieme: ognuno con i suoi problemi, manie e fissazioni, dall’ex-omicida represso al mediatore nelle comunicazioni uomo-ufo. Ma il potenziale, tutto nascosto, c’è e Nello ci crede e vuole scommettere su di loro. Li convince che possono fare ben più di attaccare francobolli per il Comune o etichettare olive in salamoia per un supermercato e, in pieno spirito assembleare, concerta con “i soci” un nuovo tipo di attività. E’ così che l'”Antica cooperativa 180″ si lancia a pieno nel luccicante mondo dei rivestimenti in parquet. Dopo i primi disguidi tecnici dovuti alla scarsa esperienza, l’attività comincia a macinare, vincendo appalti sempre più importanti ed entrando nel famigerato mercato, strano oggetto del desiderio in un nord sempre più industrializzato e competitivo.

Lontano da intellettualismi paramedici e massimi sistemi sulle teorizzazioni riguardo la malattia mentale, Si può fare “è un film che parla al cuore più che alla testa”, come dice lo stesso regista Giulio Manfredonia che abbiamo incontrato al Cinema Lumiére di Bologna insieme allo sceneggiatore Fabio Bonifacci. “Il terrore di creare un’atmosfera di eccessivo ottimismo sulle possibilità di recupero dei malati mentali c’è stato fin dall’inizio”, affermano coralmente i due autori riguardo alle difficoltà di voler affrontare un tema così delicato attraverso gli strumenti e i canoni della commedia. Rimane sottinteso che ciò su cui si è dovuto operare un’ intervento di riduzione è stata la cronologia degli eventi, i tempi del recupero appunto, che nei cento e più minuti cinematografici rischiano di far sembrare la guarigione, la reintegrazione e la ri-crescita umana un traguardo che si può raggiungere facilmente. E’ chiaro che raccontare anni di lenta riabilitazione nell’arco di un film può far sembrare tutto una strada in discesa, liscia e senza ostacoli ed è così che il regista riesce anche a inserire il dramma, non deturpando tuttavia il risultato complessivo di una commedia divertente che incoraggia anche la riflessione sulle sorti della mattia mentale per la quale davvero “si può fare” molto, così come credeva il tenace Basaglia, padre putativo di quei matti da slegare.

Dallo zolfo al carbone. Un film di Luca Vullo. Documentario italiano più premiato nel 2008

Posted in Cinema on gennaio 6, 2009 by Dario Adamo

“U bergiu” e “i birgisi”. Ad alcuni ragazzini siciliani è capitato spesso di sentire queste parole, pronunciate distrattamente da un familiare più anziano o, nella peggiore delle ipotesi, da qualche compagnetto di classe che, senza conoscerne il vero significato, il giusto etimo o la nobile origine, le ha utilizzate impropriamente a mo’ di scherno o parolaccia gratuita.

Il Belgio e i bergesi (subito spiegato perché sarebbe incorretto tradurlo i belga), sono i nomi rispettivamente di un paese della comunità europea, che tutti conosciamo e con capitale a Bruxelles e di un popolo che non è quello autoctono. Con quel nome, con ironia o senza, con malizia o con affetto, venivano chiamati in dialetto gli emigranti siciliani che furono costretti a recarsi in Belgio per lavorare nell’immediato dopoguerra.

E’ la loro storia, la loro odissea, le loro sofferenze che il giovane regista Luca Vullo ha voluto raccontare in Dallo zolfo al carbone, documentario di 53 minuti che prende spunto dal Patto Italo-Belga del 1946, accordo firmato dal primo Presidente della Repubblica Luigi Einaudi che con questa astuta mossa assicurava non solo un lavoro certo ai tanti disoccupati italiani, e nella fattispecie meridionali, ma anche una sicura fornitura energetica all’Italia in tempi di crisi post-bellica. La realtà dei fatti, quello che veramente è significato accettare quell’accordo, ci viene raccontata dalla viva voce, a volte rotta dalla commozione, a volte sorprendentemente energica, dei veri protagonisti della vicenda, coloro i quali nel dopoguerra erano bambini o ragazzetti e che, pane duro e coraggio, sono saliti su un treno e hanno raggiunto quelle preziose miniere di carbone. Oggi, sessant’anni dopo, quegli uomini e quelle donne si mettono davanti alla videocamera e si spogliano dei loro ricordi, già consegnati ad una storia tutta privata, fatta di sacrifici sovrumani e compromessi inaccettabili, e li offrono alla memoria di chi, nel ventunesimo secolo, delle miniere possiede solo una consunta immagine sfuocata, da museo civico permanente. Tali immagini riprendono vita e vivacità non solo grazie a queste splendide testimonianze, ma anche all’efficace consulenza storica e socio-antropologica di esperti come Antonio Buttitta, Anna Morelli e Girolamo Santocono.

I limiti in termini di budget (una “produzione propria”, la ondemotive dello stesso regista e alcuni sostegni da parte di alcune aziende private del territorio nisseno, una banca e l’Assessorato all’Identità e il Futuro del Comune di Caltanissetta) e di mezzi tecnici (riprese in Mini DV), non hanno ostacolato la pregevolissima realizzazione di questo documentario che gode di compattezza e coerenza narrativa (azzeccata la scelta della divisione in capitoli e il suo ordine sequenziale, dal generale al particolare, verso una dimensione sempre più intima mai banale, né patetica) e che si avvale inoltre di un interessante iter artistico-commentativo: prendono forma lungo il racconto la scultura in zolfo “Ciarla scopre la luna” Leonardo Cumbo e il dipinto “Dallo zolfo al carbone” di Francesco Galletti, accompagnate dalle musiche originali di Giuseppe Vasapolli

Un regista nisseno che parte del suo territorio per ritrovarne le tracce anche fuori, dimostrando che il binomio entroterra siculo – miniera ha un campo d’azione ben più allargato e coinvolgente, dalle innumerevoli e inaspettate conseguenze, drammatiche e struggenti. Tracce scure e fuligginose quelle dei minatori emigranti, ma che hanno lasciato il segno nella storia della Sicilia e che vale la pena ricordare.

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