Archivio per settembre, 2009

Luca Vullo e Roy Paci insieme per un progetto tutto siciliano

Posted in Cinema on settembre 30, 2009 by Dario Adamo

Sono partite le riprese del cortometraggio diretto dal regista Luca Vullo e interpretato dal noto artista musicale Roy Paci. Girato interamente in Sicilia, tra Caltanissetta e le province di Palermo e Messina, questo progetto vede coinvolto un cast tutto locale ed è stato prodotto grazie all’interessamento di vari privati e associazioni.

Dopo l’incredibile successo ottenuto in Italia e all’estero con il documentario “Dallo zolfo al carbone” Luca Vullo si lancia così nel mondo della finzione cinematografica trovando in Roy Paci l’interprete ideale a cui affidare il ruolo di protagonista principale. Per il musicista siciliano autore di brani famosi quali “Giramundo” e “Toda Joia, Toda Beleza”, si tratta infatti della prima esperienza in qualità di attore cinematografico.

Unione di intenti, comune visione della realtà e un entusiasmo condiviso fin da subito hanno spinto i due artisti a collaborare insieme per un progetto che si propone il duplice obiettivo di divertire con una commedia dal sapore dolceamaro e di rilanciare la creatività made in sicily coinvolgendo talenti provenienti da ogni angolo dell’isola.

La troupe è attualmente impegnata nelle riprese che dureranno fino all’inizio della prossima settimana, mentre il lancio ufficiale del cortometraggio è previsto entro la fine del 2009.

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A Single Man. Regia di Tom Ford. Con C. Firth, J. Moore, M. Goode

Posted in Cinema with tags , , on settembre 11, 2009 by Dario Adamo

Se tutti i trasferimenti da un settore artistico all’altro dessero questi risultati non avremmo più quello scetticismo fisiologico che accompagna  l’attesa di una nuova opera prima. Di scrittori che mettono da parte la penna per impugnare una camera da presa ne abbiamo visti tanti, ma di stilisti che si danno alla settima arte “confezionando” ottimi film pare sia una novità. Una bella novità.

Tom Ford, famoso per aver rinnovato con successo le case di moda Gucci e Yves Saint Laurent ha debuttato questa mattina al Festival di Venezia con il suo primo film A Single Man, convincendo pubblico e addetti ai lavori.

Los Angeles, 1962. George Falconer (Colin Firth), inglese d’origine e stimato professore universitario subisce la grave perdita del suo compagno (Matthew Goode) e si ritrova a riflettere sulla sua vita, ciò che il passato gli ha dato, ciò che il presente gli ha strappato e ciò che resta del futuro e si chiede che valore abbia continuare a vivere. A confortarlo c’è Charley (Julianne Moore) un’amica di vecchia data non lontana dalle medesime preoccupazioni, ma che cerca di stare vicino all’amico dolente. A questi si aggiunge anche un giovane studente di George, Kenny (Nicholas Hoult) che scorge nel suo professore la profondità di una persona unica, una guida capace di instradarlo e rispondere alle sue domande.

Trattandosi di uno stilista di nota fama pochi avrebbero dubitato sul risultato estetico del film, sobrio ed intenso, curato nella messa in scena ed impreziosito da una pregevole fotografia a cura del giovane spagnolo Eduard Grau. A partire dal romanzo di Christopher Isherwood, Tom Ford con l’aiuto di David Scearce per la sceneggiatura, regala al pubblico del festival una storia d’amore umana, mai scontata e profonda che non resta intrappolata su se stessa ma si presta ad una più ampia riflessione sul senso d’isolamento e sul dolore della perdita.

Alla conferenza stampa di questa mattina l’attore principale Colin Firth ha smorzato i toni di chi lo consacra già come l’interprete della migliore storia d’amore gay raccontata recentemente. Esprimendosi in un italiano che ha lasciato piacevolmente sorpresi i giornalisti presenti, Firth ha voluto sottolineare che “ il film narra di una storia d’amore finita dolorosamente ma che potrebbe essere tranquillamente quella di una coppia eterosessuale. Quel dolore potrebbe essere lo stesso provato da una moglie che perde improvvisamente suo marito”.

A coloro che invece hanno posto domande riguardo questo cambiamento che lo ha portato dietro una camera da presa, il regista Tom Ford risponde innalzando il cinema all’arte per eccellenza: “Il cinema è espressione artistica pura che resta per sempre, mentre la moda è più uno sforzo commerciale, qualcosa di volatile e passeggero”. Non sono stati pochi coloro che hanno pronunciato le fatidiche parole “Leone d’oro” riguardo all’opera di Ford, mentre per altri resta ancora Lebanon il candidato più probabile. Meno di un giorno e il Festival avrà finalmente un suo vincitore.

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Il Grande Sogno debutta al Festival di Venezia

Posted in Cinema on settembre 9, 2009 by Dario Adamo

Di Sessantotto si è già detto tanto e in fondo ognuno ha avuto modo di fare sentire la propria voce. Negli anni se ne sono evidenziati limiti, esaltate gesta o criticati certi estremismi. Molti si sono interrogati sull’eredità di quel periodo tanto accesso, dando ognuno la propria versione. Oggi al lido di Venezia è toccato a Michele Placido che con il suo ultimo film Il Grande Sogno ha virato decisamente verso l’interno e ha ricostruito la sua esperienza personale ponendola sullo sfondo di quegli avvenimenti. Chi si aspettava un film “sul” Sessantotto ha sbagliato proiezione o semplicemente ne è rimasto deluso, ma anche chi si aspettava qualcosa di diverso batte timidamente le mani ed esce dalla sala alquanto perplesso.

Il protagonista è Nicola (Riccardo Scamarcio) giovane poliziotto che proviene da un piccolo paese della Puglia e che è intenzionato a diventare un attore. Arrivato a Roma si ritrova infiltrato nella aule universitarie per capirne di più su quelle agitazioni studentesche, ma destino vuole che si innamori di una bella e intelligente ragazza di buona (e borghese) famiglia, tale Laura (Jasmine Trinca) occhialuta ed intrigante. Di mezzo c’è anche uno dei leader della rivolta giovanile, Libero (Luca Argentero) di nome e di fatto, sempre impegnato con manifestazioni e scioperi, dalla Sicilia a Torino. Il tempo passa e le cose si complicano, qualcuno si mette nei guai con le contestazioni politiche facendo amareggiare famiglia e parenti e qualcun altro studia Shakespeare sognando una vita da attore. Il vero Grande Sogno alla fine è quello, a cambiare il mondo ci penserà qualcun altro.

A scontrarsi in questo film  non sono solo gli studenti contro i poliziotti armati di manganelli, ma anche la necessità di dovere ricostruire una vicenda privata sullo sfondo di un pezzo di storia troppo imponente per essere dipinto con originalità. L’intenzione di restare fedeli nei confronti dei fatti realmente accaduti c’è tutta, con tanto di scena dedicata agli scontri di Valle Giulia, uova e pomodori compresi, ma l’impressione è quella di avere assistito a una storia raccontata fin troppe volte per colpire veramente. Un ritratto sincero, ma troppo ambizioso e forse poco profondo.

A chi cerca di sollevare questioni riguardanti le sfumature politiche, il regista durante la conferenza stampa ci tiene a sottolineare che non era sua intenzione redigere un documento storico “Questo è un film assolutamente personale dove racconto la mia storia, un ragazzo del sud che vuole fare l’attore e quella di altre persone esistite veramente e che mi sono state affianco durante quel periodo”. Quando poi una corrispondente estera gli chiede la relazione che c’è tra una storia “di sinistra” e la distribuzione da parte della berlusconiana medusa, il regista perde completamente le staffe chiudendo brutalmente l’incontro con la stampa: “E con chi c… lo dovevo fare? Io non l’ho mai votato, voto dall’altra parte, il produttore con cui ho lavorato è Pietro Valsecchi, non il presidente del Consiglio. Voi inglesi fate le guerre e i film sulla guerra… ma andate a quel paese!”.

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Lebanon. Regia di Samuel Moz. Con O.Cohen, M, Moshonov

Posted in Cinema with tags , , on settembre 8, 2009 by Dario Adamo

Un carro armato valica il confine libanese, in avanscoperta verso una zona già rasa al suolo dai servizi aerei israeliani. Quattro soldati alle prime armi e non in senso metaforico, ma con le dita sui grilletti di armi pronte a colpire persone vere e non bersagli da esercitazione. Tutto il panico vissuto da chi in guerra non c’è mai stato, ma costretto dal servizio di leva viene catapultato nell’inferno terreno, fatto di blitz e di bombe al fosforo. Vorrebbe scappare ma non può farlo, chiuso in pochi metri quadrati corazzati che lo dovrebbero difendere dal fuoco nemico. Un desiderio da esprimere: dire alla propria madre che sta bene e che tornerà presto.

Il regista israeliano Samuel Maoz sceglie un film di guerra intenso e claustrofobico per farsi conoscere dal pubblico internazionale e il lido di Venezia non poteva risultare migliore vetrina. Il film proiettato ieri pomeriggio alla sala darsena ha convinto il pubblico presente e non è esente da possibili riconoscimenti da parte della giuria del Festival.

Lebanon è il risultato di ciò che questo regista esordiente ha vissuto vent’anni fa’ quando si è trovato coinvolto nel conflitto libanese mentre “scontava” i suoi mesi di leva e che finalmente si è potuto trasformare in un film. L’esperienza della guerra è qui narrata attraverso le paure e le angosce di quattro giovani soldati senza alcuna esperienza che trascorrono ventiquattro ore nel panico di non sapere se quell’attacco si è trasformato in un incubo senza via di scampo. La macchina da presa si muove esclusivamente all’interno del mezzo da dove i soldati si scambiano ordini e paure, tra gesti di disperato cameratismo e incontrollabili slanci di nervi. “Il carro armato era diventato un personaggio alla stregua di tutti gli altri” ha detto a proposito il regista durante la conferenza stampa del film che è seguita alla proiezione.“Parte fondamentale del mio lavoro è stato mettere gli attori in un particolare stato emozionale che evidenziasse quell’angoscia che prova chi si ritrova nel bel mezzo di una guerra che non capisce”.

Una grande prova attoriale per i quattro interpreti protagonisti della vicenda e in generale un ulteriore segnale positivo che viene da certo cinema israeliano in grado di confrontarsi adeguatamente con eventi non certo facili da affrontare, tenendosi a debita distanza da facili pietosismi e senza scadere pedantemente nel machiettismo bellico.

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Gordos. Regia di Daniel Sànchez-Arévalo. Con Antonio De La Torre, Raùl Arévalo

Posted in Cinema on settembre 6, 2009 by Dario Adamo

Quando ogni rimedio contro l’obesità è fallito, quando né medici né nutrizionisti sono riusciti a risolvere il problema e ogni tipo di dieta si è rivelata essere un tentativo andato a male vuol dire che è arrivato il momento di spogliarsi delle proprie colpe è dare inizio ad una bella autoanalisi, una terapia, meglio se di gruppo.

E’da un’immagine simile che prende avvio Gordos, presentato questa mattina nella sezione Giornate degli autori al Festival di Venezia. Cinque persone prendono parte ad una riunione in stile alcolisti anonimi, ma per combattere un altro tipo di dipendenza, quella dal cibo. Dal ciclo di riunioni faccia a faccia e senza inibizioni ognuno spera di poter capire l’origine del proprio male, ma quello che scopriranno sarà una rete di problemi interconnessi ora con la vita di coppia, ora nei rapporti con parenti e amici che li porterà a sconvolgere le proprie priorità, le proprie abitudini e le proprie necessità non senza ripercussioni per i loro stati d’animo e il loro peso corporeo.

Una satira intelligente e ben costruita su tutte le problematiche ultracontemporanee legate all’immagine esteriore e al sentirsi bene con se stessi rendendosi piacevoli agli altri. Un pregevole lavoro di scrittura e di messa in scena che forse pecca un po’ di prolissità (si sfiorano le due ore), ma che risponde con intelligenza ad almeno due delle prerogative di una commedia che si possa e si voglia definire riuscita: toccare le giuste corde per stimolare una risposta in un pubblico eterogeneo e incastrare le vicende affinché non manchi un certo ritmo narrativo. Operazione riuscita per Daniel Sanchez – Arévalo, l’autore di un già convincente Azul oscuro casi negro che con questa ultima opera si conferma un’interessante promessa per il cinema spagnolo contemporaneo.

Ci sono voluti dieci mesi di riprese in cinque fasi distinte per realizzare un film che vede ingrassare  e dimagrire i suoi protagonisti al ritmo di una dieta che punta tutto sulla forza di volontà, più che sui famigerati sette chili in sette giorni. “Un’esperienza molto difficile ma stimolante” ha detto il regista presente in sala per un incontro con il pubblico “dove hanno giocato un ruolo fondamentale i produttori, disponibili a sostenere tempi di lavoro molto lunghi”. Bravi anche gli attori per i quali la realizzazione di Gordos è significato anche concentrarsi molto sul proprio fisico, elemento che per lunghi mesi ha preoccupato non poco il regista.

Gordos che ha ricevuto un’immediata reazione positiva da parte del pubblico del festival uscirà la settimana prossima in Spagna, ma non ha ancora ufficializzato nulla riguardo a una prossima distribuzione internazionale. Ma iniziare bene a Venezia fa ben sperare per la sorte di questa grossa grassa commedia spagnola.

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Herzog & Herzog. Due film in concorso per il regista tedesco

Posted in Cinema on settembre 5, 2009 by Dario Adamo

Questa sì che è una sorpresa. Per la prima volta nella storia del festival di Venezia, un regista partecipa in concorso con due film. Il regista in questione è Werner Herzog che, dopo avere presentato il suo Cattivo Tenente, ha lasciato tutti di stucco facendo capolino anche nella proiezione del film a sorpresa di venerdì con My Son My Son, What Have Ye Done.

Il film, che si avvale di un produttore come David Lynch è ispirato a vicende reali, ma non è esente da colpi di genio degni del suo autore. Il protagonista Brad Macallam (Micheal Shannon) si è rinchiuso in casa dopo avere commesso l’omicidio di sua madre e il detective Havenhurst (Willem Dafoe) giunge sulla scena del crimine e grazie all’aiuto della fidanzata del colpevole e di un regista teatrale che ha avuto a che fare con Brad per la realizzazione di una tragedia greca con matricidio annesso. Grazie al prezioso aiuto dei due collaboratori emerge lentamente il disturbato profilo psicologico dell’assassino, ossessionato peraltro da fenicotteri rosa e dalla ricerca di nuovo dio più adatto alle sue esigenze.

Lo zampino di un produttore come David Lynch c’è e si vede: non a caso è stata chiamata in causa nel ruolo della madre oppressiva e invadente la brava Grace Zabriskie, protagonista del visionario Inland Empire e che anche qui si rivela essere una scelta più che azzeccata. L’ambientazione inoltre è quella di uno strano horror urbano senza pistole né sangue, un incubo che si svolge “dentro” i protagonisti prima che tra di loro. Ciò non significa tuttavia essersi sottomessi completamente alle necessità/volontà produttive, ma si tratta piuttosto di una felice e riuscita collaborazione tra due dei più validi autori in circolazione del circuito off-hollywood.

Bella sorpresa insomma quella riservata al pubblico del Festival di Venezia edizione 2009 che nei prossimi giorni dovrà vedersela con il complottiamo anti-americano di Micheal Moore e gli zombi di George Romero, mentre tra gli italiani si aspettano con ansia Placido e la Comencini. Il pubblico e gli addetti ai lavori aspettano, sperando in qualche altra bella sorpresa.

Videocracy al Festival di Venezia

Posted in Cinema, Eventi on settembre 5, 2009 by Dario Adamo

Quale miglior periodo per parlare di italianissima cultura dell’immagine, del rapporto tra potere e visibilità e cioè di videocrazia come l’ha chiamata Erik Gandini.

Videocracy, proiettato ieri sera in anteprima al Festival del Cinema di Venezia e che da oggi comincia il suo tour nelle sale italiane, distribuito dalla Fandango di Domenico Procacci non è un documentario politico, così come ha ribadito lo stesso regista nell’incontro con il pubblico dopo lo spettacolo delle 19. Il docu-film di Gandini è una fotografia scattata su trent’anni di televisione commerciale italiana che ha dato vita ad una strana cultura dell’esibizionismo totale, dell’esserci e farsi vedere a tutti i costi, pena la reclusione ad eterni spettatori, passivi e inermi, in un ergastolo senza possibilità di rivalsa. “In Italia lo scontro principale non avviene tra forze politiche di segno opposto, ma tra chi sta in televisione e chi no, chi è continuamente alla ribalta e chi resta nascosto tra tanti” ha proseguito l’autore.

Da qui la scelta di alcuni personaggi simbolo di questo sistema, coloro che più ne hanno interiorizzato le regole, ne hanno capito struttura e meccanismo e sono riusciti a ricavarne potere e denaro: Silvio Berlusconi, Lele Mora e Fabrizio Corona. Con le dovute differenze essi hanno intuito prima o meglio degli altri cosa offriva la televisione in termini di successo assicurato e hanno costruito le proprie strategie, facendosi aprire le porte del paradiso in terra.

Il progetto, dice il regista, nasce quasi da una scommessa con se stesso e con il paese che lo ospita da anni, quella Svezia tanto lontana da letterine, veline e tronisti: “In Svezia ridono dell’Italia e io ero intenzionato a farli smettere, cercando di approfondire il problema”. Difatti la reazione più immediata e comune è uno strano senso di angoscia dovuta alla necessità di dare atto riguardo a ciò che sta succedendo nel Belpaese dagli anni ottanta a oggi, nella più misera constatazione che ormai il funzionamento del meccanismo è così ben rodato da risultare normale se non necessario: esserci e farsi vedere, attraverso uno schermo televisivo. Si ride, per carità, come ormai ci si è abituati a fare in Italia quando le prime pagine dei giornali nazionali rendono conto di ciò che in altri paesi verrebbe considerato follia schizoide o sketch da cabaret, ma è un “riso amaro”, si ride per non piangere.

Nell’augurare buona fortuna all’opera di Gandini in terra natìa, il Festival si prepara ad ospitare oggi il Bad Lieutenant di Herzog, remake del Cattivo Tenente di Ferrara, in concorso nella selezione ufficiale. Nicolas Cage, Val Kilmer ed Eva Mendes sono i protagonisti della vicenda