Il curioso caso di Benjamin Button (2008). Regia di David Fincher. Con Brad Pitt, Cate Blanchett, Julia Ormond

Curiosa la vita, già di suo, con tutte le vicende che ci accompagnano fin da piccoli, da quando mettiamo i piedi a terra e proviamo l’incredibile emozione di camminare da soli, senza mani che ci sorreggono e mamme che ci instradano, passando per le varie prime volte, giungendo non senza intoppi alla tanto sperata maturità. E se succedesse tutto al contrario? Se partissimo da una maturità per lo meno epidermica, non esperienziale, fisica e andassimo a ritroso fino a quando misuravamo meno di mezzo metro e il rigurgito era la nostra attività primaria? Se nascessimo con le rughe e morissimo poppanti? Sarebbe quantomeno strano, davvero un curioso caso.

Si impadronisce di un breve racconto del 1922 di Francis Scott Fitzgerald il regista David Fincher (Seven, Fight Club, The Game) e da vita a Il Curioso Caso di Benjamin Button, facendo ringiovanire con le migliori tecnologie offertegli dal digitale un Brad Pitt che nei primi anni di vita si ritrova con le rughe di un ottantenne con tanto di cataratta e problemi alle ossa per poi ringiovanire progressivamente fino a tornare alle fasce di ogni bebè che si rispetti. Genesi quantomeno travagliata quella di questo film che nel corso di più di dieci anni ha rischiato di essere diretto prima da Ron Howard, poi da Spike Jonze, passando per Gary Ross e solo dopo una lunga trafila e molte modifiche alla sceneggiatura, quella finale firmata da Eric Roth, finito nelle mani di Mr. Fincher.

E’ il giorno della fine della Grande Guerra quando nella casa dei Button viene dato alla luce questo neonato a prima vista solo un po’ deforme e anomalo, che ha procurato la morte della donna che lo ha partorito e che da subito non viene accettato come membro “naturale” della famiglia. Abbandonato sulle scale di una casa di riposo per pensionati e persone sole, Benjamin vive un’anziana giovinezza felice, tra giochi di carte e passatemi da terza età. Conosce una bimba a cui sarà legato per tutta la vita e con la quale instaura una relazione che tra allontanamenti e separazioni continue, lo accompagnerà lungo un Novecento che avanza mentre lui ringiovanisce. A metà strada i due vivono i più bei momenti della loro vita, nel pieno rispetto di una storia d’amore regolare e intensa, normale. Ma quando la vecchiaia incombe da un lato e la giovinezza si avvicina dall’altro, occorrerà prendere decisioni difficili e responsabili, a costo di soffrire e far soffrire.

In quanto a struttura narrativa la tecnica è quella usata nel 1994 da Zemeckis per l’intramontabile Forrest Gump: da un letto d’ospedale così come da una panchina alla fermata dell’autobus si avverte la necessità di passare in rassegna una vita fatta di eventi eccezionali. La falla è presto trovata: una volta assunto il percorso inverso di Benjamin, normalizzato questo svolgersi di un’esistenza al contrario, la vita scorre con la regolarità tipica che contraddistingue il corso degli eventi umani: cresco, mi innamoro, mi sposo, soffro e schiatto. Per schematizzare estremizzando un po’ le cose diremmo: un inizio e una fine avvincenti data l’eccezionalità dei fattori nascita/morte, qui capovolti e rimescolati e una grande storia d’amore in mezzo con tanto di lettere e cartoline ben raccolte e conservate con affetto.

Una nota va comunque fatta e riguarda l’eccezionale lavoro di invecchiamento/ringiovanimento dei protagonisti e in particolar modo quello svolto su Brad Pitt. Le sperimentazioni con la motion capture stanno ormai raggiungendo livelli di eccezionale realisticità. Non stupirebbe se delle tredici candidature, questo film guadagnasse un riconoscimento per gli effetti speciali, pur non essendo un film di fantascienza. Ma in ogni caso staremo a vedere…resta pur sempre un curioso caso quello degli Oscar.

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