Dallo zolfo al carbone. Un film di Luca Vullo. Documentario italiano più premiato nel 2008

“U bergiu” e “i birgisi”. Ad alcuni ragazzini siciliani è capitato spesso di sentire queste parole, pronunciate distrattamente da un familiare più anziano o, nella peggiore delle ipotesi, da qualche compagnetto di classe che, senza conoscerne il vero significato, il giusto etimo o la nobile origine, le ha utilizzate impropriamente a mo’ di scherno o parolaccia gratuita.

Il Belgio e i bergesi (subito spiegato perché sarebbe incorretto tradurlo i belga), sono i nomi rispettivamente di un paese della comunità europea, che tutti conosciamo e con capitale a Bruxelles e di un popolo che non è quello autoctono. Con quel nome, con ironia o senza, con malizia o con affetto, venivano chiamati in dialetto gli emigranti siciliani che furono costretti a recarsi in Belgio per lavorare nell’immediato dopoguerra.

E’ la loro storia, la loro odissea, le loro sofferenze che il giovane regista Luca Vullo ha voluto raccontare in Dallo zolfo al carbone, documentario di 53 minuti che prende spunto dal Patto Italo-Belga del 1946, accordo firmato dal primo Presidente della Repubblica Luigi Einaudi che con questa astuta mossa assicurava non solo un lavoro certo ai tanti disoccupati italiani, e nella fattispecie meridionali, ma anche una sicura fornitura energetica all’Italia in tempi di crisi post-bellica. La realtà dei fatti, quello che veramente è significato accettare quell’accordo, ci viene raccontata dalla viva voce, a volte rotta dalla commozione, a volte sorprendentemente energica, dei veri protagonisti della vicenda, coloro i quali nel dopoguerra erano bambini o ragazzetti e che, pane duro e coraggio, sono saliti su un treno e hanno raggiunto quelle preziose miniere di carbone. Oggi, sessant’anni dopo, quegli uomini e quelle donne si mettono davanti alla videocamera e si spogliano dei loro ricordi, già consegnati ad una storia tutta privata, fatta di sacrifici sovrumani e compromessi inaccettabili, e li offrono alla memoria di chi, nel ventunesimo secolo, delle miniere possiede solo una consunta immagine sfuocata, da museo civico permanente. Tali immagini riprendono vita e vivacità non solo grazie a queste splendide testimonianze, ma anche all’efficace consulenza storica e socio-antropologica di esperti come Antonio Buttitta, Anna Morelli e Girolamo Santocono.

I limiti in termini di budget (una “produzione propria”, la ondemotive dello stesso regista e alcuni sostegni da parte di alcune aziende private del territorio nisseno, una banca e l’Assessorato all’Identità e il Futuro del Comune di Caltanissetta) e di mezzi tecnici (riprese in Mini DV), non hanno ostacolato la pregevolissima realizzazione di questo documentario che gode di compattezza e coerenza narrativa (azzeccata la scelta della divisione in capitoli e il suo ordine sequenziale, dal generale al particolare, verso una dimensione sempre più intima mai banale, né patetica) e che si avvale inoltre di un interessante iter artistico-commentativo: prendono forma lungo il racconto la scultura in zolfo “Ciarla scopre la luna” Leonardo Cumbo e il dipinto “Dallo zolfo al carbone” di Francesco Galletti, accompagnate dalle musiche originali di Giuseppe Vasapolli

Un regista nisseno che parte del suo territorio per ritrovarne le tracce anche fuori, dimostrando che il binomio entroterra siculo – miniera ha un campo d’azione ben più allargato e coinvolgente, dalle innumerevoli e inaspettate conseguenze, drammatiche e struggenti. Tracce scure e fuligginose quelle dei minatori emigranti, ma che hanno lasciato il segno nella storia della Sicilia e che vale la pena ricordare.

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