Archivio per febbraio, 2010

La bocca del lupo. Un film di Pietro Marcello

Posted in Cinema with tags , , on febbraio 28, 2010 by Dario Adamo

E’arrivato finalmente il momento di dirlo: un cinema italiano veramente nuovo è possibile. Originale per forma e struttura, svincolato dalle ingombranti denominazioni di genere, pieno, denso, forte. Garbato nei modi e funzionale nel messaggio. Questo e molto altro è, per esempio, La bocca del lupo, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Torino, selezionato dal Festival di Berlino, “ospitato” in questi giorni da Visioni italiane a Bologna e in programmazione in 18 sale nelle principali città italiane.

Si tratta di un film commissionato a un giovane autore, Pietro Marcello, da parte dei gesuiti della Fondazione San Marcellino e sostenuto dalla giovane Avventurosa Film e dai sempre attenti Nicola Giuliano e Francesca Cima della Indigo Film.

L’intenzione iniziale era quella di (far) posare lo sguardo su una particolare realtà, quella della Genova più underground, con i suoi quartieri più difficili e degradati (come la zona portuale di Ponte dei Mille da cui prende avvio la vicenda) e dare voce ai silenzi delle strade e degli ultimi, quei vinti dei romanzi veristi dell’Ottocento che coltivano piccoli sogni con grande caparbietà. Il risultato è stato l’esito di un fortunato incontro, quello dell’autore con Enzo e Mary che con grande libertà raccontano di sé stessi e della loro storia sotto la quale Marcello, con raffinato distacco e misurato equilibrio, fa scorrere immagini di vita, testimonianze in presa diretta e preziosi materiali d’epoca.

In tutto ciò c’è anche spazio per l’amore, in un’eccezionale, duplice veste. Da un lato la relazione tra Enzo, siciliano d’origine e genovese d’adozione che la vita ha reso duro fuori, ma tenero dentro e Mary, transessuale romana che dopo un’infanzia borghese e disciplinata è costretta a scappare di casa, incappando nell’eroina e nella depressione. I due si amano, perché sanno condividere, e si aspettano tanti anni per realizzare il loro piccolo sogno. Poi c’è un amore più sottile, latente, ma visibile agli occhi dei più attenti e meglio disposti e cioè quello dell’autore Marcello per il cinema, un sentimento sincero di cura, attenzione e rispetto per la narrazione e per il materiale narrato, per i particolari e per il tutto decisamente armonico. Lo spettatore si trova così spiazzato, tra decidere se continuare a chiedersi se quello che sta vedendo è una storia di finzione o un innovativo documentario e abbandonarsi fanciullescamente all’ascolto di una storia nuova, intensa e affascinante.

Il successo che La bocca del lupo sta già riscuotendo nelle sale (nelle principali città italiane durante i precedenti week end si è registrato più volte il tutto esaurito) insieme a ciò che ha già fatto e sta continuando a fare L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, fa ben sperare in chi crede in un cinema italiano “alternativo” e valido, d’alta qualità e di pochi sprechi, capace di sorprendere e convincere veramente.

La bocca del lupo, insieme a La Paura di Pippo Delbono, sulla base di un progetto della Cineteca teso a valorizzare film italiani nuovi, indipendenti o seminascosti, verrà proiettato ogni lunedì per tutto il mese di marzo presso il Cinema Lumière.

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Il figlio più piccolo. Regia di Pupi Avati. Con Christian De Sica, Luca Zingaretti, Laura Morante

Posted in Cinema with tags , , , on febbraio 11, 2010 by Dario Adamo

Chi troppo vuole nulla stringe… e tutto perde. Il proverbio più adatto per le (dis)avventure di Luciano Baietti (Christian De Sica) protagonista dell’ultimo film di Pupi Avati Il figlio più piccolo è sicuramente questo. Andare troppo in là con l’immaginazione, ma anche con le proprie azioni, a volte non paga. Anzi la fa pagare…e molto cara.

Luciano Baietti nel 1992 si sposa con la “scemina” Fiamma e, lo stesso giorno del matrimonio lascia la moglie e i due figli precedentemente avuti con lei per sparire per diversi anni. Fugge insieme a un losco individuo che molti anni dopo si scoprirà essere il suo socio a capo di una holding in serie difficoltà fiscali e giudiziarie. Nel frattempo a Bologna Fiamma si barcamena tra mille difficoltà e molte debolezze, Paolo il figlio più grande lavora in un bar del centro e maledice ogni giorno il padre che li ha abbandonati, mentre Baldo, il più piccolo e docile, è iscritto al Dams e sogna di fare il regista. Improvvisamente papà Luciano, pronto al suo ennesimo matrimonio, chiama come testimone il figlio più piccolo riservandogli una grande sorpresa: il controllo di tutti i suoi beni, dalle società alle proprietà, alle macchine di lusso. In famiglia le reazioni sono contrastanti: mamma Fiamma, ancora innamorata del suo marito furbetto benedice matrimonio e passaggio di testimone, mentre Paolo sente puzza di bruciato e condanna l’entusiasmo degli altri componenti. Baldo, nuovo presidente della holding, si prepara alla regia del suo primo film e al matrimonio di suo padre. Nuovamente non sarà un’unione felice e tutti i nodi verranno al pettine in un finale che darà a tutti ciò che gli spetta (o quasi).

Dopo aver riunito attorno a un bancone Gli amici del bar Margherita e aver scandagliato le debolezze di un uomo nei confronti di una figlia ne Il papà di Giovanna, Pupi Avati torna a Bologna per parlare di una storia dei giorni nostri, una di quelle che si sentono spesso ai telegiornali quando si scopre che grandi manager e imprenditori hanno passato anni a costruire fortune sul nulla più assoluto, deviando introiti su conti correnti anomali, sfuggendo ai controlli della finanza o intestando tutto a parenti e prestanomi. Il regista nel ritrarre il fallimento di un uomo gioca ancora più sporco, raccontandoci la storia di un pusillanime senza valore che, pur di salvare la pelle, arriva a coinvolgere i familiari, innocenti e ingenui. Un subdolo gioco di inganni e promesse bruciate in partenza, forse un po’ esasperato ed estremo, ma ancorato in qualche modo alla realtà che abbiamo di fronte giorno per giorno.

Un inedito tris di attori reggono le fila del racconto: un Christian De Sica per una volta strappato alla serie di cinepanettoni, veste i panni dell’approfittatore mangiatutto, l’homo novus del belpaese dei ladruncoli incravattati; Luca Zingaretti alle prese anche lui con il malaffare, nel ruolo del consigliere-braccio destro, infame e un po’ cagionevole e Laura Morante a cui invece è stato chiesto come di consueto di palesare fragilità e debolezza, un kleenex in una mano e una sigaretta nell’altra. A questi si aggiunge (anche questa volta, come di consueto) un volto nuovo, quello di Nicola Nocella che interpreta lo sfigatello-iscritto-al-DAMS allocco e sprovveduto che si immola per la causa del padre, senza capire bene cosa gli stia succedendo.

Con Il figlio più piccolo Pupi Avati chiude la “trilogia sui padri”(della quale i primi due capitoli erano stati La cena per farli conoscere e il già citato Papà di Giovanna) con la quale ha voluto indagare le difficoltà legate all’essere padre, una volta troppo assente, un’altra troppo apprensivo e qui forse troppo egoista e, poco verosimilmente, senza un briciolo di cuore. Una storia che non decolla e non riesce a essere incisiva laddove si era promessa di farlo. Sullo sfondo l’italietta dei furbetti, troppo sbruffoni per fare paura…come fanno paura quelli che vediamo in televisione nelle sigle dei telegiornali.