Woodstock al Biografilm Festival. Il Director’s Cut del documentario di Wadleigh

Quanti sanno cosa è (stato) Woodstock? Quanti possono immaginare veramente cosa abbia significato per gli organizzatori e per i partecipanti, quale sia stata l’entità reale (impressionante) dell’evento, cosa si possa provare a vedere dal vivo The Who, Janis Joplin, Jimi Hendrix e molti altri nell’arco di nemmeno tre giorni?

Nel 1969 un giovane regista esordiente di nome Micheal Wadleigh era lì per riprendere quell’evento epocale e l’anno successivo vinse un meritatissimo oscar come miglior documentario con il suo Woodstock. Quest’anno esce in DVD (data prevista 23 giugno) una mirabile edizione aggiornata Woodstock: Three Days of Peace & Music-The Director’s Cut lunga ben 218 minuti che il pubblico del Biografilm Festival 2009 ha avuto modo di vedere in anteprima a termine della prima giornata dell’evento.

L’inconsueta durata del documentario avrebbe potuto spaventare i partecipanti del festival che invece, come in preda ad uno stato di estasi lisergica, non sono usciti dalla sala fino all’una di notte, vittime accondiscendenti di una magica empatia che si è creata con il pubblico che nel 1969 stava seduta su una collina ad ascoltare alcuni tra i più grandi artisti di sempre.

Ad entrare subito in sintonia con l’atmosfera ha contribuito la presenza ad inizio proiezione del regista Micheal Wadleigh, impegnato per l’intero pomeriggio a scattare foto per tutto il cortile della cineteca e a scambiare due chiacchiere con tutti coloro che ne avessero avuto voglia, accompagnato dal “padre” di Woodstock Artie Kornfeld, il montatore del documentario Stan Warnow e il fotografo di scena Barry Z Levine che hanno voluto salutare il pubblico, suggerendo di godere del film prestando particolare attenzione ai testi delle canzoni e invitando ad alzarsi in piedi, ballare e fare qualsiasi cosa si volesse durante la proiezione.

Sono bastati pochi minuti perchè il viaggio a ritroso nel tempo cominciasse e ci si sentisse parte di quella cosa chiamata Woodstock: sintomatici a riguardo gli applausi alla fine di ogni concerto ripreso con maestria dal regista e la sua troupe (tra cui figura un giovanissimo collaboratore di nome Martin Scorsese), gli accompagnamenti canori della platea per i brani più noti o le due dita alzate su richiesta di Sly and The Family Stone. Ad aprire le danze ieri come allora Richie Havens salito per primo su un palco ancora in costruzione, mentre la gente cominciava a riempire quella vasta distesa di terra. Il resto è storia, che dopo quarant’anni fa ancora piacere rileggere attraverso le immagini sapientemente montate da Stan Warnow: le performance di Jefferson Airplane, The Who, Canned Heat, Joe Cocker, Santana, Ten Years After, Ario Guthrie, Sha-na-na, Country Joe passando per molti altri ed arrivando al grande concerto serale di Janis Jolplin e all’ultimo, attesissimo, ma arrivato solo la mattina del lunedì quando già la collina di Bethel era semivuota, di Jimi Hendrix.

Le scene dei concerti si alternano alle interviste ai ragazzi che vi hanno partecipato e alla gente del luogo in parte piacevolmente sorpresa dell’educazione e della civiltà dei giovani “fricchettoni” e in parte disgustata per un festival che permetteva “a ragazzini di quindici anni di dormire in una tenda”.

Le opinioni su quei giorni e su ciò che ne è conseguito come si sa sono le più varie e controverse, da chi ci ha visto la riunione di giovani che cercavano le risposte alle domande della loro vita in quella reunion tutta sesso, droga e libertà a coloro che la considerano un evento-segno, in grado di fornire un confine nella recente storia della musica e della civiltà tra un prima woodstock e un dopo woodstock. Una cosa è certa: fu impressionate viverlo allora ed è altrettanto sconvolgente ri-vederlo oggi, pur nella magra consolazione di fruirne attraverso delle immagini. Di qualità.

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