Archivio per aprile, 2009

“Dallo zolfo al carbone”continua la sua corsa: vince il Primo Premio al Festival Memorie Migranti di Gualdo Tadino mentre a Miami viene proiettato in concorso al IV Sicilian Film Festival

Posted in Cinema, Eventi with tags , , , on aprile 28, 2009 by Dario Adamo

Dallo zolfo al carbone di Luca Vullo, il documentario che ha l’onore di essere il più premiato in Italia nel 2008 non smette di ricevere riconoscimenti nemmeno nel 2009.

Dopo essere entrato nell’importante lista dei documentari di lungometraggio in concorso per il Premio David di Donatello di quest’anno, dove insieme a Dallo zolfo al carbone comparivano i nomi delle opere di registi come Bertolucci, Monicelli e Calopresti, il giovane regista Luca Vullo ha ricevuto il primo premio della quinta edizione del Festival Memorie Migranti, organizzato dal Museo Regionale dell’Emigrazione “Pietro Conti” di Gualdo Tadino e che avuto come testimonial d’eccezione Piero Angela, Daniele Lucchetti e Santo Della Volpe. Il voto è stato praticamente unanime per una giuria che ne ha particolarmente apprezzato “la varietà dei documenti presentati e la capacità di organizzare l’esposizione in modo coerente, nonchè il ritmo incalzante e la colonna sonora che ha opportunamente corredato il lavoro: profondo, attento ed emozionante”.

Mentre tutto ciò succedeva in Italia giovedì 23 aprile, qualche giorno prima negli Stati Uniti il documentario veniva proiettato in concorso alla quarta edizione del Sicilian Film Festival che come le edizioni precedenti si è tenuto nella calda e soleggiata città di Miami. Il documentario che tratta i difficili temi legati alla condizione dell’emigrato (sfruttamento, identità, integrazione), ha avuto quindi la possibilità di varcare l’oceano e raggiungere anche coloro che nel nuovo mondo si sono rifatti una vita, ma che probabilmente con la testa e con il cuore non hanno mai voluto abbandonare la loro amara terra natìa.

Sabato 2 maggio Dallo zolfo al carbone sarà inoltre proiettato a Milano (Circolo Arci La Scighera, via Candiani 131) all’interno della rassegna cinematografica internazionale “Borderlands – Terre di confine”, che vedrà la partecipazione di diversi autori provenienti da tutta Europa di cui verranno presentati film, corti o documentari.

Il mondo di Horten. Regia di Bent Hamer. Con Bard Owe

Posted in Cinema with tags , , on aprile 22, 2009 by Dario Adamo

In un mondo che non fa altro che parlare delle scarse prospettive dei giovani e di un Futuro che per loro si rende sempre più incerto, c’è anche qualcuno lassù (Norvegia) che vuole rivolgere un pensiero appassionato e sincero a coloro che dopo una vita di lavoro si sono guadagnati “il meritato riposo” e che si preoccupano del loro futuro guardando un po’ al passato e recuperando dove possibile.

Odd Horten (Bard Owe) dopo quarant’anni di onorata carriera spesa a condurre un treno che è stata la cosa più importante della sua vita, va in pensione con tanto di onorificenza speciale e party offerto dalla compagnia. Da quel giorno Odd saluta per sempre una vita scandita da un ritmo regolare come lo scorrere delle lancette di un orologio e si lascia sorprendere dalle avventure che il nuovo giorno sarà disposto a offrirle, sia che si tratti di salire su un aereo che ha sempre avuto la paura di prendere o di investire su nuove e intriganti amicizie. Tentar non nuoce e meglio tardi che mai sembra essersi detto Odd, che a stare seduto su una sedia a guardare la tv non ci pensa proprio.

Il mondo di Horten è l’ultimo lungometraggio di Bent Hamer, presentato all’anteprima inaugurale della rassegna “Luci d’inverno – Autori e tendenze del cinema scandinavo d’oggi” in programmazione al Cinema Lumière di Bologna dal 23 al 29 aprile 2009.

Il regista Bent Hamer, noto al grande pubblico per il bukowskiano Factotum riesce nell’intento di raccontare una piccola storia che ha come protagonista un novello pensionato, appassionando e facendo sorridere con sorprendente spirito di coinvolgimento, nonostante l’utilizzo di quello humor freddo e distaccato di certo cinema nordeuropeo. Pur descrivendo il difficile tema dell’abbandono legato alla terza età e alla pensione, Hamer propone un bizzarro ottimismo da non intendere come sterile sentenza retorica su improbabili maniere di viversi quello che resta della vita (perchè meglio tardi che mai…), ma da leggere come piccolo omaggio all’età più matura di un essere umano. Ciò si traduce anche nella realizzazione di un film “buono per tutti”,giovani e adulti, che diverte senza vantare di essere commedia e che appassiona pur non essendo un dramma.

Fatta eccezione per la proiezione di giovedì 23 aprile al Cinema Lumière, la distribuzione nelle sale italiane è prevista per metà giugno, tra il 15 e il 19 del mese.

Louise Michel. Regia di B.Delépine e G.Kervern. Con Yolande Moreau e Bouli Laners

Posted in Cinema with tags , on aprile 3, 2009 by Dario Adamo

In epoca di crisi la caccia al ladro si trasforma nella caccia al capo, alla ricerca dei responsabili che hanno mandato in malora famiglie intere in ogni parte del mondo. La disperazione latente ha portato già a sequestri (a volte simbolici, a volte reali) di direttori generali o responsabili del personale. E se la rabbia e la frustrazione si spingessero ancora oltre, cosa succederebbe?

Hanno voluto giocare su questa non troppo improbabile ipotesi i registi francesi Benoit Delépine e Gustave Kervern, dando vita a una suggestiva black comedy a cui hanno dato il nome di un’ anarchica francese di fine ottocento, Louise Michel.

Una decina di operaie di una fabbrica nella regione della Picardia dopo essere state subdolamente tranquillizzate dai superiori con un regalino extra fuori salario, si ritrovano improvvisamente senza impiego. Della fabbrica dove lavoravano resta solo la struttura esterna, mentre macchinari e attrezzature sono scomparse nel nulla, insieme a direttore e vice. Disperate, le operaie si riuniscono per decidere cosa fare con quello che resta loro dei quarant’anni passati a cucire e rassettare, ovvero duemila euro di liquidazione a persona. Le proposte sono molte, dai rinvestimenti in nuove attività a esperimenti artistici alquanto discutibili, fino alla soluzione che mette tutte d’accordo: pagare qualcuno per fare fuori il grande capo, colui che le ha messe tutte sul lastrico. Louise, apparentemente la più mansueta, si occuperà di selezionare il sicario (Michel) e portare a termine la missione, tra scambi di persona, equivoci e paradisi fiscali.

Grottesco e surreale Louise Michel affronta il tema più discusso dai media di quest’ultimissimo periodo, ovvero le prime e più visibili conseguenze della crisi, licenziamenti di massa e compulsiva ricerca dei colpevoli, prendendo spunto da una serie di sketch televisivi che i due registi Benoit Delépine e Gustave Kervern avevano già ideato alcuni anni fa’ (con grande e intuitiva preveggenza su quello che sarebbe successo da lì a qualche tempo).

Semplicissimo nella regia e nella messa in scena (molta camera fissa e prossemica misurata e sobria), il film a tratti può dare l’impressione di andare avanti in maniera cabarettistica e squinternata, con il susseguirsi di gag disomogenee in quanto a gusto e comicità, ma valutato nel suo complesso è un apprezzabile (e provocatorio) tentativo di rappresentare ciò che potrebbe succedere da un momento all’altro se i buoni smettono di fare i buoni (a ragion veduta) e cominciano a perseguitare i cattivi in un’ improvvisa , famelica e invertita caccia ai gatti da parte di orde di topolini senza più nemmeno una briciola di formaggio.

Premiato al Sundance Film Festival di quest’anno con una menzione speciale della giuria per l’originalità e al Festival di San Sebastian del 2008 per la migliore sceneggiatura, Louise  Michel sarà nelle sale italiane dal 3 aprile 2009.

Gli amici del Bar Margherita. Regia di Pupi Avati. Con D.Abatantuono, L.Chiatti, F.De Luigi, L.Lo Cascio, N.Marcorè

Posted in Cinema with tags , , , , , on aprile 2, 2009 by Dario Adamo

Pupi Avati pensa bene di fermarsi un attimo e guardare indietro al proprio passato, tornare alla propria adolescenza fatta di eroi ingenui, un po’ goffi e un po’ machi, ma sempre grandiosi. Idoli da carambola e caffè corretto, geni della piccola truffa e dello scherzo ben architettato, gioviali affaristi da bancone. E pensare che c’era qualcuno che li ammirava anche quei perdigiorno lì, che agognava un posto nella foto ricordo di fine anno per potersi sentire finalmente parte dell’olimpo dei propri dei.

La città è Bologna, l’anno è il 1954 e in via Saragozza c’è il bar Margherita. Di fronte a questo bar ci abita Taddeo (l’esordiente Pierpaolo Zizzi), un diciassettenne che da grande vorrebbe essere proprio come i frequentatori di quel bar. Come Al (Diego Abatantuono), leader di tutti e di nessuno e abile giocatore di carambola o il pio Bep (Neri Marcorè), animella buona e giusta, che conta tutto quello che vede e si lascia trascinare in tutto, quasi addirittura fino all’altare o ancora Manuelo (Luigi Lo Cascio), nobile siciliano trapiantato al nord e orgoglioso “linfomane” d’arrembaggio, o Gian (Fabio De Luigi) che spera di diventare un Big (diremmo oggi) di Sanremo, ma per il momento si accontenta di montare antenne della neo-arrivata televisione. Per tutti questi “eroi” Taddeo è e rimarrà sempre Coso, ma a lui va bene così, l’importante è essercisi avvicinati abbastanza da entrare per lo meno nel loro campo visivo. L’olimpo del bar Margherita è bello anche solo da vedere, scorcio di un’umanità intoccabile e sacra.

Cast strepitoso ed eterogeneo, oltre ai soprannominati sono da citare il sempre Avati-fedele Gianni Cavina, nel ruolo di un nonno ex-barbiere e apprendista pianista, la (qui ancor più) bella e brava Laura Chiatti, la maestra Luisa Ranieri e mamma Katia Ricciarelli. Un “chi più ne ha, più ne metta” potenzialmente rischioso insomma, se non ci fosse un abile direttore d’orchestra come Pupi Avati a coordinare primi violini di sempre (Abatantuono, Cavina) e talentuosi esordienti alla prima apparizione cinematografica (il ventisettenne pugliese Zizzi). Il risultato infatti è una più che mai corale (e riuscita) commedia sentimentale, dove la nostalgia di un passato rievocato non è mai melensa nel sorriso o patetica nel ricordo.

Girato gran parte a Cuneo, perché Bologna si è troppo “rammodernata”, il film si rifà leziosamente anche ad alcuni scherzi veramente realizzati da qualche esponente di questa originale élite da portico-fuori-porta, ma l’obiettivo principale di Avati è stato quello di ricostruire il ricordo di “un luogo del cuore” più che di riportare in vita un ambiente così com’era in quegli anni. Ciò non significa venir meno a un principio di fedeltà che è stato accuratamente rispettato nel ricostruire una gerarchia di forze, valori, relazioni su cui la vita di un bar (come il Margherita) si fondava e che ora sarebbe impensabile rivedere.

Oggi di social ci sono solo i network e forse i frequentatori del bar Margherita nel 2009 riuscirebbero a malapena a comunicare via chat, tra frenesia e crisi economica. Come dire, si stava meglio quando si stava peggio, quando le giornate almeno si perdevano sanamente e con cognizione di causa. Almeno ci si faceva due risate.

Il solitario. Regia di F. Campanini. Con L.Magri, F. Siciliano, F. Barilli

Posted in Cinema on aprile 2, 2009 by Dario Adamo

Noir di casa nostra, noir fatto in casa, partorito in provincia e ambientato nella metropoli, tra Bologna e Roma, passando brevemente per Prato e Parma , Il solitario è l’opera prima del giovane regista Francesco Campanini, classe 1976.

Sèguito ideale de Nel cuore della notte, noir low-budget realizzato nel 2002 di cui Campanini curò montaggio e produzione, Il soltario ripropone la figura principale di Leo Piazza (interpretato da Luca Magri che ha curato anche la sceneggiatura) il quale, dopo una rapina valsa tre miliardi di vecchie lire, si trova da solo con tutto il bottino ed è perseguitato da un gruppo di sanguinari gangster che vogliono a tutti i costi recuperare il denaro. Aiutato da un vecchio amico (Massimo Vanni) che riesce a tenerlo nascosto in un’abitazione della capitale, Leo passa interminabili giorni in completo isolamento in attesa del via libera, con la sola compagnia di un mazzo di carte, una televisione che trasmette telegiornali e telefilm e qualche scatoletta di cibo precotto. Ad aggiornarlo della situazione viene saltuariamente Saeda (Giancarla Malusardi), squillo professionista, ma dal cuore tenero che alla fine lo accompagnerà fino alla resa dei conti conclusiva.

Vittima un po’ indifesa dei soliti problemi che affliggono le produzioni indipendenti, Il solitario “è un noir controcorrente, nel senso di un noir puro, come stile, come taglio, come ambientazione e non ibridato con la commedia così come sarebbe stato più facile fare” tengono a sottolineare il regista Campanini e il protagonista principale nonché co-sceneggiatore Luca Magri, presenti all’anteprima bolognese del film al cinema Galliera, in via Matteotti 27, dove il film sarà in programmazione a partire dal 3 aprile.

Animati dalla nobile intenzione di rivitalizzare il poliziesco all’italiana anni ’70, in realtà regista e protagonista dicono di essersi ispirati “ossessivamente” al noir di derivazione francese alla Melville: epica della predestinazione (con eroe solitario annesso, appunto), rispetto del codice d’onore, la fuga malinconica e disperata sono le caratteristiche di Leo Piazza, eroe solo per scelta.

Buona l’intenzione, ma la mira non è bastata a fare centro: i personaggi si muovono sulla scena con troppa poca sicurezza (quella che invece dovrebbe contraddistinguere ogni buon malavitoso che si rispetti), così come ora un po’ forzata, ora un po’ sottotono è sembrata l’interpretazione dei protagonisti. Ultima colpa, ma probabilmente da addebitare alla limitatezza dei mezzi a disposizione, la fotografia caratterizzata da eccessiva disomogeneità (soprattutto nei passaggi da interni a esterni e nei cambiamenti improvvisi di piano). Tutto risolvibile magari, con il tempo, l’esperienza e un po’ di mezzi in più.

Tra gli interpreti figurano due bertolucciani: Francesco Siciliano, nel cast di Io Ballo da sola del 1996 e Francesco Barilli, protagonista di Prima della Rivoluzione(1965).