The Cove. In anteprima al Biografilm Festival 2010

Posted in Cinema with tags , , , , , on giugno 6, 2010 by Dario Adamo

Una grande menzogna, innanzitutto. Le sorprendenti immagini di altrettanto sorprendenti delfini che saltano felici, fanno acrobazie e sembrano sorridere al contatto degli esseri umani nei delfinari di tutti i paesi non testimoniano il vero, ma rappresentano un’illusione. In quei “parchi di divertimento” livelli altissimi di stress colpiscono i cetacei più simpatici del mondo fino ad ucciderli, mentre qualcuno dalle parti del Giappone è già pronto a catturarne altri per addestrarli o farne carne da macello destinata al mercato del pesce.

Proprio in Giappone un vero e proprio orrore si consuma per sei mesi all’anno, da aprile a settembre, in una laguna (ribattezzata appunto “the cove”) sulle coste di Taiji, paese di appena settemila anime apparentemente tranquillo, ma che nasconde al suo interno un agghiacciante e invisibile segreto. L’uomo deciso a rendere noto a tutto il mondo quello che succede presso quella baia è Rick O’Barry, addestratore e “migliore amico” di Kathy, il delfino femmina che interpretava Flipper nell’omonima serie televisiva. Dopo il suicidio di Kathy-Flipper avvenuto proprio fra le sue braccia in seguito a un lungo periodo di depressione, O’Barry cominciò a ripensare al significato della sua attività di addestratore, ai mali causati dalla cattività e si diede all’attivismo per la salvaguardia dei delfini.

Dall’incontro con Louie Psihoyos, tra i dieci migliori fotografi del mondo secondo Fortune, nasce l’idea di denunciare il massacro che si compie a Taiji dove avvicinarsi con macchine fotografiche e videocamere è un compito reso impossibile da pescatori e autorità locali, impegnati nella salvaguardia della privacy dell’orrore di cui sono artefici. Con l’ausilio di un’eterogenea squadra composta da sub professionisti, abili operatori audiovisivi e scaltri uomini d’azione e attraverso una studiata strategia di appostamenti è stato possibile realizzare le riprese della mattanza di Taiji.

Documentario che scorre sul filo della denuncia mentre non manca di tenere il pubblico con il fiato sospeso grazie alle sequenze intrise di suspance, “The Cove” ha più di un merito:  aver portato alla luce il caso di un macabro business da 2 miliardi di dollari l’anno, tutelato dalla volutamente lacunosa legislazione dell’ International Whaling Commissionche, che ha l’invisibile beneplacito del governo giapponese e dietro cui si nascondono anche gli interessi della Yazuka, la mafia cinese; aver stimolato un dibattito internazionale tanto sul complicato sistema di regole che governa la pesca in mare aperto, quanto sui riscoperti danni causati dal consumo di carne di delfino, pericolosissima per gli alti tassi di mercurio che contiene; e infine aver dato vita a un racconto intenso e avvincente, in perfetto equilibrio in quanto a corposità da reportage d’inchiesta e ritmo narrativo da thriller.

Dopo essersi aggiudicato il premio del pubblico al Sundance e avere vinto l’Oscar come miglior documentario per il 2010, The Cove arriva al Biografilm Festival di Bologna dove verrà proiettato durante la serata d’apertura mercoledì 9 giugno alle 19.30.

Draquila – L’Italia che trema. Un film di Sabina Guzzanti

Posted in Cinema with tags , , , on maggio 6, 2010 by Dario Adamo

Il sindaco di  L’Aquila Massimo Cialente si aggira inerme per la sua città, che ormai non è altro che un’unica grande carcassa fatta di mattoni spezzati, muri scalcinati e qualche luce ancora accesa qua e là. Una piccola camera a mano riprende questo sopralluogo, fino all’arrivo dei vigili urbani di turno che si chiedono chi stia girando per quello che ormai potrebbe essere utilizzato come set naturale per le riprese di un western contemporaneo. L’Aquila come El Paso, un posto dove la legge è diventata una questione tra bianchi sceriffi incattiviti e banditi mascherati male in cerca d’oro. Nel ruolo delle vittime la popolazione che vorrebbe solo vivere tranquilla, ritrovare la pace perduta.

Poteva essere un ottimo film di genere Draquila – L’Italia che trema, ma invece la sua autrice, la combattiva Sabina Guzzanti ha preferito utilizzare uno stile documentaristico, emotivamente intenso e curato nella selezione dei contenuti, tutti scottanti, grazie ai quali ripercorre la tragedia del terremoto che ha colpito l’Abruzzo lo scorso 6 aprile 2009, rilevandone i loschi retroscena e  scovandone i risvolti più drammatici. Tanti i nodi che vengono al pettine, tanti i temi che meriterebbero da soli un intero reportage. Dall’estro creativo di Silvio Berlusconi nello sfruttare una tragedia a scopi politici per consolidare la sua sedicente immagine di uomo del fare e dispensatore di miracoli fino all’attenta analisi di alcuni strani passaggi legislativi che hanno dato vita alla simbiosi tra emergenza e grande evento, da cui poi scaturirà il superpotere di una Protezione Civile con le mani in pasta ovunque, dai viaggi del Papa all’organizzazione delle olimpiadi di nuoto.

Ci sono poi le reazioni nude e crude dei terremotati, alcuni dei quali tenuti per mesi in tenda in uno stato di strana segregazione finto-protettiva, dove per ogni cosa era necessario il permesso, mentre altri, sbattuti a centinaia di chilometri dal loro paese e costretti a vivere in ospitali alberghi, dimenticavano lentamente cosa significhi incontrarsi al bar della piazza o passare le domeniche in casa con i propri parenti. Certo, non mancano nemmeno le testimonianze di coloro che sostengono l’operato del governo, le interviste a tutta quella gente che si ritiene davvero miracolata e che ora vive in una (costosissima) casa con tutti i comfort che però dovranno lasciare così come l’hanno trovata appena sarà finito tutto (Quando? Cosa succederà dopo?).

Non può non venire in mente l’istrionico Michael Moore, amico personale della regista, ma a conti fatti con Draquila si ha l’impressione che l’autore arretri difronte a un orrore che parla da sé: il dramma umano della gente che ha perso i propri cari, lo sdegno delle intercettazioni di quelli che la notte del 6 aprile “ridevano” e lo sconforto per una politica italiana tornacontista o assente. Tutto ciò permette alla Guzzanti di stare dietro, o quantomeno di lato, lasciando che il progetto su cui ha lavorato per molto tempo (nove mesi in tutto e settecento ore di materiale girato) venga fuori da solo, sostenuto dalle voci e dalle grida dei protagonisti della vicenda.

Presentato in occasione di un’anteprima speciale a Bologna lo scorso martedì 4 maggio dopo la consueta prima proiezione a Roma, Draquila – L’Italia che trema è stato inserito come evento speciale al Festival di Cannes e sarà in programmazione nelle sale italiane a partire da venerdì 7 maggio. Al pubblico di casa il giudizio sull’horror(e) dei nostri tempi.


Cosa voglio di più. Un film di Silvio Soldini. Con A.Rohrwacher, P.Favino, G.Battiston

Posted in Cinema with tags , , , on aprile 30, 2010 by Dario Adamo

Apparentemente tutto va bene: Anna (Alba Rohrwacher) è una bella e giovane donna che lavora come dipendente di una compagnia di assicurazioni e convive da qualche tempo con Alessio (Giuseppe Battiston) , uomo pio, gentile e ultracomprensibile. Di certo non sono poche le difficoltà per arrivare a fine mese indenni, ma i due portano avanti comunque una relazione stabile che li induce anche a prendere in considerazione l’idea di avere un figlio. Per una casualità, una mattina qualunque, Anna conosce Domenico (Pierfrancesco Favino) che, nelle vesti di cameriere, è lì per sostituire un collega della società di catering presso cui è impiegato. Un’occhiata, un biglietto con il numero di cellulare, qualche sms e basta poco tempo perché i due si incontrino e scoppi un’attrazione fatale, irresistibile e devastante che li porta a vedersi clandestinamente, una volta a settimana, in un motel fuori città. Il legame, inizialmente solo molto carnale, diventa talmente forte da far rimettere in questione tutto, compagni, figli (Domenico è sposato con due bambini), futuro. Seguire l’improvvisa infatuazione e percorrere irresponsabilmente e istintivamente una strada nuova, forse impervia, ma decisamente eccitante o restare con i piedi per terra e rientrare da quello che probabilmente è stato solo un colpo di testa, un incidente, uno sbaglio?

Dopo essere stato accolto positivamente da pubblico e critica all’ultimo Festival di Berlino, dove ha partecipato fuori concorso, Cosa voglio di più di Silvio Soldini debutta in patria e affronta il pubblico italiano con un film basato su una storia semplice, il racconto di ciò che potrebbe succedere a ognuno di noi in qualsiasi momento quando improvvisamente la vita decide di sorprenderci e mette alla prova la nostra razionalità, i nostri progetti e le nostre sicurezze. Il tutto narrato con estrema sobrietà da vicino, dall’interno delle proprie quotidiane riflessioni, dal basso dei propri istinti. In questo i campi stretti e il costante utilizzo della macchina a spalla contribuiscono a restituire allo spettatore una dimensione emotiva vera, partecipata. Gli spazi all’interno dei quali si muovono i protagonisti della vicenda sono quelli ristretti di una vita senza troppi agi né comfort, dai piccoli appartamenti delle giovani coppie di precari, alle stanze a ore di un motel dove si consumano i (non pochi) momenti di passione sfrenata e naturale.

Un plauso dovuto a tutti gli interpreti, da Alba Rohrwacher abilissima a gestire il difficile equilibrio di una donna tutto sommato dolce, amorevole e seria in preda a uno sconvolgimento improvviso, a Pierfrancesco Favino credibile padre di famiglia meridionale in difficoltà a Giuseppe Battiston, il fedele compagno dai sani principi e dagli umili desideri, vittima immobile di un gioco che non riesce né a intuire prima né a cimprendere poi. Da segnalare infine l’apporto fornito dei comprimari Ninni Bruschetta, Teresa Saponangelo e Fabio Troiano.

Simon Konianski. Al cinema dal 9 aprile

Posted in Cinema with tags , , on aprile 7, 2010 by Dario Adamo

Il povero Simon quasi quasi non ce la fa. Abbandonato dalla ragazza, moderna e procace danzatrice goy, alla difficile età di 35 anni e con un pargolo a carico torna a vivere con il padre, ebreo credente e professante di non poche fissazioni e dalle convinzioni incrollabili. Cerca senza troppi sforzi un lavoro senza mai trovarlo e, quando se ne accorge, strappa suo figlio ai tediosi racconti del nonno sui campi di concentramento nazisti. A un certo punto la parzialmente annunciata scomparsa del padre porterà Simon, suo figlio e una coppia di anziani zii ad avventurarsi in uno strampalato viaggio dal Belgio alla Polonia per realizzare l’ultimo desiderio del defunto: essere seppellito accanto alla prima moglie di cui nessuno sapeva nulla…

Road-movie di formazione ricco di divertenti gag tipicamente yiddish, Simon Konianski è l’ideale continuazione e naturale espansione del cortometraggio Alice et Moi dello stesso regista Micha Wald che nel passaggio al lungo ha la possibilità di approfondire al meglio il tema portante della storia e cioè lo scontro generazionale tra due modi diversi di essere ebreo, quello datato e tradizionalista dei padri, ossessionati dalla shoah, votati alle illuminanti parole dei propri rabbini e intransigenti nei confronti del cambiamento e quello più distaccato e “laico” dei più giovani che cercano di guardare alla realtà di oggi con meno pregiudizi e più pragmatismo, senza dover necessariamente cercare spigolose giustificazioni nella tradizione e nei costumi del proprio “popolo”.

Simon Konianski non è certo un Serious Man alla Coen Brothers, lontano anni luce in quanto a profondità di riflessione e ampiezza di respiro, ma sicuramente non manca di far divertire lo spettatore in maniera leggera e scanzonata. Più vicino, come molti hanno già sottolineato, alla commedia “genere Sundance” stile Little Miss Sunshine si prefigge obiettivi più prossimi ma non per questo deprecabili: partendo dalla realtà quotidiana e più vicina (pare che la famiglia di Wald sia molto simile a quella Konianski del film) dare vita a un racconto a tratti ironico e a tratti grottesco che non manchi di far riflettere su certe tematiche tutte moderne: la precarietà, la famiglia (il rapporto padre-figlio nelle varie declinazioni generazionali), il rapporto conflittuale con la tradizione e, perché no, l’importanza di certe eredità tutte umane.

Mine vaganti. L’ultimo film di F.Ozpetek. Dal 12 marzo al cinema

Posted in Cinema with tags , , on marzo 7, 2010 by Dario Adamo

Quant’è difficile far fronte alla realtà, soprattutto quando la realtà, così com’è, è difficile da digerire. Quando, cioè, le aspettative e le speranze si infrangono improvvisamente e ciò che si pensava fossero certezze incrollabili su cui investire e credere fino in fondo, finiscono per rivelarsi solo illusioni strettamente personali, egoistiche proiezioni dei propri desideri.

A Vincenzo Cantone, proprietario di un grande pastificio salentino, succede qualcosa di molto simile: pronto a lasciare la guida dell’azienda di famiglia ai figli, in occasione del ritorno del più piccolo, Tommaso, che ha studiato per anni a Roma, scopre che quello che pensava fosse un quadretto di encomiabile perfezione formale in realtà è tutto il contrario di quello che ha sempre pensato. Tommaso, tornato per fare chiarezza e dichiarare finalmente la sua omosessualità, viene anticipato di un istante dal fratello maggiore Antonio che sconvolge tutti, confessando di aver amato un dipendente dell’azienda per molto tempo. La preoccupazione maggiore del capofamiglia Vincenzo ora non è più quella della gestione del nuovo assetto societario, bensì la necessità di salvare le apparenze affinché in città non si diffonda la notizia della “sciagura” che ha colpito i Cantone. A scompigliare ulteriormente il nuovo complicato equilibrio saranno anche la bella e difficile Alba, figlia del nuovo socio dei Cantone e l’arrivo improvviso dai vivaci amici di Tommaso, giovani, attraenti, ma anche loro un po’”strani”. In questa bufera che spazza via ogni certezza, a fare da trait d’union intergenerazionale della famiglia è la comprensiva e saggia nonna che dispensa consigli super partes, cercando di convincere tutti che è meglio seguire il proprio cuore, assumendosi però sempre le proprie responsabilità.

Lasciandosi alle spalle la Roma dei quartieri come Testaccio, Ozpetek scende al sud fino a giungere  nel Salento della bella Lecce per ambientare la sua nuova storia, quella di una famiglia che si crede ”normale” e invece deve fare i conti con il “diverso”. Se questo “diverso” poi è l’ultimo dei figli, quello su cui si pensava di poter contare, l’attacco di cuore per il padre-uomo-del-sud-tutto-ad-un-pezzo, non può che essere dietro l’angolo. L’autore de Le Fate Ignoranti e Saturno Contro, mette insieme un cast di bravi attori, dai bei Scamarcio (in un’apprezzabile e inusuale-omosessuale veste), Preziosi e Grimaudo ai navigati Fantastichini, Sofia Ricci fino a un’ottima Ilaria Occhini per filmare, forse con troppi carrelli attorno alla tavola da pranzo delle confessioni pericolose, una commedia a tratti piacevole che invita a credere nelle proprie scelte (e non si tratta solo degli orientamenti sessuali), estremizzando un po’ qua e là toni e atteggiamenti e lasciando spazio a un ottimismo salvatutto. Il risultato è caricaturale più che satirico e la morale della favola incerta. C’è spazio per la comprensione in famiglia (anche se maledettamente, intrinsecamente, profondamente meridionale)? E’davvero (e ancora) questa la realtà? Comunque sia, al grande pubblico piacerà…


La bocca del lupo. Un film di Pietro Marcello

Posted in Cinema with tags , , on febbraio 28, 2010 by Dario Adamo

E’arrivato finalmente il momento di dirlo: un cinema italiano veramente nuovo è possibile. Originale per forma e struttura, svincolato dalle ingombranti denominazioni di genere, pieno, denso, forte. Garbato nei modi e funzionale nel messaggio. Questo e molto altro è, per esempio, La bocca del lupo, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Torino, selezionato dal Festival di Berlino, “ospitato” in questi giorni da Visioni italiane a Bologna e in programmazione in 18 sale nelle principali città italiane.

Si tratta di un film commissionato a un giovane autore, Pietro Marcello, da parte dei gesuiti della Fondazione San Marcellino e sostenuto dalla giovane Avventurosa Film e dai sempre attenti Nicola Giuliano e Francesca Cima della Indigo Film.

L’intenzione iniziale era quella di (far) posare lo sguardo su una particolare realtà, quella della Genova più underground, con i suoi quartieri più difficili e degradati (come la zona portuale di Ponte dei Mille da cui prende avvio la vicenda) e dare voce ai silenzi delle strade e degli ultimi, quei vinti dei romanzi veristi dell’Ottocento che coltivano piccoli sogni con grande caparbietà. Il risultato è stato l’esito di un fortunato incontro, quello dell’autore con Enzo e Mary che con grande libertà raccontano di sé stessi e della loro storia sotto la quale Marcello, con raffinato distacco e misurato equilibrio, fa scorrere immagini di vita, testimonianze in presa diretta e preziosi materiali d’epoca.

In tutto ciò c’è anche spazio per l’amore, in un’eccezionale, duplice veste. Da un lato la relazione tra Enzo, siciliano d’origine e genovese d’adozione che la vita ha reso duro fuori, ma tenero dentro e Mary, transessuale romana che dopo un’infanzia borghese e disciplinata è costretta a scappare di casa, incappando nell’eroina e nella depressione. I due si amano, perché sanno condividere, e si aspettano tanti anni per realizzare il loro piccolo sogno. Poi c’è un amore più sottile, latente, ma visibile agli occhi dei più attenti e meglio disposti e cioè quello dell’autore Marcello per il cinema, un sentimento sincero di cura, attenzione e rispetto per la narrazione e per il materiale narrato, per i particolari e per il tutto decisamente armonico. Lo spettatore si trova così spiazzato, tra decidere se continuare a chiedersi se quello che sta vedendo è una storia di finzione o un innovativo documentario e abbandonarsi fanciullescamente all’ascolto di una storia nuova, intensa e affascinante.

Il successo che La bocca del lupo sta già riscuotendo nelle sale (nelle principali città italiane durante i precedenti week end si è registrato più volte il tutto esaurito) insieme a ciò che ha già fatto e sta continuando a fare L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, fa ben sperare in chi crede in un cinema italiano “alternativo” e valido, d’alta qualità e di pochi sprechi, capace di sorprendere e convincere veramente.

La bocca del lupo, insieme a La Paura di Pippo Delbono, sulla base di un progetto della Cineteca teso a valorizzare film italiani nuovi, indipendenti o seminascosti, verrà proiettato ogni lunedì per tutto il mese di marzo presso il Cinema Lumière.

Il figlio più piccolo. Regia di Pupi Avati. Con Christian De Sica, Luca Zingaretti, Laura Morante

Posted in Cinema with tags , , , on febbraio 11, 2010 by Dario Adamo

Chi troppo vuole nulla stringe… e tutto perde. Il proverbio più adatto per le (dis)avventure di Luciano Baietti (Christian De Sica) protagonista dell’ultimo film di Pupi Avati Il figlio più piccolo è sicuramente questo. Andare troppo in là con l’immaginazione, ma anche con le proprie azioni, a volte non paga. Anzi la fa pagare…e molto cara.

Luciano Baietti nel 1992 si sposa con la “scemina” Fiamma e, lo stesso giorno del matrimonio lascia la moglie e i due figli precedentemente avuti con lei per sparire per diversi anni. Fugge insieme a un losco individuo che molti anni dopo si scoprirà essere il suo socio a capo di una holding in serie difficoltà fiscali e giudiziarie. Nel frattempo a Bologna Fiamma si barcamena tra mille difficoltà e molte debolezze, Paolo il figlio più grande lavora in un bar del centro e maledice ogni giorno il padre che li ha abbandonati, mentre Baldo, il più piccolo e docile, è iscritto al Dams e sogna di fare il regista. Improvvisamente papà Luciano, pronto al suo ennesimo matrimonio, chiama come testimone il figlio più piccolo riservandogli una grande sorpresa: il controllo di tutti i suoi beni, dalle società alle proprietà, alle macchine di lusso. In famiglia le reazioni sono contrastanti: mamma Fiamma, ancora innamorata del suo marito furbetto benedice matrimonio e passaggio di testimone, mentre Paolo sente puzza di bruciato e condanna l’entusiasmo degli altri componenti. Baldo, nuovo presidente della holding, si prepara alla regia del suo primo film e al matrimonio di suo padre. Nuovamente non sarà un’unione felice e tutti i nodi verranno al pettine in un finale che darà a tutti ciò che gli spetta (o quasi).

Dopo aver riunito attorno a un bancone Gli amici del bar Margherita e aver scandagliato le debolezze di un uomo nei confronti di una figlia ne Il papà di Giovanna, Pupi Avati torna a Bologna per parlare di una storia dei giorni nostri, una di quelle che si sentono spesso ai telegiornali quando si scopre che grandi manager e imprenditori hanno passato anni a costruire fortune sul nulla più assoluto, deviando introiti su conti correnti anomali, sfuggendo ai controlli della finanza o intestando tutto a parenti e prestanomi. Il regista nel ritrarre il fallimento di un uomo gioca ancora più sporco, raccontandoci la storia di un pusillanime senza valore che, pur di salvare la pelle, arriva a coinvolgere i familiari, innocenti e ingenui. Un subdolo gioco di inganni e promesse bruciate in partenza, forse un po’ esasperato ed estremo, ma ancorato in qualche modo alla realtà che abbiamo di fronte giorno per giorno.

Un inedito tris di attori reggono le fila del racconto: un Christian De Sica per una volta strappato alla serie di cinepanettoni, veste i panni dell’approfittatore mangiatutto, l’homo novus del belpaese dei ladruncoli incravattati; Luca Zingaretti alle prese anche lui con il malaffare, nel ruolo del consigliere-braccio destro, infame e un po’ cagionevole e Laura Morante a cui invece è stato chiesto come di consueto di palesare fragilità e debolezza, un kleenex in una mano e una sigaretta nell’altra. A questi si aggiunge (anche questa volta, come di consueto) un volto nuovo, quello di Nicola Nocella che interpreta lo sfigatello-iscritto-al-DAMS allocco e sprovveduto che si immola per la causa del padre, senza capire bene cosa gli stia succedendo.

Con Il figlio più piccolo Pupi Avati chiude la “trilogia sui padri”(della quale i primi due capitoli erano stati La cena per farli conoscere e il già citato Papà di Giovanna) con la quale ha voluto indagare le difficoltà legate all’essere padre, una volta troppo assente, un’altra troppo apprensivo e qui forse troppo egoista e, poco verosimilmente, senza un briciolo di cuore. Una storia che non decolla e non riesce a essere incisiva laddove si era promessa di farlo. Sullo sfondo l’italietta dei furbetti, troppo sbruffoni per fare paura…come fanno paura quelli che vediamo in televisione nelle sigle dei telegiornali.