La bellezza del somaro

L’educazione dei figli sembra un tema caldo, a giudicare dalle ultime cose viste al cinema di questi tempi: Guido Chiesa si è recentemente posto tale problema in Io sono con Te, nel quale affrontando audacemente i primi anni di vita di Gesù Cristo, ha ipotizzato che l’immensa umanità del figlio di dio derivi proprio dal modo in cui è stato allevato ed educato da Maria. All’ultimo festival di Torino, nella selezione ufficiale in concorso, l’argentina Anahì Berneri in Por Tu Culpa si è invece misurata con le difficoltà e i problemi di una giovane mamma, sola, alle prese con due figli e un incidente, pretesto quest’ultimo dal quale è partita per innescare una struggente e delicata riflessione sull’attuale condizione dei genitori, adulti a volte troppo immaturi e poco preparati o più semplicemente indaffarati, impegnati, distratti.

Muove dalle medesime problematiche e dagli stessi temi Sergio Castellitto, ma nel farlo colora tutto con i toni accesi della commedia, confezionando una storia dei giorni nostri, dove tra genitori in crisi (con sé stessi prima, con gli altri poi) e figli troppo cresciuti non si capisce bene chi ha più responsabilità sulla cattiva condotta dell’altro.

Marcello Sinibaldi (Castellitto) è un architetto cinquantenne “figaccione” e divertente, sposato con la più timida e riservata Marina (Morante), psicoterapeuta presso un dipartimento di disperati in cerca di un mentore. I due hanno una figlia, Rosa, diciassettenne brava a scuola, ma volubile e capricciosa che sorprende tutti con la scelta del suo ultimo partner: Armando (Jannacci) infatti non è il solito ragazzo spinellato e un po’ insicuro, ma un anziano signore di circa settant’anni colto, profondo ed estremamente saggio. Con il pretesto del ponte dei morti la famiglia Sinibaldi, in compagnia della rigida governante polacca, di due coppie di amici con relativi figli e l’inaspettato Armando, passerà un tranquillo week-end di follia nella propria tenuta di campagna all’insegna dell’anticonformismo, utile, forse, a risanare e riequilibrare le proprie relazioni e a ripensare da principio i loro rispettivi ruoli.

Al centro della Bellezza del Somaro c’è l’indagine su quelli che lo stesso Castellitto, in occasione dell’anteprima bolognese del film, definisce “due mestieri ugualmente difficili da svolgere, quello di genitori e quello di figli”. I primi tutti indaffarati a salvaguardare quello che resta dell’età che avanza e in qualche modo alla pallida ricerca della giovinezza fuggita e perduta, mentre i secondi dietro i comportamenti ribelli e rivoltosi nascondono soltanto molta voglia di essere compresi, ascoltati e, perché no, anche rimproverati e sgridati a tono.

Per la terza volta dietro la camera da presa, Castellitto si fa apprezzare oltre che per la sua appassionata interpretazione nei panni di un genitore un po’ distratto ma tutto sommato molto volenteroso, anche per le sue doti da “novello”regista: molti i lunghi piani-sequenza, soprattutto nella parte finale, in cui gli attori misurano gesti e movimenti in maniera del tutto funzionale al tono un po’ surreale e in parte grottesco che il film assume via via che il racconto prende forma, senza tuttavia danneggiare il tema verosimile sviluppato dal film. Si ride insomma tanto per le battute figlie di una buona sceneggiatura (a cura di Margaret Mazzantini che detiene la maternità del soggetto originale), quanto per le torte in faccia o le scene slapstick di alcuni dei personaggi. Divertente tra i divertenti, Marco Giallini nel ruolo dell’amico di vecchia data di Castellitto-Sinibaldi e anch’egli alle prese con una paternità un po’ scomoda e improvvisata.

 

 

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