Il figlio più piccolo. Regia di Pupi Avati. Con Christian De Sica, Luca Zingaretti, Laura Morante

Chi troppo vuole nulla stringe… e tutto perde. Il proverbio più adatto per le (dis)avventure di Luciano Baietti (Christian De Sica) protagonista dell’ultimo film di Pupi Avati Il figlio più piccolo è sicuramente questo. Andare troppo in là con l’immaginazione, ma anche con le proprie azioni, a volte non paga. Anzi la fa pagare…e molto cara.

Luciano Baietti nel 1992 si sposa con la “scemina” Fiamma e, lo stesso giorno del matrimonio lascia la moglie e i due figli precedentemente avuti con lei per sparire per diversi anni. Fugge insieme a un losco individuo che molti anni dopo si scoprirà essere il suo socio a capo di una holding in serie difficoltà fiscali e giudiziarie. Nel frattempo a Bologna Fiamma si barcamena tra mille difficoltà e molte debolezze, Paolo il figlio più grande lavora in un bar del centro e maledice ogni giorno il padre che li ha abbandonati, mentre Baldo, il più piccolo e docile, è iscritto al Dams e sogna di fare il regista. Improvvisamente papà Luciano, pronto al suo ennesimo matrimonio, chiama come testimone il figlio più piccolo riservandogli una grande sorpresa: il controllo di tutti i suoi beni, dalle società alle proprietà, alle macchine di lusso. In famiglia le reazioni sono contrastanti: mamma Fiamma, ancora innamorata del suo marito furbetto benedice matrimonio e passaggio di testimone, mentre Paolo sente puzza di bruciato e condanna l’entusiasmo degli altri componenti. Baldo, nuovo presidente della holding, si prepara alla regia del suo primo film e al matrimonio di suo padre. Nuovamente non sarà un’unione felice e tutti i nodi verranno al pettine in un finale che darà a tutti ciò che gli spetta (o quasi).

Dopo aver riunito attorno a un bancone Gli amici del bar Margherita e aver scandagliato le debolezze di un uomo nei confronti di una figlia ne Il papà di Giovanna, Pupi Avati torna a Bologna per parlare di una storia dei giorni nostri, una di quelle che si sentono spesso ai telegiornali quando si scopre che grandi manager e imprenditori hanno passato anni a costruire fortune sul nulla più assoluto, deviando introiti su conti correnti anomali, sfuggendo ai controlli della finanza o intestando tutto a parenti e prestanomi. Il regista nel ritrarre il fallimento di un uomo gioca ancora più sporco, raccontandoci la storia di un pusillanime senza valore che, pur di salvare la pelle, arriva a coinvolgere i familiari, innocenti e ingenui. Un subdolo gioco di inganni e promesse bruciate in partenza, forse un po’ esasperato ed estremo, ma ancorato in qualche modo alla realtà che abbiamo di fronte giorno per giorno.

Un inedito tris di attori reggono le fila del racconto: un Christian De Sica per una volta strappato alla serie di cinepanettoni, veste i panni dell’approfittatore mangiatutto, l’homo novus del belpaese dei ladruncoli incravattati; Luca Zingaretti alle prese anche lui con il malaffare, nel ruolo del consigliere-braccio destro, infame e un po’ cagionevole e Laura Morante a cui invece è stato chiesto come di consueto di palesare fragilità e debolezza, un kleenex in una mano e una sigaretta nell’altra. A questi si aggiunge (anche questa volta, come di consueto) un volto nuovo, quello di Nicola Nocella che interpreta lo sfigatello-iscritto-al-DAMS allocco e sprovveduto che si immola per la causa del padre, senza capire bene cosa gli stia succedendo.

Con Il figlio più piccolo Pupi Avati chiude la “trilogia sui padri”(della quale i primi due capitoli erano stati La cena per farli conoscere e il già citato Papà di Giovanna) con la quale ha voluto indagare le difficoltà legate all’essere padre, una volta troppo assente, un’altra troppo apprensivo e qui forse troppo egoista e, poco verosimilmente, senza un briciolo di cuore. Una storia che non decolla e non riesce a essere incisiva laddove si era promessa di farlo. Sullo sfondo l’italietta dei furbetti, troppo sbruffoni per fare paura…come fanno paura quelli che vediamo in televisione nelle sigle dei telegiornali.

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2 Risposte to “Il figlio più piccolo. Regia di Pupi Avati. Con Christian De Sica, Luca Zingaretti, Laura Morante”

  1. Susanna Trippa Says:

    ‘Il figlio più piccolo’ è un film che descrive la realtà dei nostri tempi, e della nostra Italia in particolare, fotografata in certi ambienti, sporcati, oltre che dalla delinquenza, da grande volgarità e bruttezza dell’anima.
    Gli attori sono bravissimi e si muovono in un’atmosfera, a tratti inquietante e a tratti struggente, sottolineata da un andamento musicale perfetto per la storia rappresentata.
    Ho letto varie recensioni e, pur tra gli elogi, mi è parso che alcune voci lamentino che il film avrebbe dovuto essere più ‘di denuncia’, che sia troppo assolutorio.
    E così Il figlio più piccolo rischia di essere scambiato per un film ‘piccolo’, ma tale non è!
    Occorre guardarlo con molta attenzione per riuscire ad interpretare come si deve e a comprenderne il senso ultimo.
    Dal tono volutamente dimesso, quasi con i toni di una ‘commedia all’italiana’, il film rifiuta del tutto la ‘denuncia’, quella spicciola – da quattro soldi – che siamo abituati a fare nelle chiacchere da bar o davanti alla tele accesa, schierandoci per questo o quel partito politico… chiedendoci cosa sia meglio o peggio.
    Qui siamo in uno spazio più alto, quello del ‘ non giudizio’, quel luogo o ‘Campo’ come lo chiama Rumi, il poeta e mistico sufi, dove si sospende ogni giudizio appunto.
    Quello stesso ‘Campo’ può corrispondere al ‘Regno dei cieli’ qui sulla terra.
    A Pupi Avati non interessa ‘la denuncia’.
    Intuitivamente, con la forza dell’emozione, va verso questo ‘Campo’ su una strada già tracciata da grandi anime.
    Con la stessa forza dell’emozione indica il cammino, attraverso le soluzioni che sceglie per la sua storia, indicate dalle espressioni e posture dei suoi attori.
    I protagonisti ‘delinquenti e cattivi’ sono dei perdenti fragili (e quando mai la Forza è personificata dalla delinquenza?) e i ‘buoni’ alla fine vincono, perchè risultano felici (anche se la visione comune li vede come dei ridicoli ingenui).
    Ci sono, nel film, tanti particolari che indicano la strada per comprendere… gli sguardi persi di Baietti/De Sica, così terribilmente bamboccione fino a quell’ultima scena sul terrazzino di casa, ripreso dal basso, quasi una larva.
    E l’abbraccio finale tra lui e il professor Bollino “ Abbracciamoci! Sedici anni siamo stati insieme e non ci siamo mai abbracciati… sono stati poi anni belli!”
    Lo dicono, ma non ci credono neanche loro.
    E, mentre il professor Bollino narra qualcosa che potrebbe spiegare le origini del perché si è messo dietro a tutto questo, e che poi potrebbe spiegare anche i sandali, il suo essere ipocondriaco, il somatizzare e altro ancora, ecco che Baietti/De Sica non lo ascolta neppure, si addormenta.
    Uomini che non sono mai diventati uomini.
    Invece, l’emozione sul volto di Baldo e della madre Fiamma… il loro amare, riaccogliere, nonostante tutto, quel miserabile che è Baietti… bé, non c’è dubbio che sono loro i vincitori morali nella storia, con quel sentimento della ‘compassione’ che a noi pare così ingenuo e fuori moda.
    Si comportano come i passeri del cielo, che non si chiedono cosa e come mangeranno domani.
    Fare una semplice denuncia è oramai un atto di arcaica modalità.
    Pupi Avati segue un’altra via, indicata da grandi figure spirituali, e ora avallata dalle più attuali conoscenze quantistiche.
    Il Dalai Lama invita ad una rivoluzione interiore… modificare l’esistente partendo da un proprio cambiamento.
    Più che l’odio e la rabbia, il sentimento della compassione può modificare, in meglio, la realtà esterna.
    D’altra parte, se vogliamo comprendere questo sentire ‘più alto’ nell’ultimo film di Pupi Avati basta leggere quanto scrive nel suo ‘Sotto le stelle di un film’ … “ L’angolo dei cattivi è sempre guardato attraverso un atteggiamento di grande pietà, perché io li capisco, hanno un’infinità di giustificazioni se sono diventati i cattivi – i più grandoni, i bulli, quelli che menano i più piccoli, quelli che nelle fotografie di classe stanno sempre in un angolo – non vanno soltanto giudicati, vanno raccontati, mostrati nella loro umanità. I ‘cattivi’ vanno capiti nella loro condizione umana.”

  2. […] il tentativo di una riflessione più seria sulla corruzione morale di certa società italiana ne Il figlio più piccolo, il regista bolognese Pupi Avati volta ancora pagina e realizza un film tanto ambizioso quanto […]

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